Fare chiarezza sui pizzini usciti dal carcere in regime di 41-bis
Dopo l’uscita dell’inchiesta di Fanpage.it “Pizzini dal 41 bis” si è attivata la Commissione Parlamentare Antimafia che farà le adeguate verifiche. Intanto, ho presentato un'interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio per chiedere che venga fatta luce su come sia stato possibile che alcuni appunti del 2025 di Leoluca Bagarella, cognato ed erede di Totò Riina, siano usciti dal carcere duro di Sassari dove il boss sta scontando 13 ergastoli.
Ecco l'interrogazione che ho presentato in Senato ed è stata sottoscritta anche da Walter Verini e dalla senatrice Vincenza Rando:
Premesso che,
secondo quanto ricostruito da un'inchiesta giornalistica pubblicata da Fanpage.it, alcuni "pizzini" attribuiti a Leoluca Bagarella, storico boss di cosa nostra, cognato di Totò Riina, detenuto dal 1995 e condannato a tredici ergastoli, sarebbero usciti dalla sezione 41-bis della casa circondariale di Sassari-Bancali, dove il medesimo è ristretto;
i biglietti, recanti saluti, riferimenti a marchi automobilistici di lusso e appelli al Ministero della Salute, sarebbero stati consegnati alla testata da un ex detenuto dello stesso istituto, il quale ha dichiarato di averli ricevuti dal proprio compagno di cella, addetto al servizio di "portavitto" presso la sezione di massima sicurezza e che li avrebbe a sua volta ricevuti direttamente dal boss; l'autenticità e la riconducibilità dei pizzini a Leoluca Bagarella sarebbero avvalorate, secondo quanto dichiarato a Fanpage.it dal dottor Alfonso Sabella, già sostituto procuratore del pool antimafia di Palermo e magistrato che coordinò le indagini che hanno portato all'arresto del boss nel 1995, da plurimi elementi: la firma "Luca", nome con cui il boss era solito firmare i propri scritti;
il riferimento alle autovetture Maserati, coerente con il noto interesse di Bagarella per il mondo dei motori e della Formula 1, già emerso in passato dalla corrispondenza censurata con Giovanni Riina, figlio maggiore del boss;
il richiamo al Ministero della Salute, oggi competente in materia di sanità penitenziaria attraverso le Aziende sanitarie locali; la direzione della casa circondariale di Sassari, più volte interpellata da Fanpage.it per acquisire un riscontro sui fatti, non avrebbe mai fornito alcuna risposta.
Considerato che
il regime detentivo speciale di cui all'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario è stato concepito dal legislatore con la finalità specifica di recidere ogni collegamento tra i boss detenuti appartenenti ad organizzazioni criminali di tipo mafioso o terroristico e le rispettive organizzazioni di appartenenza, impedendo l'impartizione di ordini, direttive o comunicazioni verso l'esterno del carcere;
tale regime si fonda su un sistema di misure di elevata sicurezza interna ed esterna con lo scopo, principalmente, di prevenire contatti con l’organizzazione criminale di appartenenza o di attuale riferimento, contrasti con elementi di organizzazioni contrapposte, interazione con altri detenuti o internati appartenenti alla medesima organizzazione criminale ovvero ad altre ad essa alleate, controllo dei colloqui, censura della corrispondenza, sorveglianza continua, misure la cui efficacia, come di tutta evidenza, dipende integralmente dall'assoluta impermeabilità della sezione rispetto al resto della popolazione carceraria e all'esterno;
come dichiarato dallo stesso dottor Sabella a Fanpage.it, qualsiasi permeabilità di tale confine equivale, di fatto, al fallimento dello strumento stesso, che degraderebbe a "un inutile strumento di tortura", privo della sua funzione di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata;
la storia giudiziaria italiana ha già registrato precedenti di estrema gravità in cui falle nel regime del 41-bis hanno consentito la trasmissione all'esterno di ordini criminali, come nel caso del boss Vito Vitale, che tentò di impartire un ordine di morte durante un colloquio con il figlio di nove anni, sventato solo grazie all'intercettazione del colloquio stesso;
a prescindere dal contenuto, apparentemente innocuo, dei pizzini in questione, il fatto stesso che un messaggio scritto da un boss sottoposto al regime detentivo più severo dell'ordinamento italiano sia riuscito a superare i confini della sezione di massima sicurezza, fino a raggiungere una testata giornalistica, costituisce una pericolosa violazione delle finalità e delle garanzie di sicurezza sottese al regime speciale oltre a e dimostra l'esistenza di falle strutturali nei controlli e nelle procedure applicate presso la casa circondariale di Sassari-Bancali;
tale episodio si inserisce in un quadro già segnato da ripetute segnalazioni relative alle condizioni di gestione degli istituti penitenziari italiani, e impone una verifica immediata e puntuale da parte del Ministero, anche al fine di accertare eventuali responsabilità del personale e della direzione dell'istituto.
Si chiede di sapere
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali riscontri abbia acquisito, anche per il tramite del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, in merito all'effettiva fuoriuscita di materiale scritto riconducibile al detenuto Leoluca Bagarella dalla sezione 41-bis della casa circondariale di Sassari-Bancali;
quali iniziative urgenti, anche di carattere ispettivo, intenda intraprendere al fine di fare immediata chiarezza sulla dinamica dei fatti, sulle modalità con cui i pizzini sarebbero usciti dalla sezione di massima sicurezza, sulle eventuali responsabilità, nonché sull’esistenza di falle strutturali nei controlli e nelle procedure applicate presso la casa circondariale di Sassari-Bancali;
se non ritenga necessario disporre una verifica straordinaria delle procedure di controllo e delle prassi di impiego di detenuti nei servizi interni alla sezione 41-bis su tutto il territorio nazionale, al fine di accertare se analoghe criticità siano riscontrabili anche in altri istituti e, in tal caso, quali misure intenda adottare per rafforzare l'impermeabilità delle sezioni 41-bis rispetto al resto della popolazione detenuta, in coerenza con le finalità di ordine pubblico e di contrasto alla criminalità organizzata che il regime detentivo speciale è chiamato a garantire.
