Le strategie per la crescita economica

Adesione ad un'interrogazione del Gruppo PD alla Presidente del Consiglio Meloni sulle strategie per la crescita economica, discussa nel Question Time del 13 maggio in Senato.

Testo dell'interrogazione:

Atto n. 3-02595 | Pubblicato il 12 maggio 2026, nella seduta n. 418 | Discussa nel Question Time del 13 maggio 2026

BOCCIA, BAZOLI, LORENZIN, MIRABELLI, NICITA, ZAMBITO, IRTO, BASSO, D'ELIA, ZAMPA 

Al Presidente del Consiglio dei ministri. 

Premesso che, ad opinione degli interroganti:

i recenti dati macroeconomici e di finanza pubblica hanno certificato, in via definitiva, il fallimento dell’azione di Governo ad oltre tre anni e mezzo dall’insediamento, evidenziando la netta distanza tra i bisogni di cittadini e imprese e la narrazione irrealistica dell’Esecutivo sulla situazione del Paese: una distanza che la sconfitta al referendum sulla giustizia ha reso ancora più evidente;

le condizioni di vita dei cittadini sono in costante peggioramento. Secondo l’ISTAT, il debole recupero registrato nel 2025 non ha consentito di ridurre l’ampia perdita di potere d’acquisto verificatasi nel biennio 2022-2023, tanto che le retribuzioni contrattuali reali risultano ancora inferiori di circa l’8 per cento rispetto a quelle di inizio 2021, mentre il “fiscal drag” ha eroso i redditi degli italiani per oltre 25 miliardi di euro, solo parzialmente restituiti, e l’inflazione, sospinta dal contesto geopolitico, torna a rappresentare un problema. In un Paese in cui cresce il lavoro povero e milioni di lavoratrici e lavoratori continuano a percepire retribuzioni insufficienti a garantire una vita dignitosa, il Governo continua a rifiutare ogni misura sul salario minimo, negando una soglia minima di dignità retributiva e ignorando che non basta creare occupazione se l’occupazione è povera, precaria e sottopagata. La pressione fiscale ha raggiunto nel 2025 il 43,1 per cento, livello mai registrato negli ultimi 11 anni, e a sostenerne il peso è soprattutto il ceto medio con lavoro dipendente e i pensionati: su 42,6 milioni di contribuenti dichiaranti, il 76,87 per cento dell’intera IRPEF è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti, mentre i restanti 31 milioni ne versano solo il 23,13 per cento, e oltre il 52 per cento del gettito complessivo grava su dipendenti e pensionati. Il conflitto in Medio Oriente rischia di peggiorare la situazione con aggravi di costi per le famiglie stimati in oltre mille euro;

crescono la povertà e le disuguaglianze sociali. Nel 2024, vivevano in povertà assoluta 5.744.000 individui, pari al 9,8 per cento della popolazione, di cui 1,283 milioni di minori (un bambino su 7), per un totale di oltre 2.224.000 famiglie; il 18,6 per cento dei residenti, circa 10,9 milioni di persone, risulta a rischio di povertà, mentre la quota di popolazione in grave deprivazione materiale e sociale è salita dal 4,6 al 5,2 per cento, segnale che l’erosione delle condizioni di vita si sta estendendo ben oltre le fasce più marginali, investendo lavoratori, anziani e famiglie a reddito medio. La forbice della distribuzione della ricchezza si allarga ulteriormente: il 5 per cento delle famiglie più abbienti possiede oggi il 49,4 per cento della ricchezza netta totale del Paese e, tra il dicembre 2010 e il giugno 2025, circa il 91 per cento dell’incremento della ricchezza nazionale netta è andato proprio a tale fascia, mentre alla metà più povera è arrivato appena il 2,7 per cento. Il recente piano casa, presentato come svolta per ridurre il disagio abitativo, è un provvedimento privo di risorse e di sola propaganda;

le difficoltà economiche che investono un numero crescente di cittadini porta milioni di persone a rinunciare anche alle cure sanitarie. Particolarmente allarmanti sono i dati ISTAT sulla rinuncia alle cure: nel 2024 il 9,9 per cento della popolazione, pari a circa 5,8 milioni di persone, ha dichiarato di aver rinunciato a visite mediche o esami specialistici per liste d’attesa, difficoltà economiche o scomodità delle strutture sanitarie, contro 4,5 milioni nel 2023 (7,6 per cento) e una quota del 6,3 per cento nel periodo pre pandemico; la sola componente legata alle liste d’attesa è cresciuta del 51 per cento in un anno, mentre il 5,3 per cento dei cittadini rinuncia per ragioni economiche e il 23,9 per cento si è rivolto al privato senza alcun rimborso assicurativo, evidenziando un progressivo arretramento dell’universalismo del servizio sanitario nazionale;

