Migliorare la vita nelle carceri

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Articolo pubblicato su Gente in Movimento.

Il carcere ha bisogno di cambiamenti molto significativi nelle strutture e in tante delle sue modalità.
In questa fase non è sufficiente una gestione ordinaria. In particolare, c’è bisogno di tenere presenti i principi costituzionali, mettendo al centro gli obiettivi di rieducazione e reinserimento in società per chi deve espiare la pena. Dobbiamo chiudere definitivamente la fase in cui, nel nostro dibattito sul carcere e sulle pene, hanno avuto la cittadinanza frasi come quelle per cui bisogna buttare via le chiavi delle celle di chi finisce in carcere.
Dopo le polemiche insensate, proseguite per molte settimane anche nelle Commissioni parlamentari, con cui si è cercato di contrapporre l’interesse degli agenti della polizia penitenziaria a quelli dei detenuti, credo che si debba aprire una fase in cui tutte le istituzioni lavorino per aiutare a risolvere i problemi drammatici che ci sono nel carcere, nel rispetto della Costituzione. È interesse di tutti fare questo sforzo e unire le istituzioni per migliorare la vita nelle carceri. Se migliora la vita nelle carceri, migliora per tutti, sia per chi ci lavora che per i detenuti: non c’è una parte che deve prevalere sull’altra, non ha senso contrapporre la sicurezza e la necessità di mettere in campo misure che garantiscano la rieducazione.
Per migliorare il carcere, innanzitutto, occorre migliorare le strutture. Per questo, credo che sia stato importante l’aver consentito di destinare una parte delle risorse previste dal PNRR al miglioramento e all’ampliamento di alcune strutture carcerarie con il fine di aumentare in maniera significativa gli spazi per il trattamento, per il lavoro e per la formazione.
Un altro punto su cui occorre riflettere riguarda il fatto che il carcere non può essere isolato dal territorio: dobbiamo guardare al carcere come ad un quartiere delle nostre città e parte dei nostri territori. Questo è un punto decisivo perché può rafforzare il percorso trattamentale, le occasioni di incontro, di formazione e di lavoro.
Per i problemi che riguardano la salute, soprattutto quella psichiatrica, all’interno del carcere serve una collaborazione diversa rispetto a quella che c’è in molte realtà con le strutture sanitarie del territorio.
Bisogna anche accelerare l’apertura di una fase nuova, prendendo atto che l’esperienza che abbiamo messo in campo durante la pandemia, come la possibilità per chi aveva i permessi premio di stare fuori o la possibilità per chi ancora ha 18 mesi da scontare di stare agli arresti domiciliari, non ha prodotto nulla di grave ma, anzi, quei provvedimenti hanno dimostrato che, se gestiti in maniera intelligente, possono produrre più sicurezza alle nostre città, perché gli indici di recidività di chi ha fatto quelle esperienze sono davvero bassissimi.
Quella è la strada giusta, dunque: quella della formazione, della socialità, del lavoro. Tutto questo si può fare soltanto se da fuori dal carcere arriva un impegno forte, come in molte realtà c’è ma non possono essere solo realtà episodiche: serve partire dalle buone pratiche per modificare le leggi e andare in questa direzione. Per questo serve l’impegno di tutte le istituzioni: non può essere delegato tutto alla struttura carceraria e al Dipartimento Amministrazione Penitenziaria.

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