Le ragioni del Sì al Referendum

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Intervento svolto a Cinisello Balsamo (video).

Faccio un po’ di premesse.
In Parlamento abbiamo approvato la legge sulla riduzione del numero dei parlamentari con il 92% dei voti favorevoli e questo significa che non c’era alcun bisogno di fare il referendum.
Personalmente, credo che se ne poteva fare a meno di questo referendum.
Lo spiego con un ragionamento politico: tutti i partiti nell’ultima lettura hanno votato questa riforma e in questi mesi si è creato uno stato delle cose che ha un po’ cambiato il rapporto tra i cittadini e le istituzioni.
Questo è un referendum che nasce da una spinta al taglio dei costi della politica e viene anche da una difficoltà di rapporto tra i cittadini e le istituzioni, dall’antipolitica.
Le istituzioni e in particolare il Governo, in questi mesi, però, hanno dato buona prova di sé nell’affrontare la pandemia.
L’Europa, inoltre, in questi mesi ha dato prova di voler cambiare e di voler tornare ad essere un’istituzione attenta ai cittadini, anziché quell’istituzione di burocrati attenti solo a far rispettare le regole, come veniva percepita dalle persone.
C’erano, quindi, tutte le condizioni per invertire una tendenza e per costruire un rapporto positivo.
Questo referendum, invece, ci ributta dentro a una discussione tutta centrata sull’antipolitica.
Penso, quindi, che chi ha deciso di promuovere questo referendum abbia sbagliato e ci abbia messo dentro una discussione che non è utile al Paese.
Un’altra premessa che faccio è che credo che siamo tutti d’accordo nel PD sull’idea che il taglio dei parlamentari non possa essere finalizzato esclusivamente al ridurre i costi della politica perché il punto vero è cercare di rendere più efficienti le istituzioni, far funzionare meglio il Parlamento ma siamo tutti contro la retorica che individua nella politica un costo, perché sappiamo che è pericoloso far apparire la democrazia come un costo parassitario.
La democrazia è una cosa importante.
La riduzione dei parlamentari, però, non è una cosa che la nostra comunità ha ripudiato ma, anzi, l’abbiamo inserita in alcuni programmi elettorali e ne abbiamo fatto una battaglia anche al precedente referendum costituzionale.
Molti di noi hanno distribuito anche volantini dicendo che bisognava ridurre i parlamentari.
Questo non è un tema che non ci appartiene.
Già dagli anni ’70 con l’introduzione di 900 consiglieri regionali, che sono dei legislatori, e poi con l’arrivo dei parlamentari europei si è posto il tema di ridurre i parlamentari e di portare il rapporto tra i cittadini e parlamentari al livello degli altri Paesi europei. Lo stesso tema ce lo siamo posti anche nel 2016.
Siamo stati noi, con il Governo Letta, a cancellare definitivamente il contributo pubblico ai partiti.
Non dimentichiamo anche che nel 2016, uno dei manifesti della campagna referendaria, diceva di votare sì per ridurre il numero dei parlamentari e ridurre i costi.
Se dimentichiamo tutto questo, rischiamo di fare una discussione che riproduce una sorta di disfida di Barletta, che a me non manca, tra noi e M5S.
Ora c’è in campo un tema che non ci è estraneo e che questa legge solleva.
Per le prime tre volte che questa legge è stata discussa in Parlamento, noi abbiamo votato contro perché il messaggio che veniva dato era esattamente ciò che non ci va bene, cioè che si tagliano i parlamentari per tagliare i costi della politica.
L’ultima volta, invece, abbiamo votato a favore dentro ad un contesto diverso, perché al Governo non c’era più una coalizione populista che cavalcava l’antipolitica ma una coalizione che nell’atto di fondazione del Governo ha fatto un ragionamento secondo cui l’atto della riduzione dei parlamentari va bene se sta dentro ad un percorso e diventa il primo passo per avviare una serie di altre riforme di cui il Paese ha bisogno.
L’accordo, quindi, prevede che noi votiamo il taglio dei parlamentari ma poi si avvia un percorso di riforme.
Adesso queste riforme si stanno facendo.
Recentemente abbiamo votato in seconda lettura la riforma costituzionale che dà ai 18enni la possibilità di votare per il Senato e questo non è un fatto secondario perché, a fronte della riduzione dei parlamentari, vuol dire dare anche ai più giovani la stessa possibilità di rappresentanza degli altri. Inoltre, significa poi avere due Camere in cui le platee che votano sono le stesse e, quindi, si eviteranno quelle differenze di maggioranze che hanno spesso condizionato la vita democratica del nostro Paese e hanno reso difficile la governabilità.
