Verso una Giustizia più efficiente

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Articolo pubblicato sulla rivista Gente in Movimento di luglio - agosto.

Alla Camera dei Deputati è stata votata la riforma del processo penale, che sarà approvata in via definitiva al Senato a settembre, mentre in Commissione Giustizia di Palazzo Madama si sta concludendo il lavoro sulla riforma del processo civile.
Troppo spesso si è sottovalutata la vera portata della riforma della Giustizia. Ci perdiamo sempre nella polemica politica, con argomenti che si trascinano da anni e che, di fatto, ha impedito di riformare la giustizia per farla funzionare meglio nell’interesse dei cittadini.
Questo è il tema che stiamo provando ad affrontare ora, sapendo che le riforme del processo penale e civile sono due condizioni che l’Europa ci pone per accedere alle risorse del Recovery Fund. Questo perché siamo un Paese in cui i processi durano tantissimo e ci sono molte sedi giudiziarie in cui sono accumulati moltissimi procedimenti aperti da anni e vanno smaltiti.
I cittadini hanno il diritto ad avere processi giusti e in tempi ragionevoli, sia sul penale che sul civile.
Inoltre, la concorrenzialità del nostro Paese e la possibilità di competere con gli altri Paesi del mondo è molto condizionata da queste difficoltà e da questi ritardi della Giustizia. È evidente, infatti, che chi vuole venire a investire nell’economia italiana sa benissimo di questa situazione in cui la giustizia civile funziona lentamente e che le cause vengono risolte dopo molti anni e questo è un disincentivo che condiziona le scelte.
Un recente studio indica che le riforme del processo civile e penale possono portare da sole un aumento dello 0,2% del PIL.
Queste riforme, quindi, sono una priorità per il Parlamento.
Si è parlato molto della questione della prescrizione. Con la riforma Bonafede era stata eliminata la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, quindi i processi avrebbero potuto anche non finire mai e questo era un errore che voleva rispondere all’esigenza di evitare che la prescrizione impedisse a molte vittime e a molti imputati di avere giustizia. Era, quindi, necessario trovare un punto di equilibrio ed è stato trovato innanzitutto lavorando affinché ci fossero tempi certi per i processi. Questo ha implicato il tagliare i tempi della fase delle indagini e ridurre il numero delle proroghe. Inoltre, il PM che decide di voler ricorrere in appello deve confrontarsi con il GUP, che è un giudice terzo, per verificare se ci sono o meno degli elementi reali per riuscire a cambiare la sentenza in appello.
L’appello deve durare al massimo due anni. Partendo da questo principio, siamo intervenuti affinché, per i reati comuni, il magistrato possa chiedere una proroga di un anno per l’appello e fino ad un anno e sei mesi per la cassazione (dove il tempo del processo deve essere di un anno).
C’è poi un tema che riguarda alcuni reati gravi, che era in parte già affrontato da un emendamento del Governo. Tutti i reati che hanno una pena che arriva all’ergastolo non possono essere prescritti.
A questo si è aggiunta una giusta attenzione per i reati di mafia, terrorismo, violenza sessuale, traffico di droga, per cui il magistrato ha la possibilità di chiedere la proroga dei tempi, motivandola con il numero degli indagati, la complessità delle indagini o la stessa tipologia di reati. Questo per evitare che ci fosse il pericolo, segnalato da molti, che il reato si estinguesse per lo sforamento dei tempi processuali definiti.
Nella riforma del processo penale c’è anche il tentativo di superare l’idea che l’unica pena e l’unica punizione sia il carcere e che l’unica strada per arrivare alla giustizia penale sia il processo. Per questo abbiamo insistito affinché si introducessero i riti alternativi come la mediazione, il patteggiamento, la messa in prova, la giustizia riparativa perché una serie di reati bagatellari venissero sanzionati con delle contravvenzioni. Questo può avere anche un’influenza positiva perché c’è la necessità di ridurre le presenze in carcere e mettere in campo un sistema di punizioni che consentano la rieducazione e il reinserimento sociale.
C’è poi un altro problema aperto che riguarda la riforma del CSM. Di fronte a ciò che è successo e che hanno riportato le cronache - la vicenda di Palamara e il fatto che quelle vicende abbiano di fatto screditato la magistratura, che è un organo costituzionale per noi fondamentale – era evidente che ci fosse bisogno di una riforma del CSM. Il tema principale credo che sia quello di riuscire a fare in modo che non siano sempre i giudici a giudicare i giudici stessi.
C’è poi la riforma del processo civile su cui stiamo lavorando e che è molto più tecnica ma non dovrebbe essere oggetto di significative polemiche politiche e comporta una serie di scelte che cambieranno in maniera significativa le abitudini di chi lavora.
Il tema in questo ambito sono gli uffici del processo e le persone che affianchino i giudici, in quanto il problema fondamentale del processo civile è che non ci sono abbastanza giudici per smaltire tutto il lavoro che c’è da fare. I giudici sono fondamentali per scrivere le sentenze ma se fanno una serie di altre cose, è evidente che si creano ritardi. Con la digitalizzazione, gli uffici del processo e le assunzioni abbiamo cercato di fare in modo che i giudici possano dedicarsi di più a emettere sentenze.
Abbiamo dato la delega al Governo affinché stabilisca il principio per cui una parte consistenti di cause civili vengano discusse dal giudice di pace. Anche questo serve per aumentare il numero delle cause che possono essere risolte in tempi brevi. Un altro tema è, infatti, quello dell’incentivare la mediazione e fare in modo che le cause civili che vadano a giudizio siano il meno possibile.
Digitalizzazione e uscire dall’idea che tutto si risolva andando a processo perché ci sono riti alternativi, come la mediazione, sono i temi cardine su cui credo che si stia facendo una buona riforma della giustizia.

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