Riflessioni sulla ‘ndrangheta al Nord dopo l’inchiesta Aemilia

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Provo a dare un contributo per ciò che abbiamo capito in questi due anni di lavoro in Commissione Parlamentare Antimafia, in cui la questione della presenza delle mafie al Nord è stata scelta come una delle priorità di cui occuparci.
Molte delle cose che racconterò, le ritroviamo nell’inchiesta Aemilia che coinvolge anche il territorio di Mantova e che abbiamo osservato in molte delle inchieste che a Como, Lecco e a Milano si sono sviluppate in questi ultimi mesi, producendo anche molti successi dello Stato. La mafia e la ‘ndrangheta, infatti, sono forti ma lo Stato ha saputo intervenire e ha saputo investigare e dare colpi importanti che ci hanno consentito di capire meglio questa realtà.
Sulla base di quanto emerso dagli ultimi studi presentati, a mio avviso, è possibile avere un quadro diverso rispetto all’idea che avevamo anni fa, secondo cui la ‘ndrangheta al Nord era rappresentata dalla persona che mentre era arrivata per un soggiorno obbligato trafficava e si infiltrava in qualche Pubblica Amministrazione o in qualche impresa oppure dall’altra parte il colletto bianco che arrivava dalla Calabria con la valigetta piena di soldi frutto della vendita della droga per investirli in borsa.
Purtroppo la cosa è molto diversa e complessa: il Procuratore Nazionale Antimafia, presentando la Relazione sul 2014, ha detto che l’inchiesta Aemilia, con oltre 160 arresti è un’inchiesta storica perché dice che dobbiamo capire che pensavano di avere a che fare con terre immuni da un radicamento ‘ndranghetista o mafioso e invece non è così. In realtà non possiamo più parlare di infiltrazioni mafiose o ‘ndranghetiste ma dobbiamo sapere che l’inchiesta Aemilia, così come altre inchieste, ci dicono che la ‘ndrangheta è insediata qui su questi territori ed è in grado di gestire un pezzo dell’economia privata e un pezzo del mondo delle professioni di questi territori.

La prima cosa da fare, quindi, è capire e convincerci che la ‘ndrangheta c’è e non è un incidente ma è insediata, fortemente presente e capace di condizionare non solo il mondo economico ma anche la vita civile e, spesso, anche la vita sociale.
Personalmente sono rimasto molto colpito del fatto che nel Comune di Brescello ci sia stata una manifestazione a favore del Sindaco che avevamo attaccato e di cui avevamo richiesto le dimissioni perché aveva spiegato che Grande Aracri, arrestato in quell’inchiesta perché capo della famiglia che comandava tutti i traffici, era in fondo una brava persona. La manifestazione di fatto ha dimostrato la capacità di insediamento della ‘ndrangheta.
Quando parliamo di presenza forte della ‘ndrangheta e in particolare nel mondo della sanità, parliamo di un’opportunità che la ‘ndrangheta si gioca sicuramente dal punto di vista economico ma anche molto dal punto di vista del prestigio personale e molto anche dal punto di vista di assumere un ruolo sociale.
Questa non è un’infiltrazione ma è qualcosa di più: è una capacità di insediarsi in gangli importanti della nostra convivenza.
Purtroppo, però, dobbiamo sapere che la percezione che c’è anche dopo questa inchiesta nell’opinione pubblica è assolutamente distante dalla realtà: non c’è la percezione reale della pericolosità che oggi è costituita dalla ‘ndrangheta.
La ‘ndrangheta non spara, non ruba i portafogli, non entra nelle case a portare via i beni personali e, quindi, non si ha la percezione della pericolosità e di quanto invece questo mostro criminale possa colpire e limitare le nostre libertà e la nostra democrazia, a partire da quella economica.

