I nodi della Giustizia e il futuro di Milano

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Intervento svolto all'evento del Circolo PD Ius Dem (video dell'intervista a cura di Marilù Tamborino).

La Ministra Cartabia ha sicuramente posizioni più “equilibrate” sulla Giustizia di quelle del suo predecessore; anche lei ha sposato il metodo di una consultazione permanente della sua maggioranza, che è molto ampia e in cui si esprimono posizioni molto diverse su molti temi.
In questo la Ministra ha già dimostrato una grande capacità di ascolto, di sintesi e di saper trovare le soluzioni ogni volta che si sono poste questioni potenzialmente divisive, come quelle che si stanno verificando soprattutto alla Camera dei Deputati in questo momento.
Mi pare che siamo partiti con il piede giusto, nel senso che si sono individuate le priorità, che coincidono con quelle individuate dall’Europa per ottenere le risorse del Recovery Fund: riformare la Giustizia Civile e riformare la Giustizia Penale.
Sulla Giustizia Penale era già in corso una discussione in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati mentre quella sul Processo Civile è in Commissione Giustizia al Senato.
Il lavoro parlamentare è partito dai progetti di legge promossi dal Governo precedente ed è ancora in corso. Dobbiamo dare atto alla Ministra di non aver scelto di azzerare la situazione.
Stiamo proseguendo con il lavoro su quei disegni di legge; sono fissate le scadenze degli emendamenti e intanto la Ministra ha messo al lavoro due Commissioni di tecnici per approfondire i due disegni di legge e avanzare altre proposte che in qualche modo li integrino.
Una novità molto positiva è che, al di là delle questioni normative, c’è grande attenzione alla necessità di guardare alle buone pratiche che nel Paese ci sono. Guardando alla Giustizia Civile, ci sono sedi di tribunali in cui ci sono arretrati ormai decennali e sedi in cui non ci sono perché si sono fatte scelte organizzative e di lavoro che hanno consentito di smaltire gli arretrati e di fare Giustizia Civile in tempi accettabili.
L’idea di intervenire sugli aspetti organizzativi per diffondere le buone pratiche a me sembra una buona idea, dal momento in cui i tempi che abbiamo per cominciare a segnare dei risultati, così come ci chiede l’Europa, sono stretti.
Stiamo, infatti, ragionando sia sul penale che sul civile su due leggi delega che hanno bisogno di essere approvate in entrambi i rami del Parlamento e di un ulteriore lavoro da parte del Governo.
L’idea della diffusione delle buone pratiche a me sembra una buona idea, soprattutto per ciò che riguarda il processo civile.
Sul processo penale, il tema centrale è diventato giustamente quello della garanzia di tempi certi e i più brevi possibili per fare i processi.
Grazie al fatto che c’è una maggioranza più ampia diventa difficile agitare la questione della prescrizione come divisiva da intestarsi.
Mi pare che ci sia la percezione complessiva che sicuramente la Riforma Bonafede non va bene perché i processi devono arrivare a conclusione e non possono durare all’infinito e, quindi, si lavora su un disegno di legge che deve garantire tempi certi ai processi.
Poi c’è un tema che riguarda complessivamente la Giustizia e che è il più legato al Recovery Plan, che riguarda un investimento sul personale. Si pensa di assumere personale con caratteristiche e competenze diverse negli Uffici del Processo per aiutare i magistrati a fare più in fretta e aiutare complessivamente il sistema a funzionare meglio.
C’è poi un tema di assunzioni di amministrativi che servirà anche a superare i lavori arretrati.
Inoltre, c’è il problema di adeguare le strutture giudiziarie - e sarà usato anche così il Recovery Fund - per consentire un lavoro più sicuro ma anche per metterle al passo con una serie di necessità che avremo sempre di più nei prossimi anni, come la digitalizzazione. È evidente che l’esperienza di questo anno e mezzo in cui sia per il deposito degli atti, sia per alcuni passaggi processuali si è utilizzato molto il lavoro per via telematica. Questo è uno degli strumenti che abbiamo per velocizzare procedure e non va disperso: abbiamo bisogno di digitalizzare i tribunali, di costruire una rete di i-cloud per formare gli archivi e mettere le banche dati nelle condizioni di dialogare tra loro.
C’è molto da fare; la Ministra ha la percezione che il tempo però sia poco e, quindi, cercheremo di fare queste cose: la riforma del processo civile, la riforma del processo penale e utilizzare le risorse del Recovery Fund per migliorare l’efficienza generale delle strutture dei tribunali.

Quello che sta succedendo al Senato sulla Legge Zan è sotto gli occhi di tutti. C’è un disegno di legge approvato dalla Camera dei Deputati a larga maggioranza, perché lo avevano votato anche deputati di Forza Italia, ed è un provvedimento che punisce l’omotransfobia, i reati di odio rivolti verso i disabili, la misoginia e arricchisce la Legge Mancino di queste categorie.
Non si tratta di introdurre un reato di opinione ma di colpire la violenza con un’aggravante seria quando viene motivata dalla discriminazione per le attitudini sessuali o il genere o la disabilità.
Penso che sia una legge di civiltà. Non è vero ed è stato chiarito che non è una legge che punisce le opinioni ma non si può fare violenza sulle persone motivata dalle condizioni e dalle libere scelte che hanno fatto.
La Lega sta facendo le barricate per impedirci di discutere. Salvini ogni due giorni spiega che le leggi divisive non devono essere discusse in Parlamento. Personalmente, penso che questa sia un’idea della democrazia parlamentare assolutamente stravagante e penso che le leggi si discutono in Parlamento sul merito e su quello ognuno fa le scelte e si assume le sue responsabilità.
La Legge Zan non interviene sul programma di Governo: nasce dal Parlamento e credo che il Parlamento debba essere libero di discuterla e di votarla.