Abbiamo inoltre portato avanti una riforma costituzionale per stabilire che il Senato non venga più eletto su base regionale e, quindi, verrà costituito su base nazionale e, dunque, si garantirà che le due Camere abbiano la stessa platea, lo stesso sistema elettorale e gli stessi rapporti di forza.
Abbiamo anche chiesto una riforma della legge elettorale perché serve se si vanno a ridurre i parlamentari, anche perché altrimenti alcune Regioni rischierebbero di essere rappresentate soltanto dai partiti più forti e questo è un problema di pluralismo.
Ci siamo anche impegnati a cambiare i regolamenti parlamentari.
In queste settimane si è discusso tantissimo della qualità dei parlamentari.
Oggi, non esiste nessun principio premiale o meritocratico all’interno del Parlamento. Chi va in giro per l’Italia a fare comizi tutto il giorno guadagna lo stesso di chi sta in Parlamento tutto il giorno a lavorare. Così come ci sono parlamentari che passano le loro giornate negli studi professionali e vengono in Parlamento ogni tanto ma guadagnano come gli altri. C’è, quindi, un tema che riguarda il come attivare meccanismi premiali per i parlamentari che si dedicano e lavorano di più.
Ci saranno, quindi, molti altri temi da affrontare, però abbiamo cominciato dal taglio dei parlamentari e quella riforma oggi diventa l’occasione per avviare altre riforme necessarie per rendere più efficienti le nostre istituzioni.
L’idea della riforma complessiva l’abbiamo già avuta e l’abbiamo fatta nel 2016; anche Berlusconi prima di noi aveva avuto l’idea di fare una riforma complessiva ma entrambe sono state bocciate dai cittadini ai referendum.
L’idea è, quindi, di fare di questa legge nata male l’occasione per incominciare ad avviare un percorso e diciamo sì affinché questo sia il primo passo verso una serie di riforme indispensabili.
Questa è la scelta che abbiamo fatto.
Non è solo la scelta di rispettare gli accordi fatti all’avvio del Governo ma è davvero l’idea che si possa partire da qui per riformare un pezzo alla volta le nostre istituzioni.
In questi giorni abbiamo già depositato in Parlamento una proposta che affronta il tema più significativo e delicato per l’efficienza delle istituzioni, cioè il superamento del bicameralismo paritario.
Noi abbiamo due Camere che fanno la stessa cosa e viviamo in un equivoco gigantesco per cui anche in quest’anno di emergenza, di fatto, ogni legge è stata fatta e lavorata in una sola Camera e nell’altra ci è andata solo per chiedere ai parlamentari della maggioranza di votare la fiducia.
È evidente che questo meccanismo nasce dal fatto che non si può fare altrimenti ma credo che bisogna recuperare l’idea di due Camere che fanno cose diverse tra loro, magari con una delle due che rappresenta meglio le Regioni e le autonomie e ha competenze su quello e l’altra che si occupa dell’iter legislativo sulle altre questioni.
Un altro tema che si può affrontare da subito è quello della sfiducia costruttiva, cioè il dare la possibilità al Parlamento di sfiduciare non solo il Governo e il Presidente del Consiglio ma anche di fare una proposta, togliendo di mezzo l’idea che ogni volta si possa presentare la sfiducia deresponsabilizzandosi.
Queste sono le nostre idee e le ragioni che vogliamo mettere in campo e queste sono le ragioni per cui la Direzione Nazionale del PD a stragrande maggioranza ha deciso di fare una scelta coerente con le cose che abbiamo fatto in questi anni - perché noi per la riduzione dei parlamentari ci siamo sempre stati - cercando di fare in modo di piegare questa scelta (che è nata anche da una spinta antipolitica) su una strada che invece ci consenta di fare altre riforme che servono per migliorare la nostra vita istituzionale e il funzionamento del Parlamento e già ci stiamo lavorando e ci sono stati dei passaggi parlamentari.
Sì alla riduzione dei parlamentari, quindi, ma come primo passo verso una serie di riforme necessarie per il Paese.


Dovremmo evitare di confondere la causa con l’effetto. L’antipolitica non nasce dalla malvagità di qualcuno ma nasce da una crisi reale di rappresentanza e di funzionamento delle istituzioni; dal distacco dei cittadini dalle istituzioni e dai partiti. L’abbiamo vissuta pezzo per pezzo.