sul fronte delle imprese i dati sono allarmanti. La produzione industriale ha registrato dati negativi per 35 mesi sugli ultimi 40, di cui 26 consecutivi, mentre la produttività totale dei fattori è scesa dell’1,6 per cento nel 2023 e di ulteriori 1,2 punti nel 2024, con la produttività per ora lavorata in calo di 2,7 punti nel 2023, di 1,9 punti nel 2024 e in ulteriore discesa nel 2025; cresce parallelamente il ricorso alla cassa integrazione, con un aumento del 33,3 per cento delle ore autorizzate tra il 2023 e il 2025 (da 401.139.474 a 534.817.665) e 127 milioni di ore già autorizzate nel primo trimestre 2026. Si allargano i settori produttivi in situazione di crisi permanente, che coinvolgono ampi settori della manifattura, mentre i costi energetici diventano insostenibili. L’Italia è il Paese UE con i maggiori costi nella bolletta energetica e si posiziona tra quelli con il carico fiscale più elevato sui carburanti dopo l’innalzamento delle accise sul gasolio e l’evoluzione del contesto geopolitico internazionale;

il mercato del lavoro mostra segnali di inversione di tendenza, con una riduzione degli occupati di oltre 29.000 unità a febbraio e di oltre 24.000 unità a marzo; il tasso di occupazione 15-64 anni si ferma al 67,7 per cento, ultimo posto in ambito UE, il tasso di occupazione femminile si attesta al 58 per cento contro il 71,3 della media europea, e gli inattivi raggiungono i 12,6 milioni di unità che sommati a 1,3 milioni di disoccupati portano a circa 14 milioni i cittadini senza occupazione;

lo stesso Ministro dell’economia e delle finanze ha riconosciuto il rischio di “stagflazione”, con un’ottimistica crescita del PIL fissata dal Governo allo 0,6 per cento per l’anno in corso (stima ritenuta dall’UPB “al limite del panel” e non comprensiva degli effetti del conflitto in Medio Oriente), mentre i principali organismi internazionali prefigurano scenari peggiori, fino ad arrivare alla recessione, in tutti i casi collocando l’Italia come fanalino di coda dell’eurozona nel triennio 2026-2028. Anche la narrazione del Governo sul pieno controllo dei conti pubblici è arrivata al capolinea. Il 21 aprile scorso Eurostat ha sancito il fallimento dell’obiettivo di fuoriuscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, mentre il rapporto tra debito e PIL, salito dal 134,7 per cento del 2024 al 137,1 del 2025, è previsto raggiungere il picco del 138,6 per cento nel 2026, esponendo il Paese a rischi di instabilità finanziaria a fronte di una crescita stagnante e di una spesa per interessi destinata a salire;

la costante critica e la rimarcata distanza dalle politiche UE e la vicinanza “amichevole” all’amministrazione Trump non ha prodotto alcun risultato per il Paese, né sul fronte delle politiche commerciali né di quelle energetiche. L’export verso gli USA diminuisce mentre si aggrava la situazione della dipendenza energetica del Paese. Il quadro che emerge è quello di un Paese più debole e impoverito, emarginato dai principali contesti di politica internazionale, senza che si intraveda alcun cambio di passo per indirizzare il Paese verso un futuro di maggiore crescita e di miglioramento del benessere economico e sociale. È ormai indiscutibile che la crescita economica si determina attraverso scelte europee condivise e attraverso la coesione e la sinergia tra le maggiori economie del continente: nessuna prospettiva di rilancio è praticabile al di fuori della cornice europea e le politiche industriali, in particolare nei settori strategici, devono essere definite a livello continentale,

si chiede di sapere:

quali iniziative urgenti si intenda adottare per arrestare l’erosione del potere d’acquisto di salari e pensioni, neutralizzare gli effetti dell’inflazione e ridurre l’insostenibile pressione fiscale che grava in misura sproporzionata su famiglie, lavoratori dipendenti e pensionati; se si intenda mettere in campo politiche per la crescita e l’allineamento dei redditi medi italiani a quelli europei, predisponendo una strategia a sostegno dei salari, anche attraverso una legge sul salario minimo per contrastare il lavoro povero, garantire retribuzioni dignitose e rafforzare la contrattazione collettiva nazionale delle organizzazioni comparativamente più rappresentative; quali misure si intenda assumere per contrastare l’aumento della povertà assoluta che colpisce ormai milioni di famiglie italiane e per garantire effettivamente il diritto costituzionale alla salute a fronte di milioni di cittadini che rinunciano alle cure, ponendo fine all’allungamento delle liste d’attesa e alla deriva verso una sanità accessibile solo a chi può permettersela;

quali strategie di politica industriale, occupazionale e di finanza pubblica si intenda mettere in campo per sostenere la crescita e rilanciare la competitività del sistema economico italiano nel contesto internazionale; se si intenda sostenere le iniziative in ambito UE finalizzate alla crescita economica e alla realizzazione della piena autonomia strategica, in grado di aiutare a proteggere nel Paese i posti di lavoro e i lavoratori messi a rischio dalle crisi settoriali e in conseguenza della situazione geopolitica internazionale, marcando una netta distanza dalle posizioni finora assunte dal Governo; se si intenda promuovere, di concerto con i Paesi che hanno già manifestato analoga volontà, a partire dalla Germania, il superamento del diritto di veto in sede europea nei settori strategici quale condizione indispensabile per dotare l’Unione di una capacità decisionale all’altezza delle sfide competitive globali.

Pin It

Iscrizione alla newsletter Franco Mirabelli

Accetto Informativa sulla privacy

© Franco Mirabelli 1960 ... 2022

Biografia in breve