La lotta alle mafie sta tornando indietro?
Intervento svolto alla Festa PD di Milano all'incontro "1976-2026: i lavori della Commissione Parlamentare Antimafia. La lotta alle mafie sta tornando indietro?" con Federico Cafiero De Raho, Franco La Torre, Ilaria Meli, Nando Dalla Chiesa.
Ringrazio il Dipartimento Legalità e Antimafia del PD Metropolitano per aver pensato e organizzato questa riflessione nel Cinquantesimo della Relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia firmata da Pio La Torre.
Prima di provare a fare alcune riflessioni sul tema, voglio salutare Federico Cafiero De Raho, con cui ho avuto l'onore di lavorare negli anni in cui è stato a capo prima della Procura di Reggio Calabria e poi della Direzione Nazionale Antimafia.
Trovo che il tentativo palese ed esplicito di screditare lui e il suo lavoro sia vergognoso e rientri nel tentativo di delegittimare il lavoro dell'antimafia.
Detto questo, penso che non si debba dare per scontato nulla.
Dopo 50 anni dalla sua istituzione, la Commissione Parlamentare Antimafia non va data per acquisita e scontata.
Anche in occasione della discussione sulla legge istitutiva si sono manifestate diverse voci che mettevano in discussione l'utilità della Commissione stessa.
L'idea di una parte della destra è quella che sostiene che non ce n'è più bisogno perché non c'è più una emergenza da fronteggiare.
È evidente che, invece, chiudere o ridimensionare l'Antimafia sarebbe un errore grave proprio in una fase in cui le mafie tentano di mimetizzarsi e suscitare meno allarme sociale possibile.
Per questo sono più - e non meno - pericolose, si sono insediate su tutto il territorio italiano e inquinano pesantemente l'economia e la vita pubblica con gli enormi proventi delle attività criminali.
C'è più bisogno di capire come cambiano le mafie e mettere in campo strumenti di prevenzione e contrasto nuovi e adeguati.
Questo è stato e deve essere il compito della Commissione Parlamentare Antimafia.
Sono stato in Commissione nelle ultime tre Legislature, due da capogruppo del PD. E in questi anni ci sono stati cambiamenti significativi e non positivi.
Durante la Presidenza di Rosy Bindi, la Commissione ha prodotto molto, dall'inchiesta sulle mafie al Nord, a cui ha contribuito l'Università di Milano (che ha chiarito che la criminalità organizzata si è insediata al Nord e che non si può parlare solo di infiltrazioni), alla modifica del Codice Antimafia, all'inchiesta sul gioco d'azzardo, fino al Codice di autoregolamentazione per le candidature, strumento utilissimo per prevenire le infiltrazioni delle mafie nei partiti e nelle istituzioni.
Nelle due Legislature successive sono, purtroppo, prevalse altre logiche e l'idea di usare la Commissione per perseguire fini partitici e politici che hanno fatto passare in secondo piano la funzione alta della Commissione stessa.
La lotta alla mafia è stata usata troppo spesso come un manganello per colpire gli avversari politici, mettendo in discussione il principio per cui per contrastare efficacemente le mafie serve l'unità delle forze politiche e delle istituzioni.
In questa Legislatura ho seguito i lavori della Commissione da remoto.
Ci sono state due inchieste che, per la maggioranza, hanno avuto la priorità. Quella sull’omicidio di Paolo Borsellino e quella sul dossieraggio.
Nel primo caso si è tentato di affermare una tesi precostituita sulle ragioni della strage, considerando a priori la pista che guarda al rapporto mafia e appalti come l'unica possibile per spiegare l'accelerazione della scelta che portò a via Damelio.
Nel secondo caso si è usata l'inchiesta per colpire la Direzione Nazionale Antimafia, la sinistra e la magistratura.
Questo indirizzo, scelto dalla maggioranza, non ha aiutato a comprendere quanto accaduto e a proporre contromisure: si è voluto strumentalizzare invece che perseguire gli obiettivi propri della Commissione.
Ma la cosa che più mi ha colpito è l'atteggiamento della maggioranza ogni volta che si è affrontato il tema del rapporto tra mafia e politica.
Difendere la propria parte politica e attaccare gli altri, a prescindere dal merito è la strada scelta dal centrodestra che ha trasformato la Commissione in uno strumento di propaganda.
Penso ad esempio alla vicenda di Delmastro. L'audizione dell'ex Sottosegretario è stata imbarazzante, con la destra impegnata a parlare d'altro per non affrontare il tema del rapporto tra Delmastro e esponenti della criminalità organizzata.
All'approccio sempre più strumentale al lavoro della Commissione si aggiunge la sordità della maggioranza in Commissione e, più in generale, in Parlamento, di fronte alle preoccupazioni e alle sollecitazioni che vengono dai magistrati impegnati, sul campo nel contrasto alle mafie.
Anche qui, il caso delle chat di Delmastro è emblematico, come la pervicacia con cui il Governo insiste a indebolire strumenti fondamentali come le intercettazioni.
Di fronte a questo quadro le preoccupazioni sono lecite.
Il rischio di fare passi indietro nella lotta alle mafie è presente.
Ma soprattutto la volontà di alcuni di chiudere la Commissione Parlamentare Antimafia può trovare ragioni se la Commissione stessa perde le proprie ragioni e la propria funzione.
La scelta di difendere la Commissione deve essere convinta, anche in questo tempo e in questa fase in cui serve più capacità di analisi, più capacità di aggiornare gli strumenti di contrasto, più attenzione a prevenire le infiltrazioni delle mafie nelle istituzioni e nei partiti.
Le mafie hanno costruito strumenti sempre più sofisticati per raggiungere i propri scopi criminali e la Commissione deve essere uno strumento importante per contrastarli, come lo è stata in passato.
E qui c'è un altro patrimonio da difendere e utilizzare. L'archivio della Commissione Parlamentare Antimafia è una risorsa inestimabile per conoscere la storia e capire il presente. Su questo si lavora, per responsabilità di tutti, troppo poco.
Il tema credo sia - e concludo - impedire che l'Antimafia diventi il campo della strumentalità e dello scontro tra partiti, per tornare a essere il luogo, l'istituzione dell'impegno comune contro le mafie che rischiano, con i proventi delle attività criminali, di inquinare la nostra democrazia.