Certamente la Ministra Cartabia ha una sensibilità sui temi del carcere, sul riportare i circuiti penali nell’alveo della Costituzione, cioè valorizzandone la funzione di rieducazione e riabilitazione. La Ministra ha un’attenzione e una cultura molto significativa da questo punto di vista.
Durante la pandemia siamo riusciti ad ottenere alcuni risultati, nonostante un clima politico complicato. Siamo riusciti a far passare alcuni principi, come la possibilità degli arresti domiciliari per chi ancora aveva da scontare 18 mesi; la possibilità per chi ha i permessi di lavoro e permessi esterni al carcere di restare fuori. Tutti questi provvedimenti sono ancora validi fino a fine giugno.
Avevamo presentato altre proposte che riproporremo nei prossimi giorni perché il Consiglio d’Europa ha presentato un rapporto in cui la situazione delle carceri italiane appare molto problematica, con un indice di sovrappopolazione carceraria che è il più alto. Questo significa che vanno fatte delle scelte. Bisogna, ad esempio, investire sulle pene alternative e, quando faremo la riforma del processo penale, dovremo insistere per depenalizzare alcuni reati, trasformarli in contravvenzioni e per incentivare la giustizia riparativa. Penso che ci sia bisogno anche di strutture ma non per aumentare il numero delle celle, piuttosto, come previsto nel Recovery Plan, per allargare gli spazi di trattamento per la rieducazione, per la socialità e il lavoro all’interno delle carceri.
Da subito vorremmo riprendere una proposta che abbiamo già fatto più volte in questi mesi sugli sconti di pena: per buona condotta, ogni detenuto può avere uno sconto di pena di 45 giorni per ogni sei mesi e abbiamo chiesto di aumentarlo a 60 giorni, così che molte persone possano uscire prima. Ovviamente, si tratta di persone che hanno dimostrato di meritarsi l’uscita e questo può essere uno strumento.
Sulle misure riguardanti il carcere, inoltre, abbiamo fatto delle esperienze che forse non avremmo fatto in assenza della pandemia. Queste esperienze mostrano che il migliaio di detenuti che erano in permesso esterno per lavorare e prima della pandemia dovevano rientrare in carcere la sera mentre con le norme per l’emergenza hanno potuto restare fuori, sono comunque rimasti nel circuito penale e hanno continuato a lavorare e a comportarsi bene e nessuno è scappato. Anche su esperienze di questo tipo, quindi, dovremo riflettere di più perché forse anche questi provvedimenti presi in emergenza si possono rendere più strutturali.

Riguardo a un ragionamento su Milano, parto da una cosa che ha detto Beppe Sala nel momento in cui ha annunciato di ricandidarsi a sindaco.
Penso che Sala abbia ragione quando dice che dobbiamo prepararci a vincere per costruire un’esperienza amministrativa che non sia soltanto la continuazione di quella in corso.
In questi cinque anni l’amministrazione ha fatto molto bene, la città di è trasformata e, fino all’inizio della pandemia, il suo tasso di internazionalizzazione, le trasformazioni urbanistiche, gli interventi fatti per migliorare il trasporto pubblico locale, gli interventi fatti per migliorare l’ambiente e il verde urbano sono stati tutti interventi che hanno portato ad un’idea di città che funzionava, che era presa a modello e che era attrattiva, non solo per l’Italia ma per tutta Europa, non solo dal punto di vista degli affari e del lavoro ma anche dal punto di vista turistico, anche per la grande ricchezza culturale.
La pandemia ha cambiato la situazione ed è evidente che oggi dobbiamo pensare a un’amministrazione che dovrà far ripartire la città, sapendo che il covid ha cambiato molte cose.
La città dovrà cambiare, rigenerarsi, riqualificarsi, tenendo conto dei cambiamenti che il covid ha portato con sé.
La cosa più importante che condiziona sempre di più la vita delle città è che cambia il lavoro.
Credo, infatti, che lo smart working alla fine resterà un’opportunità per tante aziende. Questo vuol dire sapere che bisognerà governare una trasformazione per cui una parte degli uffici ad esempio del centro dovranno essere ripensati e trovare un’altra funzione, così come dovrà essere ripensata una parte importante dei servizi che sono nati attorno a quegli uffici ma tutto ciò va governato.
Un’altra cosa che ci lascia la pandemia è un’attenzione alla salute e all’ambiente che deve spingerci a fare di più su questo fronte. Questo vuol dire trasporto pubblico sostenibile, la riforestazione di Milano, l’energia e la digitalizzazione: sono le cose per cui il Comune ha presentato dei progetti per chiedere di poter utilizzare le risorse del Recovery Fund.

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