Non voglio drammatizzare, anzi, penso che si possa sconfiggere la ‘ndrangheta e stiamo mettendo in campo gli strumenti per farlo. Il fatto che ci sano state delle inchieste e 160 arresti dimostra che si può battere la ‘ndrangheta, però, dobbiamo essere consapevoli di che cos’è.
A Mantova, come nel resto della Lombardia e del Piemonte e in gran parte del Nord Italia la criminalità organizzata prevalente, infatti, è la ‘ndrangheta.
La ‘ndrangheta ha una struttura antica, che ha saputo rinnovarsi ma che nella sostanza è la struttura di un’organizzazione criminale che fonda il proprio cervello in Calabria, nelle diverse “locali” che a seconda della provenienza definiscono la ‘ndrangheta calabrese. Tutte queste “locali” hanno una loro autonomia ma hanno anche un rapporto diretto con la casa madre e, ogni volta che si presenta un problema di difficile soluzione, è la casa madre a decidere. Le diramazioni delle “locali” sono in Lombardia, Piemonte, Canada, Germania… La direzione però resta fortemente centralizzata.
Inoltre, la forza della ‘ndrangheta è data anche da altri due fenomeni: innanzitutto la ‘ndrangheta ha una disponibilità di denaro enorme che è data dal fatto che è l’unica organizzazione criminale a cui è sufficiente alzare il telefono per far arrivare tonnellate di droga, senza bisogno di garanzie o altro. Poi c’è il fatto che la ‘ndrangheta ha una struttura familiare e questo rende difficile attaccarla nel modo in cui invece è stata aggredita la mafia siciliana: la mafia è stata in parte sconfitta grazie al fenomeno del pentitismo mentre contro la ‘ndrangheta è più difficile perché pentirsi significa accusare familiari e, quindi, diventa più complicato.
Queste sono le caratteristiche che la ‘ndrangheta ha assunto negli ultimi anni nel Nord.

L’inchiesta che ha coinvolto Mantova ha fatto emergere alcuni elementi in più che erano in parte contenuti in alcuni studi che avevamo fatto. Innanzitutto, vi è il fatto che la particolarità dell’insediamento ‘ndranghetista in Emilia e in parte nel mantovano è che non ci sono le diverse “locali” ma ce n’è una sola che è legata alla famiglia Grande Acracri che dirige le attività con un metodo mafioso ma con un’idea diversa rispetto a quella che c’è al Sud: a Mantova non interessava aggredire i soldi pubblici e gli appalti pubblici ma aggredire l’economia privata, contare nell’economia privata, diventare impresa nell’economia privata e allargare la zona grigia in cui ci sono imprenditori e professionisti con cui la ‘ndrangheta è in grado di realizzare opportunità reciproche di guadagno.
L’altro punto è quello riguardante i piccoli centri: la ‘ndrangheta si sta insediando in Lombardia nei piccoli centri; la stragrande maggioranza dei beni confiscati è nei piccoli centri perché la scelta è quella di stare lontani dai riflettori e di non dare nell’occhio.
Il tema, quindi, non è quello dell’ndranghetista che arriva con la valigetta piena di soldi e va in borsa a investire i suoi guadagni ma il tema è quello di un metodo mafioso che consente di condizionare il mercato e di condizionare l’economia e, quindi, avere imprese in grado di condizionare l’economia, avere professionisti in grado di agevolare questo compito e avere non una politica che aggiusta gli appalti a favore delle imprese ‘ndranghetiste ma avere una politica che, se serve, sia in grado di garantire l’autorizzazione.
La vicenda mantovana è molto chiara in questo senso: c’è stato il tentativo da parte di un’impresa privata (non si sa se di un ‘ndranghetista o no ma comunque a manovrare è stata la ‘ndrangheta) di riaprire un intervento urbanistico, utilizzando la corruzione di alti funzionari (inizialmente vi è stato il tentativo di condizionare addirittura il Presidente della Corte del Consiglio di Stato e poi il tentativo di convincere il Governo di cambiare alcune norme).
In tutto questo il vantaggio del sindaco era più da professionista che da sindaco perché consisteva nel far lavorare il suo studio professionale dentro ad una lottizzazione di quel tipo.
La ‘ndrangheta fa questo: sistema e mette insieme interessi diversi per ottenere un risultato (che non è quasi mai l’arricchimento personale).