A questo non si pone rimedio lanciando strali contro l’antipolitica.
L’antipolitica si combatte se facciamo le riforme e se interveniamo per fare funzionare un po’ meglio le istituzioni. L’antipolitica si batte così: non si batte demonizzandola.
L’antipolitica nasce dal fatto che i cittadini si sono sentiti sempre meno rappresentati dalle istituzioni e dai partiti.
L’abbiamo vissuta tutti questa storia e questa vicenda.
Non è colpa di M5S: quello è l’effetto.
Il 32% dei voti presi da M5S alle elezioni politiche sono l’effetto di una rabbia e di una sfiducia nei confronti della politica e delle istituzioni.
Anche demonizzando M5S il problema rimane.
Il problema si risolve se facciamo le riforme e se diamo l’idea che qualcosa va cambiato.
Votare sì oggi vuol dire votare per una riforma che magari non è quella che avremmo voluto ma, grazie al fatto che c’è un accordo di Governo, ci consente di fare in modo che si parta da qui per fare altre riforme.
Se vincesse il no, per l’ennesima volta, condanneremmo il Paese a non mettere più mano a riforme che sono necessarie per far funzionare meglio le istituzioni.
Parificare le platee di elezioni di Camera e Senato a 18 anni, togliere la base regionale per l’elezione del Senato; modificare il numero dei rappresentanti delle Regioni per l’elezione del Presidente della Repubblica: queste sono cose su cui stiamo cominciando a fare un ragionamento per aprire una strada per fare le riforme.
Dire no vuole dire rinunciare.
L’antipolitica non è il frutto di questo referendum e non si può sconfiggere dicendo no al taglio dei parlamentari.
Da parlamentare, da persona che ha sostenuto questo Governo lavorando con la maggioranza, però, non accetto l’idea della subalternità del PD a M5S.
Questa idea non ha fondamento nella realtà.
In questa legislatura, con questa maggioranza, noi abbiamo portato un Movimento, che fino ad un anno e mezzo fa era antieuropeista, a fare con noi un Governo che ha ricostruito la presenza italiana in Europa, che ha ridato credibilità all’Italia in Europa e ci ha consentito di avere il Commissario Europeo all’Economia e il Presidente del Parlamento Europeo e ci ha consentito di fare la battaglia che ha portato ad avere il Recovery Fund e tutti gli sforzi che sta facendo l’Unione Europea per aiutare gli Stati membri dopo la crisi.
Tutto questo lo abbiamo fatto noi: siamo noi la forza europeista.
Siamo stati tutt’altro che subalterni.
I Cinque Stelle non erano europeisti e li abbiamo portati su una strada diversa. Dov’è quindi la subalternità? Sul lavoro avevamo detto che volevamo tagliare il cuneo fiscale per lasciare più soldi in tasca ai lavoratori e lo abbiamo fatto. Dov’è la subalternità?
C’è stata la pandemia che ha portato a posti di lavoro in meno, redditi che si sono persi e famiglie che avevano bisogno di essere aiutate. Recentemente è uscita un’indagine che dice che i tassi di disoccupazione crescono in tutta Europa e, purtroppo, sono drammatici anche nel nostro Paese ma le scelte che ha fatto il nostro Governo, mettendo al centro il lavoro, garantendo la cassa integrazione e il bonus per gli autonomi, hanno consentito ai lavoratori italiani di reggere di più e meglio che negli altri Paesi la botta della pandemia.
Questo lo abbiamo fatto noi: il Ministro dell’Economia è del PD.
Questa subalternità di cui si parla, quindi, non la vedo.
Così come non vedo la subalternità sul referendum perché in Parlamento ci sono state tre letture di questa legge ed è passata anche quando noi abbiamo votato contro (i parlamentari del PD non sono molti purtroppo) ma in ultima lettura non è passata come antipolitica e con l’idea di dare un’altra botta alla “casta” ma come il primo passo per una serie di altre riforme che già si stanno portando avanti in Parlamento, penso che per un riformista sia un bel salto di qualità e un bel cambiamento.

Non credo che la democrazia italiana diventi più fragile se ci saranno meno parlamentari, così come non sarà neanche più forte.
Non penso che sia questo il punto.
Il tema della riduzione dei parlamentari è da sempre parte della nostra storia e adesso sarebbe strano se votassimo no.
Il punto è quello di capire se partendo da questo si riesce a migliorare il funzionamento delle istituzioni, che è ciò che serve.
