Carceri: la pena è ancora rieducativa?

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Interventi alla videoconferenza “Carceri: la pena è ancora rieducativa?” organizzata dalle Donne Democratiche e dal PD del Municipio 6 di Milano (video).

Non è semplice ma credo che sia sempre importante e utile accendere i riflettori sul carcere.
Il carcere è un luogo in cui in Italia stanno 55mila persone, di cui credo che dobbiamo farci carico.
Troppo spesso nell’opinione pubblica prevale una cultura semplificata secondo la quale in carcere ci stanno le persone che devono essere punite, per cui il carcere diventa una sorta di luogo in cui la società si vendica oppure c’è l’idea che comunque il carcere sia un luogo in cui si scaricano alcuni problemi criminali e sociale e li si lasciano lì.
Innanzitutto credo, invece, che il carcere debba esser l’estrema ratio.
In questi giorni stiamo ragionando sulla riforma del processo penale e credo che si debba insistere molto sulla giustizia riparativa, sulle pene alternative perché davvero il carcere deve essere l’ultima ratio.
Penso anche che il carcere debba essere un luogo che, come prevede la nostra Costituzione, sia di rieducazione, di recupero, di possibilità e opportunità per chi ci va di potersi reinserire nella società, una volta scontata la pena.
Credo, però, che bisogna creare le condizioni affinché questo sia possibile.
Non in tutta Italia e non in tutte le carceri ci sono queste condizioni: ancora troppe carceri hanno strutture totalmente fatiscenti, problemi di sovrappopolazione (cioè più detenuti di quelli che ci potrebbero stare) e, anche dal punto di vista logistico, le condizioni per poter lavorare con i detenuti e poter riempire le loro giornate con delle opportunità ci sono in pochi posti.
In questi giorni, oltre alla riforma del processo penale con proposte per la giustizia riparativa e le pene alternative per cercare di non vedere il carcere come l’unica soluzione per chi sbaglia, si sta facendo un salto di qualità nel ragionamento sui progetti del Recovery Plan.
Troppo spesso, infatti, abbiamo pensato all’edilizia carceraria esclusivamente come ad un modo per fare più carceri e poter ospitare più detenuti e, quindi, dare una risposta totalmente dentro alla logica dello spostare sulle carceri i problemi.
Oggi, con il Recovery Plan, si sta facendo una scelta diversa per orientare gli investimenti per implementare 8 strutture carcerarie, non solo per aumentare i posti ma principalmente per aumentare gli spazi per i trattamenti, cioè in cui poter lavorare, studiare, fare aggregazione per fare, dunque, ciò che penso sia necessario, cioè dare opportunità.
In questi giorni ci sono altre discussioni per cui temo che anche queste vicende saranno molto segnate dalla propaganda sull’ergastolo ostativo o altre tematiche.
Penso, quindi, che iniziative come questa servano a spiegare a cosa serve la pena.
I reati vanno pagati, le pene vanno scontate però c’è modo e modo.
Nel video che è stato presentato, a me ha colpito una frase di un detenuto che dice che se ci fossero gli spazi in carcere per avere possibilità di socialità, amicizia e di incontro, il mondo sarebbe migliore. Penso che questo sia vero.
Se il carcere aiuta le persone e non diventa invece un veicolo di riproduzione di violenza, questo ha un impatto positivo sulla società: è dimostrato che chi ha le pene alternative e chi ha percorsi carcerari ricchi di opportunità difficilmente torna a delinquere e i tassi di recidività sono bassi.
Ad oggi, ci sono 1000 persone che da 6 mesi sono in semi-libertà, cioè che possono stare fuori dal carcere per lavorare senza dover tornare dentro la sera. Questo è stato possibile grazie alle misure prese durante la pandemia per limitare le possibilità di contagi interni al carcere.
Da parte di queste persone non risultano esserci stati reati in più, non risultano fughe o violazioni delle regole. Penso che su questo, quindi, dobbiamo riflettere e agire di conseguenza.
Davvero il mondo può essere migliore se aiutiamo e facciamo del carcere un luogo di costruzione di opportunità.

Video dell’intervento» 

Con questo Governo, come già avevamo fatto con quello precedente, stiamo provando a lavorare nella direzione che ho cercato di spiegare, cioè per mettere in campo una serie di proposte che migliorino le condizioni in carcere.
Penso che questo sia davvero il tema da affrontare.
Alla fine della pandemia, se guarderemo ad alcune esperienze che si sono fatte in questi mesi, grazie a norme per interventi emergenziali, potremo prendere atto del fatto che si possono mettere in campo alcune iniziative per migliorare la condizione di chi sta in carcere e anche per fare stare meno persone in carcere.

