Recovery Fund e il rischio criminale

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Intervento all'incontro organizzato dal Circolo PD Enzo Biagi di Milano a cui sono intervenuti anche Alessandra Dolci (Responsabile Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Milano), Federico Ferri (Responsabile dipartimento Legalità e Lotta alle Mafie del PD Milano Metropolitano) e Rosario Pantaleo (Consigliere Comunale) - Video

Credo che sia importante discutere e affrontare il tema delle mafie anche perché abbiamo bisogno, sia come politica che come società, di tenere viva l’attenzione sui temi del contrasto alla criminalità. È giusto, quindi, ricordare ad un’opinione pubblica che troppo spesso è indifferente a questi temi - anche perché siamo di fronte ad un allarme sociale molto basso - che invece c’è una criminalità organizzata molto aggressiva, che cerca di aggredire l’economia legale.
La Relazione Conclusiva dei lavori della Commissione Parlamentare Antimafia della scorsa Legislatura e ora anche il Procuratore di Venezia hanno esplicitato che le mafie non si infiltrano soltanto ma si insediano sui territori, anche qui nel Nord, in Lombardia, in Veneto e in tutto il Paese.
È giusto, quindi, fare iniziative per ricordare che c’è una minaccia seria per la nostra economia e per la nostra stessa democrazia rappresentata dalla criminalità organizzata che, di fronte ad una crisi e ancora di più di fronte alla crisi generata dalla pandemia, si è trovata nella condizione di poterla sfruttare, così come aveva sfruttato la crisi economica del 2008, per cercare di pesare di più e insediarsi di più nell’economia utilizzando i soldi derivati da attività illecite.
Al Nord era successo questo e rischia di nuovo di accadere ora.
In una fase in cui l’economia va male, le imprese sono in difficoltà ed è difficile trovare il credito, le mafie hanno la grande opportunità di proporsi per offrire servizi a imprenditori o disperati o perché pensano che per loro sia conveniente.
I servizi offerti dalle mafie sono finanziamenti, recupero crediti, accelerare qualche pratica amministrativa. Le mafie, in questo modo, entrano in contatto e penetrano l’economia e spesso si appropriano delle imprese con cui vengono in contatto.
Se guardiamo alla situazione molto grave in cui si trovano tanti commercianti o le imprese di ristorazione o che si occupano di servizi per il tempo libero che sono chiuse ormai da un anno, c’è un rischio molto concreto che le mafie se ne approprino.
Questo è il quadro che abbiamo davanti e sono le prime cose che dobbiamo contrastare.
Le forze dell’ordine e gli inquirenti stanno lavorando per contrastare tutto questo ma da soli non bastano: ci vuole attenzione da parte della società e collaborazione da parte delle diverse associazioni di categoria.
In Prefettura a Milano c’è un tavolo permanente organizzato dal Prefetto a cui partecipano i magistrati, le associazioni dei commercianti e degli imprenditori per monitorare costantemente le anomalie e cercare di contrastare eventualmente questi tentativi della criminalità organizzata.
È evidente che per contrastare la criminalità organizzata su questo e anche su un altro fronte, che magari a Milano è meno presente ma che invece al Sud c’è, cioè di utilizzare i soldi che provengono dai traffici illeciti per alimentare una sorta di welfare alternativo per garantire sostegno alle famiglie di un’economia sommersa che hanno perso il reddito con la pandemia.
Per contrastare queste cose, serve togliere spazio e questo vuol dire, ad esempio, garantire un reddito di emergenza alle famiglie che hanno perso il reddito e sono nell’emergenza; vuol dire aiutare il più possibile, come si è cercato di fare sia con il credito che con i ristori, l’economia e quindi le singole imprese, proprio per togliere spazio alla criminalità.
Sul Recovery Fund sono preoccupato il giusto, come molti, come il Procuratore Nazionale Antimafia che lancia spesso l’allarme rispetto alla necessità di mettere in sicurezza rispetto all’aggressione mafiosa i soldi che arriveranno dall’Europa. Credo che questo sia importante e bisogna, quindi, alzare l’attenzione. Bisogna sapere che stiamo parlando comunque di risorse che andranno a finanziare progetti precisi che saranno verificati costantemente anche dall’Europa: non sono soldi dati a pioggia. Dovremo attrezzarci per fare in modo che quei soldi non vadano ad alimentare il lavoro o appalti nelle mani di società riconducibili alla criminalità organizzata. C’è, quindi, la questione delle interdittive, di attrezzare le Prefetture per avere le banche dati che comunichino tra di loro per avere la possibilità di verificare davvero chi sono i soci delle diverse imprese per verificare prima i possibili collegamenti con le mafie.
C’è innanzitutto una questione politica. La cosa che davvero non dobbiamo fare - e qualcuno lo sta facendo - è il contrapporre continuamente la necessità di garantire regole - e quindi tutele di legalità - alla necessità di accelerare le opere.
Continua a circolare l’idea per cui si può rinunciare a un po’ alle tutele di legalità, alle misure che garantiscono contro le presenze mafiose nelle attività economiche in nome di una ripartenza dell’economia e credo che sia una cosa pericolosa.
Qualcuno ha calcolato che nei Paesi in cui ci sono regole serie che garantiscono gli appalti e le procedure rispetto alla corruzione, vanno più in fretta e vanno in porto il 25% di lavori in più rispetto a dove c’è la corruzione e problemi di legalità. Le due cose, quindi, vanno tenute insieme.
Dobbiamo garantire che le opere che si facciano; noi abbiamo bisogno di farle entro il 2026 e non siamo un Paese capace di mettere rapidamente a terra i soldi neanche quando ci sono.
Il Recovery Fund sono 209 miliardi da mettere a terra e bisogna fare in fretta ma si può farlo senza abbassare le tutele di legalità, come abbiamo fatto in altre occasioni.
A Milano siamo stati protagonisti di una vicenda come quella di Expo. Ad un certo punto sembrava che non avremmo potuto realizzare l’evento e si presero una serie di provvedimenti per accelerare le opere e per garantire la legalità e si fecero una serie di interventi innovativi, come il gruppo interforze che andava a verificare chi lavorava nei cantieri e ci furono molte interdittive antimafia grazie a quel lavoro.
Velocità e legalità vanno tenute insieme: questa è una questione di principio su cui non possiamo derogare. Se passa l’idea che si può avere meno tutele di legalità in nome di accelerare le opere, rischiamo di fare dei danni veri.
Uno dei filoni principali su cui saranno finanziate iniziative con il Recovery Fund è la Sanità dove le mafie hanno dimostrato una grande capacità di penetrazione, non solo per guadagnare soldi ma anche per garantirsi una sorta di legittimazione e consenso sociale e quello sarà un altro punto su cui occorrerà accendere i riflettori e fare grande attenzione.
Sono convinto che in Italia ci siano le norme migliori al mondo per contrastare le mafie, gli investigatori, la magistratura e le forze dell’ordine più preparate a contrastare le mafie ma politica, società e categorie imprenditoriali devono sapere che non basta e devono tenere acceso il riflettore e continuare a mettere in guardia rispetto ai rischi che ci sono di penetrazione delle mafie sulle opere che saranno finanziate con il Recovery Fund.