Oggi, rafforzare la democrazia vuol dire dare meno pretesti all’antipolitica per diffondersi.
Questo vuol dire che serve una politica e servono delle istituzioni che funzionino bene.
Per questo penso che, proprio per la fase in cui si è collocato il referendum sia stato dannoso, perché ha riaperto una discussione che non aveva necessità di esserci in una fase in cui, invece, l’emergenza della pandemia aveva ricostruito un rapporto di fiducia - non so quanto profondo - tra i cittadini e le istituzioni.
Ora siamo ripiombati in un discorso sull’antipolitica di cui io penso che non si sentisse il bisogno.


Non considero imbecillità gli argomenti di chi sostiene il no al referendum.
Forse il Partito Democratico poteva discuterne di più ma abbiamo un gruppo dirigente e in Direzione Nazionale ci sono stati 188 voti favorevoli su 210 alla Relazione del Segretario che conteneva la posizione del sì al referendum.
È evidente, quindi, che il partito è impegnato su questo.
Non siamo in una caserma e ciascuno può fare le valutazioni che vuole ma non dobbiamo neanche prenderci in giro.
Un anno fa abbiamo dato vita a questo Governo e nel patto di Governo questo tema era scritto: era un impegno che abbiamo preso e condiviso e non credo che questa sia una questione secondaria.
Cosa sarebbe successo al Paese se al Governo non ci fossimo stati noi durante la pandemia?
Guardiamo a come è stato affrontato il fenomeno dell’immigrazione, con il problema del coronavirus, dalla Ministra Lamorgese, anche con i Decreti Salvini (su cui comunque c’è già un accordo per cambiarli) e come invece era stato affrontato da Salvini. C’è una grande differenza.
Dentro alla scelta di formare il Governo c’era anche la questione della riduzione dei parlamentari e delle riforme.
Lo sapevamo tutti.
Stiamo votando per una riforma che non mi pare pregiudichi in alcun modo né la rappresentanza dei giovani né delle donne. Oltretutto abbiamo il Parlamento più giovane della storia della Repubblica e con le modifiche alle leggi elettorali abbiamo introdotto il criterio della rappresentanza di genere.
Se governassimo da soli con il 51% potremmo fare l’abolizione del bicameralismo perfetto, per cui abbiamo già depositato una proposta di legge.
Ma i nostri numeri non sono questi: alle ultime elezioni abbiamo avuto il 18%, abbiamo subito una scissione e in parlamento siamo pochi come gruppo PD.
I parlamentari di M5S sono molto più di noi.
Siamo andati al Governo dopo che il Parlamento aveva già votato tre volte questa riforma, che non abbiamo proposto noi: noi avremmo proposto il superamento del bicameralismo ma adesso, oltre all’impegno preso all’atto di dar vita al Governo, dobbiamo decidere cosa fare sulla legge che c’è.
L’idea di ridurre il numero dei parlamentari non è una cosa estranea a noi.
Dire no, vuol dire chiudere con tutte le ipotesi di riforme.
Dire sì è farlo sapendo che c’è un accordo di Governo e perché sia il primo passo per fare delle riforme che servono al Paese e a migliorare il funzionamento delle nostre istituzioni.
Penso che abbiamo fatto bene a scegliere quest’ultima strada, come deve fare una forza riformista quale noi siamo.
È sbagliato dire no e fare testimonianza mentre abbiamo l’opportunità, dal Governo, di partire da qui per avviare una stagione di riforme.
Non è vero che non si è fatto niente sul resto: quasi tutte le riforme che vogliamo portare avanti, oggi, sono incardinate in Parlamento.
Non c’è un tema ideologico su cui mettiamo in discussione chissà quale identità.
Noi siamo sempre quelli che pensano che bisogna superare il bicameralismo paritario e su questo stiamo presentando un’altra proposta di legge, perché pensiamo che bisogna migliorare il funzionamento delle istituzioni e per fare questo dobbiamo anche cambiare la Costituzione.
Non ci capirebbe nessuno se improvvisamente dicessimo di votare no.
L’antipolitica l’abbiamo anche un po’ subita e cavalcata. La rottamazione era strizzare l’occhio all’idea che tutto quello che c’era andava superato.
Penso che allora abbiamo sbagliato e adesso dobbiamo ricostruire un ragionamento ma dobbiamo anche scandalizzarci un po’ meno se il tema della riduzione del numero dei parlamentari resta in campo e continua ad avere un senso in una fase in cui le istituzioni non funzionano come vorremmo che funzionassero.


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