Storia del lavoro e delle lotte sindacali nei nostri quartieri

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Intervento all'incontro “Storia del lavoro e delle lotte sindacali nei nostri quartieri” organizzato dal Circolo PD di Affori (video).

Provo a fare alcuni ragionamenti e alcune riflessioni, sapendo che stiamo parlando di una zona, la nostra, a Nord di Milano e della Città Metropolitana in cui il tema del lavoro e delle lotte sindacali può essere affrontato ma difficilmente riusciamo a distinguere i processi che sono avvenuti qui dalla vicenda complessiva dell’industrializzazione e delle lotte operaie, semplicemente perché questa è la zona che è stata tra le più industrializzate del Paese.
Qui sono nate e si sono sviluppate gran parte delle lotte operaie, delle lotte sindacali e delle lotte per il lavoro che hanno segnato la storia del nostro Paese.
Qui c’erano le grandi fabbriche: la Falck, la Breda, la Pirelli.
L’industrializzazione del Paese si è molto concentrata qui e molti dei nostri quartieri si sono formati così; sono frutto dell’immigrazione di molte persone che sono arrivate dal Sud per lavorare nelle grandi fabbriche che hanno formato questi quartieri.
In Comasina non c’è mai stata una grande azienda ma è stato un quartiere in cui abitavano moltissimi operai della Pirelli e dell’Alfa Romeo, e molti altri dei quartieri della zona si sono costruiti così.
La storia dell’industrializzazione di questa zona è molto legata e segna la storia dell’industrializzazione e del lavoro di tutto il nostro Paese.
Molte cose sono iniziate qui.
Innanzitutto, qui nel Nord Milano - quindi Sesto San Giovani e la Pirelli - ci sono stati i primi grandi scioperi operai nel 1943, che si svilupparono sulla base di richieste salariali e migliori condizioni di lavoro ma che poi si trasformarono subito in mobilitazioni contro il regime nazifascista.
Quelle manifestazioni furono represse in maniera molto dura ma questo non impedì la ripresa degli scioperi nel 1944 e la risposta del regime fascista fu ancora più dura.
Nella primavera del 1944 ci furono due scioperi che ebbero una grandissima partecipazione ma portarono a oltre 100 arresti e oltre 200 deportati che furono poi uccisi nei campi di sterminio.
Complessivamente, nelle vicende degli scioperi del 1943-1944 furono deportati più di 500 operai. Chi evitò l’arresto passò in clandestinità o comunque cominciò a lavorare attivamente per la Resistenza anche dentro le fabbriche.
C’è una vicenda che fa intendere quanto fosse organizzata la Resistenza anche nelle grandi fabbriche di questa zona e di Sesto San Giovanni, che è quella di una colonna di 200 soldati francesi che stavano scappando e si erano fermati in Viale Sarca davanti alla Pirelli perché non sapevano bene in quale direzione andare; gli operai delle fabbriche li invitarono alla resa ma i soldati reagirono sparando e tutto si concluse con l’uscita dalla fabbrica di una locomotiva blindata che avevano appena finito di costruire, con a bordo alcuni partigiani che di fatto obbligarono i soldati ad arrendersi.
Al di là delle rivendicazioni operaie, quindi, c’era il nesso stretto tra quegli scioperi e la lotta contro il nazifascismo e questo è un segnale importante, che ha segnato la storia di queste zone.

Inoltre, queste fabbriche sono state protagoniste di tutte le fasi delle lotte operaie cominciate negli anni ’60. Molti dicono che nel 1960 parte la stagione dell’autunno caldo, nel senso che si avvia una discussione che preparerà poi il terreno alle vicende del ’68, con una coscienza che era cresciuta nelle fabbriche proprio a partire dagli scioperi degli elettromeccanici in questi quartieri, che portarono 70mila persone in piazza a Milano, che allora era una cosa straordinaria.
Molto è partito, dunque, da qui e ci fu un segnale importante perché, al di là del corteo il cui scopo era il rinnovo del contratto, cominciarono anche a diffondersi una serie di forme di mobilitazione inedite, come il picchetto, le assemblee interne alla fabbrica.
Nel 1969, quando è cominciato l’autunno caldo, queste forme di lotta erano già state sperimentate. Nel 1969 scadevano i contratti di moltissime categorie fondamentali, come i metalmeccanici, la sanità, una parte grande del pubblico impiego e di fronte alla sordità del padronato - in una situazione molto diversa da quella attuale, perché nelle fabbriche c’era comunque un regime autoritario, di sfruttamento e irrispettoso della persona - si è arrivati ad una mobilitazione in cui vennero usate forme di lotta di ogni tipo e in cui cominciò a consolidarsi un tema che poi diventerà evidente per ancora molti anni, cioè la consapevolezza della condizione operaia, la consapevolezza di essere un soggetto anche rispetto al resto della società, con interessi propri da difendere.
Gli obiettivi erano sicuramente quelli di migliorare le condizioni di lavoro e di reddito.
Eravamo ancora in una fase in cui c’era il cottimo.
Fino al 1969, il sindacato si è limitato a trattare sul reddito che poteva produrre il cottimo ma non ha messo in discussione il cottimo. Il trattare sul reddito era una delle idee di forza che guidò quella fase.
Tra le richieste c’era anche la riduzione dei ritmi di lavoro perché il cottimo produceva oggettivamente una situazione molto difficile per le persone, tanto che il turn over in quella fase era molto diffuso e molto frequente perché non ce la si faceva a reggere quei ritmi.
Furono gli operai di alcune aziende di questa zona ad aprire una vertenza, a prescindere dal sindacato che ancora era sulla linea di difesa del reddito.
Alla Pirelli furono i primi ad inaugurare forme di lotta che si fondavano proprio sullo sciopero del rendimento, cioè erano gli operai che decidevano i ritmi di lavoro: lo sciopero, infatti, non consisteva nel non lavorare ma nel lavorare seguendo ritmi accettabili e umani. Questo poi si diffuse alla Candy, ai cantieri di Monfalcone e si mise in primo piano la questione del cottimo e dei ritmi di lavoro.
Un’altra questione nuova rispetto alle lotte operaie che caratterizzò l’autunno caldo fu quella della dignità dei lavoratori come persone e, quindi, anche la qualità dell’ambiente in cui si lavorava, dalle docce, alle mense, ai bagni. Si viveva in condizioni inaccettabili; si viveva in un regime in cui spesso c’erano le perquisizioni all’interno delle fabbriche e, quindi, il tema del rispetto del lavoratore-cittadino-persona è diventato un altro dei fondamenti che ha ottenuto subito un risultato. Nel 1970, infatti, quando si è approvato lo Statuto dei Lavoratori, il tema della libertà e della dignità della persona come valori fondamentali nel rapporto con i lavoratori ha fatto da fondamento ad una decina di articoli.
Un’altra questione che è stata posta, legata a queste, era quella della salute. Questo ha consentito anche di aprire le fabbriche all’esperienza dei medici del lavoro, che entravano a tutela della salute.
Tutto questo è avvenuto qui prima che altrove, nella parte più industrializzata del Paese.

