Nelle carceri bisogna ridurre la popolazione. E si deve fare di più.

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Articolo pubblicato su Huffington Post.

Tutti gli operatori, i magistrati di sorveglianza, i garanti regionali e comunali ci stanno dicendo che la situazione nelle carceri italiane è esplosiva. Le rivolte degli scorsi giorni sono state sedate, ma la tensione e la paura negli istituti sta diventando sempre più alta. Le preoccupazioni di contagio, le condizioni igieniche, l’impossibilità di comunicare coi familiari se non telefonicamente, stanno rendendo insostenibile per i detenuti, ma anche per agenti e operatori, la situazione. Di fronte a questa situazione gravissima le norme introdotte dal decreto “cura Italia” sono un primo passo, ma certamente insufficiente. Leggo che la Lega, innanzi tutto, pensa sia possibile risolvere questo dramma chiudendo le celle e dando le mascherine agli agenti. Purtroppo non è così. E non sono neppure sufficienti le misure, giuste, previste per sanificare le carceri, sostenere il lavoro e aumentare il numero degli agenti di custodia, creare presidi sanitari all’interno, attrezzare le carceri per consentire più contatti telefonici o via Skype con i familiari.

Vita nelle carceri italiane

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Intervista di Osservatorio Diritti.

Il 9 marzo diversi altri istituti sono entrati in agitazione, spesso nei reparti di dipendenza. Tra questi il carcere di San Vittore, a Milano, dove oltre 20 detenuti hanno distrutto gli spazi del progetto “Nave” dedicati al recupero dei tossicodipendenti. Sono stati incendiati materassi, saccheggiati gli armadietti dell’ambulatorio medico e assunti farmaci che hanno poi comportato il ricovero in ospedale per abuso di sostanze. Per diverse ore una decina di detenuti è rimasta sul tetto del carcere urlando «libertà, libertà».
«Se l’informazione dall’esterno entra solo con il telegiornale che invita a stare un metro di distanza dagli altri e la tua cella, che dividi con altri due, è poco meno di tre metri per tre è evidente che vieni assalito dal panico e reagisci», spiega il senatore del Partito Democratico Franco Mirabelli.

Una task force per studiare le soluzioni per i detenuti

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Intervista di Radio Popolare.

In piena emergenza da epidemia di coronavirus COVID-19, la rivolta dei detenuti è scoppiata un po’ in tutti gli istituti penitenziari in Italia, anche in quelle in Lombardia. Ne abbiamo parlato con col senatore del Partito Democratico Franco Mirabelli, che ieri è stato in visita al carcere di San Vittore.
Com’è la situazione nelle carceri lombarde?
È una situazione di tensioni che ieri a San Vittore ha prodotto una rivolta che si è diffusa man mano in quasi tutti i reparti, fortemente danneggiati da incendi e altri danneggiamenti. Tutto è partito dal terzo raggio, in cui si trovano i detenuti tossicodipendenti, e poi si è estesa ovunque con alcuni detenuti in rivolta saliti sui tetti. La situazione a Opera mi pare più tranquilla nonostante fuori, durante la notte, ci siano state alcune manifestazioni con esplosione di petardi e mortaretti. Su Pavia non so dirle, ma credo che la situazione sia rientrata in quasi tutte le carceri d’Italia.

Nonostante la situazione difficile, in Italia si stanno facendo molte cose

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Intervento a Radio Lombardia.

Bisogna stare attenti alle comunicazioni che si danno. A noi parlamentari, le persone chiedono spesso informazioni su come comportarsi, in quanto veniamo percepiti come dei punti di riferimento. Per questo, credo che non dobbiamo metterci a fare gli scienziati o a raccontare che evoluzioni pensiamo possa avere il virus ma bisogna dire semplicemente che siamo di fronte ad una situazione nuova, che ci impone di cambiare le abitudini per evitare che il nostro sistema sanitario vada al collasso e bisogna ascoltare le indicazioni che vengono dalla scienza e dal Governo. Tutte le altre cose credo che facciano danni e il protagonismo sulla vicenda del coronavirus dobbiamo cercare di risparmiarcelo. Penso, infatti, che la comunicazione debba essere assolutamente sobria e seria: dobbiamo raccontare le cose che ci sono scritte nei decreti e le cose che gli scienziati dicono che bisogna fare. Il resto non siamo in grado di stabilirlo.