Mi sono commosso davanti all'uomo che scrive con gli occhi
Intervista a cura di Fabio Massa pubblicata nella newsletter FronTale.
Sono andato a trovare Franco, il mio amico che scrive con gli occhi.
Franco è Franco Mirabelli. Il mio amico Franco. Ci ho messo un sacco di tempo ad andarlo a trovare, dopo aver letto il pezzo di Matteo Pucciarelli su Repubblica. E poi, ancora, dopo aver visto il servizio di Damilano. Mesi e mesi. Franco ha la Sla. Io, che avesse la Sla, lo sapevo fin dall’inizio.
L’ultima volta che l’ho visto, a una festa dell’Unità - c’era Carlo Cottarelli quella volta, pareva si candidasse contro Attilio Fontana in Regione Lombardia - gli dovetti premere l’orecchio quasi sul petto, abbracciandolo, per capire che cosa volesse dirmi.
Poi la degenerazione della malattia. Lui su un letto, e io che non ci volevo proprio andare, a trovarlo.
Perché non tutti vivono alla stessa maniera il rapporto con la fragilità e io, Franco, non avevo alcuna voglia di vederlo in quella maniera. Io che avevo passato ore a discuterci, io irruento e lui con quel suo sorrisetto un po’ ironico e a volte pure un po’ stronzo. Lui segretario dei Ds e io giovane giornalista, poi lui consigliere regionale e io là, a passare le ore in consiglio. Poi senatore della Repubblica (cosa che è ancora oggi, nonché vicepresidente del gruppo).
Lui che mi sfotticchiava per qualche articolo che non gli era piaciuto e io che mi arrabbiavo non poco. E poi, ancora, le comuni amicizie rozzanesi, e le case popolari, e tutto il resto che ci univa. Niente, ci ho messo mesi a mandargli un whatsapp. Chiedo ad Arianna Censi, assessore alla mobilità del Comune di Milano, l’esponente più vicina a lui, da sempre: “Arianna che cosa faccio?”. Vacci, uscirai con qualcosa in più, mi dice.
Ci sono andato venerdì scorso, con la camicia bagnata attaccata alla schiena. Su per le quattro rampe di scale in zona Niguarda. Non c’è bisogno di descrivere il corpo del malato di Sla, né cannule tubicini o altre diavolerie. Mi sono concentrato sui suoni ricorrenti di quella stanza.
Le pale del ventilatore. Le auto lungo lo stradone oltre il verde e la finestra aperta. L’aria spinta nei suoi polmoni, afflato ritmico. Il ticchettio delle lettere che Franco compone su uno schermo, la telecamera che gli inquadra l’iride. E poi la voce che pronuncia la frase.
Sono frasi brevi, zeppe di significato. Le parole hanno un peso fatto di ticchettii, di movimenti rapidi della pupilla, dunque devono contare. Tutte quante devono contare. E lui sceglie, ogni volta, che cosa dire. Alcune cose le sottolinea alzando leggermente il sopracciglio, con l’ombra di quella smorfietta ironica e stronzetta di un tempo. Franco Mirabelli, senatore della Repubblica.
Sono andato a trovare Franco perché avevo paura che mi sfuggisse via, come già mi è successo con un altro amico, di nome Filippo, senza che avessi avuto il coraggio di guardarlo negli occhi. Sono andato, davvero, solo per non avere sensi di colpa. Un po’ da stronzetto, pure io. E invece quando sono uscito ho telefonato ad Arianna e le ho detto che aveva ragione: avevo qualcosa di più, disceso da quelle quattro rampe di scale in zona Niguarda. Prima di tutto, la ferma volontà di accompagnarlo nella sua battaglia (”è l’ultima tua battaglia, Franco?” - gli ho detto, e mi ha risposto: “No”): quella per una legge sul fine vita. Io sono un liberale: ed essere liberale vuol dire difendere le libertà, anche quelle sul proprio corpo. Anche dire basta, ora basta. Poi, altro intendimento: accompagnarlo nell’altra sua battaglia, quella sui caregiver. Sui familiari che accompagnano e soffrono e si battono per i malati di tutta Italia. Per questo gli ho chiesto se il 21 settembre ha voglia di venire all’evento sulla Salute che organizzo a Palazzo Lombardia. Lui mi ha risposto: “Sì. Posso. Ma io non ti ho chiesto niente”. Perché certe cose non c’è bisogno di chiederle.
