Il nuovo Segretario e il PD

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Intervento all'Assemblea PD del Municipio 9 di Milano.

Forse sarebbe stato meglio se Zingaretti non avesse dato le dimissioni da Segretario del PD: aveva ancora una larga maggioranza all’interno dell’Assemblea Nazionale e avrebbe potuto legittimamente continuare a dirigere il partito.
Zingaretti aveva saputo risollevare il PD, rispetto alle scelte che lo avevano portato nel 2018 a diventare il quarto partito in Parlamento; aveva saputo ridare una prospettiva.
Sicuramente c’erano problemi da affrontare e risolvere ma si potevano evitare le dimissioni del Segretario. Le dimissioni di Zingaretti, però, non sono figlie di una sconfitta: non dobbiamo rimuovere le ragioni delle dimissioni. Le dimissioni sono state figlie di una discussione che è partita immediatamente dopo la formazione del Governo Draghi e che ha rischiato di rendere l’immagine del PD all’esterno come di un partito molto conflittuale. La discussione poteva logorare il gruppo dirigente e, soprattutto, il partito. Per interrompere non la discussione ma quelle modalità di discutere, mettendo tutto in pubblico, sui giornali e facendo una discussione tutta autoreferenziale, Zingaretti ha scelto di fare uno strappo per mettere tutti di fronte ad una situazione che non poteva andare avanti.
Molti continuavano a chiedere di discutere di un congresso invece che di come dovevamo stare nel Governo Draghi e di come potevamo dare una mano ad affrontare la pandemia o su quali basi ricostruire la nostra iniziativa politica in una fase totalmente nuova.
Letta ha fatto un bellissimo discorso e un’analisi della situazione. Pur muovendosi su molte questioni in continuità con la Segreteria precedente, Letta ha introdotto in maniera più trasparente alcuni temi.
Il primo tema riguarda il cos’è il PD. La battuta sul PD come la “Protezione Civile delle istituzioni” ha colto il punto che più volte è emerso anche dalle nostre discussioni e cioè se il PD può essere soltanto il partito delle istituzioni, cioè il partito che entra in campo come la Protezione Civile quando le istituzioni vanno in difficoltà, o perché c’è la pandemia o perché c’è il rischio che Salvini porti il Paese fuori dall’Europa, per tutelare e difendere le istituzioni. Penso che questo compito sia utile e abbiamo fatto bene a farlo ma se siamo solo questo è un problema. Credo che si giochi molto del nostro rapporto con la società in questo: se per la società siamo solo la “Protezione Civile delle istituzioni”, diventa più difficile la possibilità di esser visti come rappresentanti di alcuni interessi e di alcuni bisogni delle difficoltà anche dei singoli. Questo lo abbiamo visto bene nell’anno in cui siamo stati all’opposizione perché lì siamo scomparsi: lì è stato evidente che ci mancava una spinta politica, una proposta politica capace di penetrare nella società pur non stando al Governo. Credo che questo sia il tema che abbiamo di fronte ed è il tema principale che ha posto anche Letta: che cosa siamo? Nella relazione di Letta trovo anche alcuni elementi importanti di novità e anche il modo in cui Letta si sta muovendo è nuovo.
Intanto, l’idea di ripartire davvero - non solo formalmente - dai territori e dagli amministratori è un’idea forte e coerente con il fatto che non ci serve un Segretario nuovo ma ci serve un partito nuovo. Questo la dice lunga su quanto dobbiamo investire su noi stessi, sui nostri circoli, sulla capacità di aprire e di assumerci la responsabilità di fare e di metterci in campo, anche per raccontare (oltre che criticare) ciò che facciamo.
Un altro punto, più in continuità, è l’aver ribadito che il Governo Draghi è il nostro Governo perché ha un’agenda che è la nostra. Le proposte che ha fatto il Ministro Cartabia sulla Giustizia e sul carcere, ad esempio, sono le nostre proposte. Di questo dobbiamo tenere conto.
C’è una maggioranza molto larga ma non siamo noi che dobbiamo porci il problema dello stare in un Governo dichiaratamente europeista, di cui il Premier, nel discorso di apertura, ha detto che dobbiamo cedere sovranità all’Europa. Non siamo noi a metter in discussione questi principi.
Letta, inoltre, ha declinato i temi su cui ricostruire la nostra proposta politica, non in discontinuità con il passato ma ha fatto un ragionamento molto forte sulla collocazione europea dell’Italia e il ruolo che il PD deve avere dentro a questo processo.
Letta ha fatto un ragionamento molto forte anche rispetto al fatto di guardare al futuro mettendo al centro la questione della transizione ecologica e delle green economy. Questo vuol dire mettere davvero al centro un’idea del Paese e del mondo che devono uscire dalla pandemia non come ci sono entrati. Il nostro problema, infatti, non è ricostruire ciò che c’era prima ma è provare a mettere in campo un’altra idea di sviluppo: sostenibile e che guarda all’ambiente davvero come una priorità. Questo vuol dire concretamente pensare al futuro.
Il ragionamento che ha fatto Letta sui giovani si lega strettamente a questi temi perché preservare il Pianeta, investire sulla difesa del Pianeta diventa fondamentale, insieme alla formazione, per garantire il futuro ai giovani.
Il tema delle alleanze mi pare che Letta lo abbia posto in modo corretto, non in discontinuità: l’idea è quella di costruire e avviare una fase di costruzione di un campo democratico da contrapporre al centrodestra e si traduce nel ricostruire una coalizione di centrosinistra. Credo che Letta sia la persona che meglio di chiunque altro possa provare ad allargare a destra e a sinistra la coalizione. Poi c’è da dialogare con gli alleati del Governo Conte Bis, come M5S.
Letta ha chiarito che vogliamo vincere le elezioni e non limitare le perdite. Anche l’idea di tornare a pensare ad una legge elettorale maggioritaria, quindi, ci impone di costruire una coalizione ampia per poter competere davvero con il centrodestra.
Queste sono cose importanti, non sono slogan.
Molto dell’innovazione che è contenuta nella relazione di Letta sta in alcune cose che ha detto e che è giusto riprendere. Una di queste è l’idea del “cacciavite” , cioè la necessità di costruire una narrazione politica ma poi mettere anche in campo gli strumenti per realizzare le cose che immaginiamo e dare concretezza alle cose che pensiamo.
Un’altra idea su cui dobbiamo riflettere molto se vogliamo superare le difficoltà che abbia avuto riguarda il fatto che abbiamo avuto un peso grande in questi anni che ha condizionato il PD. Siamo un partito plurale, in cui convivono culture diverse e questa è una ricchezza. È giusto che queste culture possano ritrovarsi e costruire aree per far crescere idee che contribuiscano alla vita del partito e che poi possano essere portate avanti insieme. Se quelle correnti diventano filiere che, invece che produrre idee, producono aspirazioni personali e il tentativo di soddisfacimento di queste si crea un problema che diventa grave nel momento in cui sminuisce il valore della discussione e la finalizza a cose diverse dal mettere in campo idee forti. Chi conosce il partito al Sud sa cosa sono le filiere personali che si formano lì.
Letta, inoltre, ha sottolineato il valore della politica e poi ha recuperato una vecchia riflessione del 18° Congresso del Partito Comunista, ricordando il limite della politica, cioè che la politica non può essere tutto, non può essere l’unico investimento di una persona e non può essere totalizzante. Ci sono una serie di ragionamenti da approfondire per capire come si sta in un partito, come si deve stare dentro al partito e come si traduce l’idea di essere “Progressisti nei valori, riformisti nel metodo e radicali nei comportamenti” personali che Letta ha sottolineato.

