Il coronavirus scopre le carceri

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Intervista di La Via Libera.

L'emergenza coronavirus porta alla ribalta un vecchio problema del sistema carcerario: il sovraffollamento. Molti denunciano la gravità della situazione e chiedono misure di clemenza, mentre il governo ribadisce la linea dura.
Mentre nei luoghi pubblici bisogna tenere la distanza di un metro per ridurre il rischio di contagio da coronavirus, nelle carceri ogni detenuto ha circa tre metri quadri di superficie a disposizione e talvolta in una cella di dieci metri vivono anche sei persone. Si indaga per capire se dietro le proteste degli ultimi giorni ci sia stata una “regia” unica, circola l’ipotesi di rivolte animate dalla criminalità organizzata, ma in molti casi la ragione è più semplice: il malessere di condizioni di vita già difficili, inasprite dalle restrizioni anti-Covid19 previste dal Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria e dal decreto legge dell'8 marzo. Chi è in semilibertà non può uscire dal carcere fino al 31 maggio e i colloqui coi familiari sono sospesi fino al 22 marzo. A queste restrizioni si aggiunge la paura di ammalarsi, dato lo spazio poco salubre, le celle sovraffollate e l’assistenza sanitaria sotto gli standard previsti. Così su Internet sarebbero girati, nei giorni prima degli ultimi fatti, appelli a protestare con la “battitura” delle sbarre, un metodo di protesta usato dai detenuti per attirare l’attenzione sui loro problemi.
"Deve essere chiaro che ogni protesta attraverso la violenza è solo da condannare e non porterà ad alcun risultato", ha dichiarato lunedì il guardasigilli. Mercoledì al parlamento ha ribadito che "lo Stato non indietreggia di un centimetro di fronte all'illegalità".
"Come associazione Antigone non ci permettiamo di pronunciare parole che generano false aspettative, poi delusione e rabbia – spiega Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’associazione –, soprattutto in questa fase storica in cui si parla soprattutto di certezza della pena". Lo stesso concetto è stato espresso dal deputato Pd Walter Verini alla Camera mercoledì pomeriggio. “Amnistia e indulto non sono le risposte da dare dopo le proteste”, dichiara a lavialibera il senatore Franco Mirabelli.
Le soluzioni suggerite in questa fase sono diverse. “Bisogna allargare il flusso di detenuti in uscita inserendo chi ha problemi di salute che potrebbero essere aggravati dal coronavirus – spiega la coordinatrice di Antigone –. Inoltre le misure dentro-fuori, come la semilibertà e la possibilità di lavorare all’esterno facendo ritorno in carcere la sera, non devono diventare ‘tutto dentro’, ma devono essere trasformate in ‘tutto fuori’ con un affidamento in prova, ad esempio, o con una licenza per le settimane dell’emergenza, come a Napoli”. Nella città partenopea il Tribunale di sorveglianza ha permesso ai detenuti in regime di semilibertà di rimanere a casa, uscire per lavorare o svolgere volontariato sottoponendosi ai controlli regolari ed evitando di frequentare pregiudicati.
Il senatore Pd Mirabelli guarda invece all’esempio del Tribunale di Sorveglianza di Milano: “Sta impostando un percorso con cui i detenuti malati andrebbero in comunità o ai domiciliari e chi ha la possibilità di lavorare all’esterno possa sottoporsi all’affidamento in prova”, cioè scontare la pena fuori dal carcere per un periodo al termine del quale viene valutato l’esito. Il Pd propone inoltre un’altra misura: “Bisognerebbe concedere i domiciliari per i detenuti a fine pena e valutare soluzioni alternative per chi è in attesa di giudizio”.

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