Presentazione del libro “Di cuore e di coraggio”

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Intervento svolto alla presentazione del libro “Di cuore e di coraggio” di Giacinto Siciliano (video).

Questo incontro si svolge attorno ad un tema importante, a partire da un libro che non è usuale.
“Di cuore e di coraggio” è un libro importante perché Giacinto Siciliano parla in prima persona di un mestiere sottovalutato ma che è importante se fatto bene e che può fare la differenza per tante persone.
A seconda di come si dirige un carcere, infatti, credo che si possa determinare davvero la condizione e anche il futuro - come dice il libro - delle persone detenute.
Siciliano, come dice nel libro, è innanzitutto un uomo delle istituzioni, che crede al dettato costituzionale e che crede che dirigere bene un carcere possa migliorare la vita di tanti e cambiare la vita di alcuni alla fine del carcere.
Siciliano è un uomo che ci mette testa e cuore in quello che fa e sacrifica molto di sé per svolgere il mestiere del direttore del carcere con tensione e attenzione.
Penso che il libro “Di cuore e di coraggio” sia la storia di un direttore di lungo corso che considera una parte del proprio lavoro la necessità di garantire la sicurezza, che però non significa solo impedire le evasioni e garantire la detenzione ma anche impedire la recidività e fare del carcere un luogo che non riproduce violenza, che non riproduce reati ma che sta nelle cose che si possono fare per dare opportunità alle persone e costruire percorsi di riabilitazione.
Questo libro, quindi, racconta il carcere e la figura del direttore di carcere, mostrando come sia una vita che testimonia che vale l’idea contraria al buttare via le chiavi.
Il tema del carcere, infatti, non è il buttare via le chiavi ma, anzi, fare in modo che quando si apre il portone ci siano persone che, così come dice la Costituzione, possano avere una vita migliore nella legalità.
È evidente che non si racconta un percorso semplice.
Il protagonista di questo libro non è un missionario ma è una persona che si è trovata a gestire il rapporto con la mafia, con il terrorismo e che ha dovuto mettere in campo la fermezza necessaria e insieme l’umanità, anche confrontandosi con le rivolte, non solo quelle che ci sono state negli ultimi mesi.
Personalmente, conosco meglio la storia del carcere di Opera e del carcere di San Vittore; con Siciliano ci siamo conosciuti lì.
Conosco bene lo sforzo fatto per garantire un trattamento dei detenuti rispettoso delle condizioni umane e delle condizioni di detenzione ma, soprattutto, credo che, anche in un carcere di massima sicurezza come quello di Opera, dove vige il regime del 41-bis, da parte di Siciliano ci sia sempre stata la tensione ad aprire al territorio come condizione per rafforzare l’area trattamentale.
Questa è sempre stata una cosa che ha caratterizzato l’azione del Direttore Siciliano.
Aggiungo che, soprattutto a San Vittore, il rapporto con la città è diventato una questione fondamentale di cui purtroppo questa fase del covid ci ha in parte privato. Il tema, infatti, è fondamentale per non fare del carcere un luogo di emarginazione e marginalità.
Penso, dunque, che questo libro sia utile e importante ma penso che sia anche uno strumento militante dentro ad un conflitto che c’è sul carcere, anche se è poco avvertito.
C’è, infatti, una parte che in questi anni ha allargato gli spazi, ha allargato i percorsi di formazione e socialità dentro e fuori, ha costruito la vigilanza dinamica aprendo le celle durante la giornata. Tuttavia, questa tensione ad aprire l’area trattamentale e a farla sempre più grande e volta a favorire la formazione e il lavoro, i permessi all’esterno e favorendo un lavoro di rapporto, è stata messa fortemente in discussione ogni giorno da chi ha l’idea di schiacciare tutto il carcere sugli aspetti punitivi e securitari.
Questo è il tema del dibattito attuale.
C’è una parte che chiede di buttare via le chiavi e che pensa che il carcere debba essere un luogo in cui chi è recluso, siccome ha una colpa, debba soffrire.
Credo che si debba sapere che sono molti che pensano questo.
C’è l’idea di usare il covid per non riaprire più le celle durante la giornata.
C’è stata l’idea - che abbiamo sventato - di dare ai comandanti della polizia penitenziaria le stesse funzioni dei direttori, delegando anche il trattamento dentro e fuori dalle carceri alla polizia penitenziaria.
Oggi c’è stato un attacco al Garante dei detenuti che ha un segno preciso: quello di chiudere sempre di più il carcere, perché quello che succede in carcere va considerato un affare di pochi.
Questo è un altro errore.
Poi c’è anche l’idea di pensare agli spazi nuovi per aumentare i posti e non per allargare gli spazi e dare più opportunità. È stato rilanciato recentemente - e poi bocciato - il progetto di costruire 30 parallelepipedi dentro i recinti delle attuali carceri, riducendo di fatto gli spazi ancora di più.
C’è, dunque, questa idea in circolazione, che è molto diversa dalla nostra e da quella che dice la Costituzione e che il Direttore Siciliano ha praticato.

Giacinto Siciliano ha sempre valorizzato molto il teatro sia a Opera che a San Vittore, con la possibilità per i detenuti di parlare di sé, come misura trattamentale importante e significativa. Questa scelta, insieme al rapporto con la città, si è ripetuta nelle diverse stagioni di lavoro del Direttore. Non credo, quindi, sia una casualità o che non ci fosse altro da far fare ai detenuti. Mi pare che questa sia una scelta ed è utile che venga spiegata.

In questi mesi, in seguito alle vicende delle scarcerazioni, si è parlato molto del 4-bis (il regime di alta sicurezza) e del 41-bis.
Giacinto Siciliano è stato Direttore del carcere di Opera; ha gestito il regime di alta sicurezza e il 41-bis ed è uno dei massimi esperti di questi temi perché li ha affrontati direttamente.
Al di là delle discussioni che ci sono e che dovremmo fare fino in fondo sui reati ostativi e se ha ancora senso che ci siano pene ostative e l’ergastolo ostativo; personalmente, in questi mesi di discussione, ho maturato l’idea che ci sia qualcosa che non funziona nell’organizzazione dell’alta sicurezza.
Vorrei conoscere l’opinione del Direttore Siciliano, perché mi pare che, per come è oggi la situazione, l’opinione pubblica non abbia più saputo distinguere: è diventato tutto uguale, il regime di alta sicurezza è stato percepito come il 41-bis; è passata la propaganda demagogica di chi ha messo tutto sullo stesso piano.
Qualcosa, quindi, penso che vada cambiato su questo aspetto, sia rispetto alla definizione dei reati che rientrano nel 4-bis - e dunque anche le pene e le conseguenze che si traggono - sia rispetto all’organizzazione, perché l’impressione è così non sia organizzata come dovrebbe né l’alta sicurezza né il 41-bis.
Mi chiedo, inoltre, se sia normale che ci siano circa 700 persone al 41-bis, che è un trattamento che avrebbe dovuto essere riservato ai boss mafiosi.

Video della presentazione»







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