Un’altra questione riguarda il come, dopo l’autunno caldo, in questa zona, si è concretizzata la drammatica esperienza del terrorismo e delle Brigate Rosse. Su questo va ricordato che in diverse fabbriche, pure in presenza di lavoratori che provenivano da movimenti che non contrastavano il terrorismo ma anzi lo usavano a volte per intimidire o ricattare all’interno, nella stragrande maggioranza dei casi, le fabbriche di questa zona hanno dato un esempio di risposta al terrorismo molto forte.
In questo territorio, i tentativi di infiltrare le fabbriche da parte soprattutto delle Brigate Rosse sono arrivati da fuori, dagli studenti, soprattutto dagli studenti di alcune scuole superiori di Sesto San Giovanni.
Walter Alasia è stato il simbolo di queste vicende: era uno studente di Sesto San Giovanni che si era macchiato di alcuni attentati; durante l’arresto ha sparato ed era stato ucciso. Da qui è stata fondata la colonna delle Brigate Rosse Walter Alasia, che ha lavorato molto in queste zone con attacchi mirati.
Iosa, della Fondazione Perini, fu gambizzato da loro, così come altri, tra cui imprenditori.
Ciò che la lotta operaia e l’autunno caldo con le Brigate Rosse e il terrorismo hanno prodotto altrove non ha trovato conferme in questa zona ma anzi sono stati proprio gli operai, l’impegno sindacale e la mobilitazione delle fabbriche a contrastare in maniera molto significativa le vicende delle Brigate Rosse qui.

Infine, dentro al ragionamento su questi temi, ci sta anche il ruolo di ciò che è successo dopo, cioè la deindustrializzazione.
Le fabbriche hanno chiuso e la trasformazione che ne è conseguita, in questi quartieri, è stata governata anche grazie al sindacato ed è stata una transizione che ha spostato sui servizi una parte importante del lavoro ma che ha anche trasformato la deindustrializzazione da un problema occupazionale in un’opportunità, anche di trasformazione della città. Oggi abbiamo un’università in Bicocca, il Politecnico in Bovisa e c’è stata una trasformazione che ha prodotto positività e ha consentito alla città di reggere la deindustrializzazione. Non tutte le città hanno retto alla deindustrializzazione, né in Italia né altrove. Negli Stati Uniti ci sono tutt’ora delle città in cui la deindustrializzazione ha prodotto terra bruciata e drammi sociali.
Questa è una riflessione molto attuale perché aiuta a capire perché la zona è così, con due università, il Parco Nord.
Sono state fatte delle scelte importanti.
Il Parco Nord era un luogo in cui c’erano le grandi fabbriche e non era scontato che ci si facesse un parco e non un’ulteriore prolungamento della città con residenziale o altro.

In questi giorni stiamo assistendo già ad un’altra transizione.
È evidente, infatti, che il mercato del lavoro è cambiato con il covid e probabilmente resterà diverso anche dopo.
Non penso che lo Smart working e l’home working scompariranno quando sarà finito il covid: è probabile che molte aziende faranno la scelta di investire su quello e di dismettere gli uffici e, questo significa che tutto il contesto costruito attorno andrà in crisi e andrà modificato.
Questa trasformazione va governata, altrimenti rischia di produrre disastri.
Il centro di Milano, ad esempio, senza gli uffici è vuoto perché era stato costruito attorno agli uffici con una diffusione di servizi dedicati a chi frequenta quella zona ma, venendo meno i lavoratori degli uffici, tutto è diminuito.
Adesso, quindi, si pone un tema molto simile a quello che si è posto con la chiusura delle fabbriche. Allora ci si è posti il tema di governare quelle trasformazioni, garantendo nuove opportunità di lavoro e per migliorare la vita delle persone.
Questo è il tema da porsi anche nella riflessione di oggi sul Recovery Fund, che molti concepiscono come una sorta di Vaso di Pandora da cui usciranno soldi a pioggia per chiunque ma che in realtà ha senso se serve per mettere in campo progetti che governino la transizione in corso.

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