Penso che la questione dalla presa di coscienza della presenza mafiosa sui territori sia fondamentale.
Non credo che sia un problema italiano. C’è una difficoltà generale ad accettare l’idea che le mafie ci sono e sono insediate su diversi territori.
Ci sono politici tedeschi, di città che sono notoriamente colonizzate dalla ‘ndrangheta, che negano il pericolo delle mafie in Germania. Non è, quindi, un problema solo nostro.
È un problema vero quello di accettare l’idea che la criminalità organizzata c’è anche al Nord.
A Cantù c’è stato il rifiuto di ammettere che fosse terra di insediamento ‘ndranghetista e non solo da parte della politica.
A Sedriano, che è il primo Comune lombardo sciolto per mafia, adesso si ricandida il sindaco che molti anni fa fu rimosso a causa dell’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose e quel paese considerava un insulto l’idea che lì ci fosse un insediamento ‘ndranghetista e la rifiutava.
Per questo sono molto importanti le iniziative in cui si parla di mafia.
Le mafie sono un problema di tutti.
Guardando alle inchieste emiliane e lombarde e al rapporto tra imprese e ‘ndrangheta, le convenienze che trovano gli imprenditori nell’avere rapporti con la ‘ndrangheta, si capisce che la ‘ndrangheta non fa questo solo per riciclare i soldi ma per avere in mano grandi aziende che possono garantire tanti subappalti e, quindi, la possibilità di far lavorare molte persone, costruendo così la possibilità di sfruttare quel lavoro e la possibilità di garantirsi anche un consenso sociale.
È qualcosa che non può essere ridotto semplicemente al malaffare al fine di riciclare un po’ di soldi: in alcune realtà c’è un sistema vero e proprio.
A Cantù c’è una locale di ‘ndrangheta che ha subito duri colpi ma che è sempre in piedi e ha un radicamento sociale molto serio.
Noi pensiamo spesso che esistano queste cose soltanto nelle zone di nascita nelle mafie ma non è così e lo dobbiamo sapere.
Sulla questione degli appalti sono abbastanza ottimista, nel senso che forse dovremmo cominciare a guardare alle buone pratiche.
Gli appalti in Italia non funzionano, non danno garanzie né di legalità né di velocità perché ci sono migliaia di centrali appaltanti e non ci sono professionalità, persone che hanno i requisiti per gestire le gare, la progettazione. Questo produce il fatto che gli appalti non si riescono a fare.
A Milano, invece, ci sono due centrali appaltanti, una si occupa delle questioni sociali e l’altra di quelle urbanistiche, e sono fatte da dirigenti con grande professionalità che sono in grado di lavorare presto e bene e questo deve essere preso a modello.
Invece di discutere ogni volta di spostare un po’ più avanti o un po’ più indietro le tutele, bisogna avere poche centrali appaltanti e molto professionalizzate. Questo può consentire di far funzionare meglio le cose.
Un’altra questione riguarda cosa deve fare la politica nei prossimi mesi: bisogna fare assunzioni, mettere le Prefetture nelle condizioni di avere il personale sufficiente per fare in fretta e bene le certificazioni antimafia, utilizzare i fondi del Recovery Fund per rafforzare le banche dati e metterle in comunicazione tra loro. So che il Ministero degli Interni sta lavorando su questo per una rete I-cloud.
Credo che ci sia poi il tema di spostare risorse e personale sul fronte del contrasto alla criminalità organizzata. La Direzione Distrettuale Antimafia funziona e sta facendo cose importanti ma ha personale insufficiente e su questo bisogna intervenire.
Se ci sono le competenze e le norme ma manca il personale, una politica che ha chiaro che il contrasto alle mafie è una priorità deve mettere in campo le risorse per garantire personale adeguato.