Grazie al Direttore Siciliano e ad un’associazione, ho fatto delle esperienze nel settore del carcere di San Vittore a Milano in cui lavora la ASL perché ci sono molti detenuti tossicodipendenti.
Ci siamo incontrati e, ben prima della pandemia, i detenuti hanno manifestato la difficoltà che avevano nel tenere i rapporti con le famiglie: c’erano persone con figli minori che non riuscivano a salutare la mattina ma potevano sentirli solo una volta alla settimana, persone con genitori anziani in ospedale che potevano sentire o essere aggiornati sulle loro condizioni solo una volta alla settimana. Da queste questioni che sono state poste, siamo partiti: abbiamo fatto un semplice emendamento ad un decreto, che è stato poi approvato, e adesso è norma il fatto che chi ha figli minori o disabili o genitori in stato di salute difficile, anche quando sarà finita la pandemia, potrà sentire al telefono i familiari tutti i giorni, nelle forme e nei modi disponibili. Con la pandemia, la comunicazione esterna è stata favorita non essendo più possibili i colloqui.
Credo che queste siano cose importanti che possono migliorare le condizioni di vita, come penso che lo sia lavorare per ampliare le pene alternative o per aumentare il personale sia dentro che fuori dal carcere che si occupi del trattamento (assistenti sociali, le persone che gestiscono i progetti e le opportunità di lavoro).
La pandemia è una fase molto difficile da vivere in carcere: oggettivamente, chi è rimasto dentro ha sofferto di più, perché le celle sono rimaste chiuse; la difficoltà di muoversi e avere opportunità formative o di lavoro si è molto ridotta.
Credo che dobbiamo tenere conto di tutto questo e, appena sarà possibile, andrà valutata ad esempio la possibilità di aumentare lo sconto di pena per la buona condotta: oggi è prevista una riduzione di 45 giorni ogni 6 mesi; si potrebbe aumentare di 15 giorni e portare, quindi, a 60 giorni (come è adesso per l’emergenza della pandemia), per consentire a chi si è comportato bene di uscire prima.
Così come occorre valutare bene il percorso di quei 1000 detenuti che sono in semi-libertà e che, grazie a un emendamento del PD, con la pandemia sono potuti restare fuori dal carcere, perché durante la pandemia pensare che delle persone potessero entrare e uscire dal carcere ogni giorno comportava problemi ma in questo modo si sono anche liberati spazi per le quarantene e per affrontare il covid in carcere.
Anche la misura degli arresti domiciliari, concessi in questa emergenza sanitaria a chi aveva ancora da scontare 18 mesi, ha funzionato, non ha prodotto problemi.
Tutto questo va valutato per capire che provvedimenti si possono prendere anche al di fuori dell’emergenza sanitaria.
Queste norme, ovviamente, non sono applicate ai mafiosi o a chi è in carcere in regime di alta sicurezza o a chi, pur potendo avere benefici, necessita di molta attenzione per evitare che questo consenta di far rientrare queste persone in rapporto con le loro organizzazioni criminali.

Video dell’intervento» 

Su questi temi ci vuole attenzione.
Bisogna sapere che c’è uno scontro politico e c’è una diversità enorme di vedute rispetto al carcere, a cos’è il carcere, alla funzione della pena.
La Costituzione dedica due articoli alla materia del carcere e spiega bene che la funzione è quella del reinserimento sociale.
Nessuno mette in discussione il fatto che si debbano pagare le conseguenze dei propri errori: bisogna sapere che i propri errori meritano quelle conseguenze ma il percorso da intraprendere deve essere riabilitativo, di reinserimento, per evitare che chi sta in carcere esca, anche dal punto di vista criminale, peggio di quando è entrato.
Ci sono persone che stanno in carcere per reati bagatellari con pene di un anno di reclusione, che hanno violato la legge magari anche per fame e poi, dentro al carcere, se perdiamo di vista la funzione delle pene, rischiano di entrare davvero nei circuiti criminali.
Questo ragionamento, che dovrebbe essere scontato, in realtà si scontra con la demagogia e la propaganda di chi parla alla pancia, di chi continuamente spiega che bisogna buttare via le chiavi, dando l’idea che il carcere sia un posto in cui si scaricano i problemi e le persone per non occuparsene più.
C’è, quindi, una battaglia da fare.
È una battaglia più complicata se guardiamo alla composizione della nuova maggioranza di Governo ma anche nella precedente non è stato semplice mettere in campo gli interventi che abbiamo fatto per ridurre la presenza in carcere, perché abbiamo trovato molte resistenze.
Ora, con la Lega, è più difficile fare ragionamenti di questo tipo.
Sono comunque ottimista sulla prossima fase perché la Ministra Cartabia, da questo punto di vista, ha una grande sensibilità e non fa mai mancare il suo richiamo.
Recentemente, questo Governo - pur con la Lega dentro - nel Decreto delle proroghe dei termini ha appunto prorogato tutte le misure che avevamo preso sulla semi-libertà e gli arresti domiciliari e questo è un fatto positivo che è stato ottenuto grazie all’impegno della Ministra della Giustizia.
Bisogna lavorare in questa direzione.
Tutto quello che faremo nei prossimi mesi sarà importante, sia come spenderemo le risorse del Recovery Fund sui progetti dedicati al carcere, sia come faremo la riforma del processo penale, perché lì davvero possiamo ridurre il numero delle persone che vanno a scontare la pena in carcere.
La certezza della pena, comunque, non deve essere messa in discussione mai ma bisogna sapere qual è la funzione e la finalità della pena, che non è quella di vendicarsi o togliere di mezzo delle persone che danno fastidio e poi non occuparsene più. Su questo dobbiamo continuare a lavorare.
Da quando mi occupo di questi temi, sia a San Vittore che a Bollate o Opera, anche grazie al Direttore Siciliano, vedo che si stanno moltiplicando esperienze positive e una cultura importante sui trattamenti all’interno del carcere.
Purtroppo non è così in tutta Italia. Ci sono carceri in cui devono ancora portare l’acqua con le autobotti, come quello di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano, oppure dove ci sono state vicende non positive rispetto al modo in cui si gestisce il carcere, però nella nostra realtà ci sono diverse buone pratiche a cui fare riferimento.

Video dell’intervento» 

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