Sono passati pochi giorni dalle dimissioni di Zingaretti ma sono già successe molte cose non scontate: innanzitutto abbiamo eletto un Segretario e non a termine. Il Segretario, anche per il discorso che ha fatto, si propone di condurre il partito fino alla scadenza congressuale, fino alle prossime elezioni politiche, quindi. Non siamo all’anno zero e non partiamo neanche da zero. L’idea per cui ogni volta che subiamo un trauma siamo in mezzo ad una sorta di reset non va bene ed è un errore. Dobbiamo essere consapevoli di quello che siamo: non partiamo sempre da zero.
Ci sono idee diverse ma c’è un partito vivo sul territorio, che ha un’esperienza politica comune. Abbiamo avuto e continuiamo ad avere un ruolo nazionale importantissimo nel Paese.
Nel 2018 eravamo soli, con il 18%. Oggi siamo cresciuti; siamo una forza che è riconosciuta perché sta costruendo una coalizione per contrastare il centrodestra. Siamo un punto di riferimento importante, lo siamo stati nel Governo Conte Bis e lo siamo nel Governo Draghi, anche per le scelte fatte da Zingaretti e dal gruppo dirigente.
Al di là dei sondaggi basati sulle ipotesi, che sono stati utilissimi per innescare le discussioni che hanno portato alle dimissioni di Zingaretti, le ultime elezioni amministrative e regionali sono state sostanzialmente vinte dal PD. Tutto questo, nonostante dal 2018 in poi si sono subite due scissioni, quella di Renzi e quella di Calenda. Zingaretti, quindi, stava portando il PD ad essere protagonista di una fase che non si è interrotta.
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