Ripensare l'agenda per non disperdere la voglia di partecipazione politica dei giovani
Articolo pubblicato su Huffington Post.
Il risultato del referendum del 22 e 23 marzo ha detto molte cose.
Vorrei sottolinearne tre, a mio avviso le più rilevanti.
Innanzitutto, c'è il dato straordinario quanto inaspettato della partecipazione.
Si sono recati alle urne quasi il 60% degli elettori, un dato in controtendenza con le ultime tornate elettorali.
Ha certamente pesato su questo risultato, indiscutibilmente positivo, la volontà di esprimersi sul quesito referendario, ma anche la voglia di manifestare una insoddisfazione per come il Governo sta affrontando, o non sta affrontando, i problemi reali e concreti delle persone.
L'altro fatto davvero rilevante è quello dell'alta partecipazione al voto dei giovani.
Sono stati più del 65% i giovani tra i diciotto e i venticinque anni che sono andati a votare.
Oltre ad esprimersi sul merito, c'è una generazione - che tutti pensavano indifferente e disinteressata - che ha preso parola.
È la generazione che in questi anni ha manifestato per la pace e per i diritti del popolo palestinese, che non si è sentita rappresentata dal Governo e che ha scelto di andare alle urne anche per questo.
Pensare che questa partecipazione e il segno che ha avuto si possano tradurre in un consenso automatico a un partito o a uno schieramento sarebbe un errore.
Resta una generazione che non si sente rappresentata dalla politica, che esprime domande e bisogni che la politica fa fatica a comprendere e rappresentare.
La sfida è quella di non disperdere questa voglia di partecipazione politica che è, comunque, una risorsa per la democrazia.
Serve ripensare l'agenda politica per questo e raccogliere una domanda di concretezza che, soprattutto, questa generazione esprime.
Ovviamente l'altro dato rilevante è quello della netta vittoria del No, resa ancora più significativa dall'alta affluenza al voto.
Sul risultato ha certamente pesato la comprensione del fatto che la riforma non serviva a migliorare il funzionamento della Giustizia per i cittadini, insieme a una campagna elettorale in cui la destra ha esplicitamente attaccato la magistratura, strumentalizzando tante vicende, da Garlasco alla casa nel bosco.
C'è stato questo, ma anche, se non soprattutto, la volontà di difendere la Costituzione e il principio secondo cui le regole comuni non si possono cambiare a colpi di maggioranza come ha provato a fare la destra.
È evidente che il risultato del referendum cambia molte cose.
Prima di tutto si è chiusa una lunga stagione in cui è prevalsa la narrazione di un Governo e di una Premier che potevano contare sul sostegno del Paese.
Ora è evidente che c'è uno spazio per costruire una alternativa di Governo a quello della destra.
Non c'è nulla di automatico e certamente non è utile ripartire da una discussione politicista e autoreferenziale.
Serve, invece, dare concretezza a una agenda che metta al centro i bisogni concreti delle persone e del Paese.
In una fase in cui le guerre hanno peggiorato le già difficili condizioni delle famiglie e delle persone, nella indifferenza del Governo, serve definire le priorità.
Salari e lavoro, sanità e casa, insieme al sostegno alle imprese e alla transizione ecologica, sono i temi su cui costruire proposte concrete per dare credibilità alla proposta politica del centrosinistra.
Il salario minimo è una prima proposta ma serve costruire un progetto per il Paese con l'ambizione di coinvolgere tante e tanti, investendo sulla domanda di partecipazione e rappresentanza che il referendum ha dimostrato esserci.