Nando Dalla Chiesa con l’Università degli Studi di Milano ha fatto un interessantissimo studio che è contenuto nel Secondo Rapporto sulle Mafie al Nord presentato nei giorni scorsi alla Commissione Parlamentare Antimafia in cui ha segnalato tutti i nomi dei capi della ‘ndrangheta che sono stati arrestati negli ultimi anni nelle varie inchieste e accanto ha scritto il mestiere che svolgevano ed è emerso che la maggioranza di essi sono garagisti, autisti di camion o di ruspe e scavatori; le loro mogli svolgono attività come donne di servizio. Gratteri afferma che il capo della ‘ndrangheta è colui che la domenica mattina si trova al mercato del suo paese in Calabria a vendere gli uccelli.
La ‘ndrangheta, quindi, lavora producendo convenienze per le imprese, per gli imprenditori, per i professionisti e l’obiettivo non è l’arricchimento personale ma è accrescere potere, avere la forza per determinare ciò che succede.
Noi non l’avevamo immaginata così: prima pensavamo che la ‘ndrangheta sparasse, adesso la immaginiamo come l’organizzazione che va in giro ad investire denaro mentre, invece, è qualcosa di peggio e di più difficile da trovare e da scoprire.
A Valmadrera, in cui è stato coinvolto un sindaco del PD, la cifra di cui si parlava era intorno alle 5.000 euro da dividere su più persone, quindi non era un problema di soldi, ma si trattava di affermare il fatto che la ‘ndrangheta voleva dimostrare di essere talmente capace di condizionare le cose che sarebbe stata la famiglia ‘ndranghetista nota e conosciuta a gestire il chiosco sulle rive del Lago che d’estate diventa il cuore della vita di tutto il paese.
Questo è ciò che sta succedendo.

La crisi poi ha aiutato la ‘ndrangheta.
Ci sono sicuramente molte aziende che sono entrate nel circuito della ‘ndrangheta con i metodi tradizionali delle estorsioni, dell’intimidazione, del pizzo e dell’usura ma ci sono anche tanti imprenditori che hanno cercato la ‘ndrangheta per avere credito o per andare a recuperare dei crediti da altre aziende, pensando poi di poter restituire tutto mentre invece si sono ritrovati parte del sistema ‘ndranghetista.
Anche qui c’è omertà. Gli stessi imprenditori che all’inizio hanno cercato la ‘ndrangheta ma che poi ne sono diventati vittime (dimostrato anche dalle intercettazioni telefoniche contenute nelle inchieste) e a cui è stato poi chiesto di denunciare non lo hanno fatto e si sono ritrovati anch’essi accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e sono stati rinviati a giudizio.
Questo è il preoccupante quadro che emerge dalle inchieste.

Oggi, comunque, sappiamo queste cose perché c’è stata una straordinaria capacità investigativa e una straordinaria capacità delle forze dell’ordine di guardare dentro alle cose. Tuttavia non è sufficiente che dentro alle cose guardino le forze dell’ordine.
Occorre fare alcune cose.
Sul caso di Mantova, innanzitutto, non penso che sia accettabile che resti sindaco una persona a cui sono state addebitate le accuse che abbiamo letto sui giornali e dalle intercettazioni. Trovo incredibile che il sindaco, con questo quadro, non abbia dato le dimissioni. Penso anche, però, che sarebbe importante per la città se tutta la politica (non solo il PD) lanciasse un messaggio prendendo le distanze attraverso lo scioglimento del Consiglio Comunale perché si sceglie di combattere la ‘ndrangheta. In Regione Lombardia, in seguito alla vicenda Zambetti, le opposizioni lo hanno fatto insieme alla Lega che era in maggioranza. Questa deve essere la proposta, in cui tutti prendono le distanze e chi non lo fa, deve spiegare perché non lo fa.
Oggi, con la legislazione italiana c’è un Consiglio Comunale eletto in rapporto al sindaco. Non possiamo, quindi, tollerare che ci sia un sindaco in quelle condizioni perché altrimenti significa accettare quel sistema.
In secondo luogo, occorre convincere le persone che le cose stanno come prima raccontavo: bisogna evitare che prosegua questa distanza enorme tra la scarsa percezione della pericolosità della ‘ndrangheta da parte dei cittadini e quella che è la realtà.
Inoltre, c’è poi un lavoro da fare che riguarda la politica: bisogna mettere in sicurezza la Pubblica Amministrazione. Sapere che non si è immuni, prenderne consapevolezza è importante perché implica il provare a ragionare un po’ di più su cosa accade, su come mai un politico o un funzionario fanno determinate cose. Vuol dire fermarsi un attimo di più a capire che alcune ambiguità vanno subito risolte. Vuol dire che ci sono alcune persone in alcuni posti dentro le amministrazioni comunali che non devono ricoprire la stessa carica per troppi anni.

