Fine vita: la Legge di civiltà che il Governo non vuole
Intervento svolto alla Festa PD a Milano al dibattito "Fine vita. La Legge di civiltà che il Governo non vuole" con Marina Sereni, Carlo Borghetti, Mario Riccio, Furio Zucco, Adriana Santacroce.
In questi giorni ci sono state almeno due novità importanti.
La prima riguarda l'approvazione di una Legge sul fine vita in Veneto.
Dopo Sardegna, Toscana ed Emilia, anche una grande Regione governata dal centrodestra ha deciso di applicare le sentenze della Corte Costituzionale sulla questione.
A questo si aggiunge il fatto che nuove ricerche confermano che la stragrande maggioranza degli italiani ritiene una legge sul fine vita necessaria e urgente.
Sono due novità che confermano quanto sia concretamente sentita la necessità di una legge nazionale che la destra continua a impedire.
Da sette anni, infatti, la Legge sul fine vita è bloccata al Senato da una destra che non vuole neppure recepire le indicazioni della Corte Costituzionale e l'invito a legiferare.
Si continua a trovare il modo per rinviare e non assumersi la responsabilità di decidere e dare risposte a chi soffre e alle loro famiglie.
La manfrina insopportabile su questo tema è offensiva per chi chiede risposte dallo Stato.
Per noi questa deve essere una priorità oggi e restare tale quando andremo al Governo.
Trovo scandalosa la scelta della destra di insabbiare la legge sul fine vita. Qui si misura la distanza tra i cittadini e certa politica indifferente di fronte alle sofferenze e ai bisogni delle persone.
Ho letto con attenzione la Circolare di Bertolaso sulla morte medicalmente assistita che cerca di sopperire alla mancanza di volontà del centrodestra lombardo di fare una legge come hanno fatto altre Regioni. Circolare contro cui, ieri, Fratelli d'Italia ha annunciato un’interrogazione.
Il testo interpreta, in modo restrittivo, le sentenze della Corte Costituzionale e dà indicazioni agli operatori.
Contrariamente a ciò che sostiene il centrodestra in Parlamento, però, la Circolare di Bertolaso definisce un protagonismo del Servizio Sanitario Nazionale e dà indicazioni agli operatori. Queste, sono due cose positive ma anche la Circolare di Bertolaso è viziata da due equivoci su cui credo sia necessario ragionare, non dando nulla per scontato.
Il primo riguarda le cure palliative, o meglio il tentativo di presentarle come l'alternativa al suicidio assistito.
Sia chiaro, le cure palliative sono un diritto che deve essere garantito a ogni malato inguaribile. E ciò, ancora oggi, non succede.
I malati di SLA, come me, lamentano trattamenti diversi e di diversa qualità nei diversi territori.
Aggiungo che, oltre alle cure palliative da garantire, continua a mancare una legge che riconosca e sostenga il lavoro di cura.
Servono cure palliative e riconoscimento dei caregiver famigliari e su questo serve un impegno, che invece manca, a prescindere dalle discussioni sul fine vita.
Lo dico perché l'idea che sostiene la destra, in modo subdolo e strumentale, secondo cui se ci sono le cure palliative non c'è motivo di ricorrere alla morte medicalmente assistita, è sbagliata.
Personalmente potrei già scegliere di staccare i supporti vitali, grazie alla legge sul testamento biologico; non lo faccio, non perché funzionano le cure palliative, ma perché ho trovato le motivazioni per vivere.
Viceversa le cure palliative non possono risolvere la disperazione che spinge una persona malata a porre fine alla propria esistenza.
La seconda questione riguarda il Comitato Etico previsto nelle proposte del centrodestra e nella Circolare di Bertolaso. Quale sarebbe la sua funzione?
Personalmente, penso che stabiliti i criteri oggettivi per accedere al suicidio assistito serva rispettare e garantire la libertà di scegliere.
Appesantire l'iter burocratico e autorizzativo significa aumentare le sofferenze.
Decidere di porre fine alla propria vita è una scelta difficile che porta sofferenze per sé e per i propri familiari, per questo va rispettata, non ostacolata.
Se una persona è inguaribile, attaccata alle macchine, in grado di decidere e arriva a una determinazione non si capisce su cosa lo Stato possa sindacare.
Il punto è che si fatica a guardare dritto il tema e i bisogni e le sofferenze che racconta.
Si preferisce disquisire sulle definizioni, come quella di morte medicalmente assistita, inventare alternative strumentali, o rifugiarsi in astratte convinzioni ideologiche.
Detto questo, le sentenze della Corte Costituzionale non risolvono tutto.
Restano almeno due temi, quello della autosomministrazione e della dipendenza dai supporti vitali per accedere al suicidio assistito.
Per questo serve una legge per non rischiare di escludere malati sofferenti e inguaribili dall'accesso alla morte medicalmente assistita.
Anziché garantire il diritto di scegliere, si esclude chi non vive con un supporto vitale, ma non per questo soffre meno e chi avrebbe bisogno dell'azione di un operatore.
Insomma, le sentenze della Corte Costituzionale intervengono fortunatamente e meritoriamente di fronte alla latitanza colpevole di una parte della politica, ma non risolvono tutto su questa materia.
Più di un sondaggio ha certificato che quasi l'ottanta per cento degli italiani ritiene necessaria una legge sul fine vita.
Come spesso è accaduto il Paese reale è più avanti delle politiche della destra.
Serve una legge di civiltà, che misura la civiltà di un Paese.
E, per noi fare la legge è e sarà una priorità.
Come lo sono altre leggi necessarie; penso a quella per i caregiver, per non lasciare sole le persone nel momento più difficile della loro esistenza; cosa che a chi ci governa sembra non interessare.
Anche qui è in discussione il ruolo del pubblico.
Per la destra serve a proibire e a ridurre la libertà di scelta.
Per noi, fissati i confini di intervento, serve non lasciare sole le persone e garantire loro la libertà di scegliere.
È sbagliato e crudele appesantire il percorso e, in uno stato laico, fissati i criteri e le condizioni, come ha fatto la Corte Costituzionale, non devono esserci altri limiti etici e morali.
Fare del fine vita e della legge per i caregiver delle priorità per il PD, come dice Elly Schlein, significa stare con le persone che hanno più bisogno, non lasciarle più sole. Significa stare dove un partito come il nostro deve stare, con chi ha più bisogno e si sente abbandonato.