Più che ignorare che ci sia la mafia, molti lo rimuovono.
Cisliano o Sedriano sono luoghi in cui il negazionismo è diffuso.
Questo non vuol dire che non sappiano che ci sono le mafie ma il fatto che lo si dica viene percepito come un’offesa alla comunità, un danno reputazionale e questo porta a negare e rimuovere e non aiuta a contrastare le mafie.
Sulla questione internazionale vorrei segnalare che al Parlamento Europeo stanno cominciando a lavorare sul tema delle mafie. La possibilità di riconoscere in tutta l’Unione Europea la confisca preventiva dei beni ai mafiosi è un fatto importante.
In questi anni, con la Commissione Parlamentare Antimafia siamo andati molto all’estero.
Per contrastare le mafie, che ormai hanno assunto una dimensione globale, uno dei terreni di caccia è quello di seguire i soldi, controllare da dove arrivano i finanziamenti.
Ci sono Paesi che hanno scelto di non fare questi controlli e qualunque cosa va bene pur di attrarre il denaro e sono luoghi in cui la ‘ndrangheta investe molto. Siamo stati recentemente negli Stati Uniti e lì i controlli sono molto rigorosi, soprattutto sui finanziamenti che arrivano dall’estero mentre invece il vicino Canada ha la Banca Centrale che ha una filiale alle Isole Cayman e in questa filiale chiunque può depositare e poi i soldi si possono ritirare all’interno dello Stato senza alcun controllo.
Paesi che agiscono così hanno una convenienza economica perché riescono ad attrarre finanziamenti ma si espongono a rischi.
La vicenda canadese l’abbiamo studiata bene in Commissione Antimafia: Toronto ha rifatto l’intero porto e tutta l’area adiacente nel periodo in cui in tutto il resto del mondo non si costruiva perché il settore era in crisi: evidentemente lì sono arrivati capitali che altrove non arrivavano.
La questione delle regole internazionale rispetto al controllo dei finanziamenti è fondamentale se si vuole contrastare la mafia, che è ormai un fenomeno globalizzato e non ha confini.
La ‘ndrangheta è in 53 Paesi del mondo.
Il controllo della circolazione dei soldi è uno strumento fondamentale.

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