In questo periodo si stanno facendo cose importanti anche a livello nazionale. Su Expo sono stati fatti dei protocolli con cui si è riusciti ad interdire 42 aziende dagli appalti e, quindi, significa che i controlli messi in campo funzionano e che si stanno utilizzando anche nelle altre grandi opere pubbliche. E poi l’informatizzazione delle banche dati contenenti le informazioni, l’accesso ai cantieri per i controlli su aziende, persone e macchinari che entrano…
Inoltre, abbiamo approvato le modiche all’articolo 416ter del codice penale per punire il voto di scambio (inteso come voto in cambio di favori), abbiamo introdotto il reato di autoriciclaggio, è stata costituita l’Autorità Nazionale Anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone che si occupa di fare prevenzione sugli appalti e verifica prima i capitolati. La corruzione non è necessariamente legata alla criminalità organizzata ma sicuramente costituisce un terreno fertile per le mafie.
Inoltre vi è una legge che andremo a discutere nelle prossime settimane contro la corruzione con cui si stabiliscono delle pene consone alla gravità del reato.

Per concludere, però, a mio avviso, vorrei segnalare che per contrastare la criminalità organizzata non è sufficiente la politica. Occorre anche che le parti sociali e sindacali e le associazioni di categoria facciano la propria parte. A Modena, con la Commissione Antimafia, lo abbiamo detto alle parti sociali che abbiamo incontrato. Anche questi organismi, infatti, devono comprendere che c’è un problema e su questo tutti devono alzare il livello dell’attenzione e ciascuno deve fare la propria parte. Altrimenti la ‘ndrangheta si sposta dai settori in cui si alzano le barriere ad altri dove non ne trova.
Oggi, il sostituto procuratore che ha curato l’inchiesta Aemilia ha spiegato che la ‘ndrangheta mira a condizionare l’economia privata e non le scelte politiche e allora occorre che cambi anche il livello di attenzione in questo ambito perché nessuno è immune.
Per cui se qualcuno chiede che nella propria associazione di categoria non vi sia iscritta un’azienda perché è di un noto ‘ndranghetista, questa associazione non può rispondere che, siccome è un’impresa importante e porta molti soldi e contributi, è giusto che ci sia.
Così come non deve più accadere che un avvocato iscritto all’Ordine di Palermo e espulso perché condannato per associazione mafiosa, dopo qualche mese possa iscriversi all’Ordine professionale di Caltanissetta e riprendere a esercitare la professione come se niente fosse.
Credo, invece, che ci voglia lo stesso coraggio che ha avuto Confindustria della Sicilia così come altre associazioni del Mezzogiorno e fare protocolli seri per individuare i segnali di pericolo e operare immediatamente per fermare le cose.
Non ci deve essere ambiguità, ci deve essere piena trasparenza.
Il garantismo è importante ma ci sono alcuni settori in cui occorre un’attenzione straordinaria e oggi la priorità è battere la ‘ndrangheta.

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