La Riforma Costituzionale

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Intervento svolto alla società ISMO di Milano (video).

Per affrontare il tema della Riforma Costituzionale bisogna partire da alcune premesse. Innanzitutto, occorre capire perché una Riforma Costituzionale e perché proprio questa.
Va ricordato che già dopo pochi anni dall’approvazione della Costituzione vigente si era cominciato a ragionare di come fare alcune modifiche, in particolare rispetto al bicameralismo paritario.
Nel corso del tempo ci sono state alcune Commissioni Bicamerali che ci hanno lavorato, sono state fatte modifiche in alcune parti dal Parlamento e siamo poi arrivati all’ultima campagna elettorale in cui tutte le forze politiche invocavano la riduzione del numero dei parlamentari e dei costi della politica, la necessità di una Riforma Costituzionale che superasse il bicameralismo paritario.
La ragione di fondo, però, per cui si è avviata questa riforma va cercata nella crisi che sta vivendo la nostra democrazia.
Negli ultimi mesi, quando si è giunti in dirittura d’arrivo con la riforma, improvvisamente sono sparite dall’agenda politica di alcuni le questioni che, invece, avevano segnato per molti anni la comunicazione e l’agenda politica.
Si è parlato a lungo della disaffezione dei cittadini dalla politica e dalle istituzioni. Per molti anni si è parlato anche della scarsa credibilità delle istituzioni stesse. A lungo è stato spiegato che c’era una crisi di rapporto tra i cittadini e la politica, legato anche al fatto che la politica aveva assunto un peso e un costo eccessivo a fronte di una difficoltà da parte delle istituzioni a dare risposte in tempi congrui ai problemi delle persone e del Paese.
Questa crisi si è manifestata in modo evidente con le ultime elezioni politiche. A mio avviso si tratta di una vera crisi della qualità della democrazia perché quando i cittadini considerano le istituzioni inefficienti e non credibili si crea un problema democratico.
L’esito elettorale del 2013 ha dato evidenza a questo problema con il grande risultato ottenuto dal Movimento 5 Stelle che, allora, era esclusivamente protestatario. Questo era, evidentemente, un segno di forte disagio.
Si è poi arrivati allo spettacolo vergognoso di non essere in grado di eleggere il Presidente della Repubblica quando si è trattato di sostituire Giorgio Napolitano a conclusione del suo primo mandato.
Tanto che si è dovuti andare addirittura a chiedere a Napolitano di restare perché tutti sentivano che c’era un sistema politico-istituzionale che non reggeva più. Napolitano è venuto in Parlamento a dire che sarebbe rimasto se fosse stato preso l’impegno a fare le riforme e a riformare anche la Carta Costituzionale per rispondere a quel disagio.
Il tema, quindi, era riformare la Carta Costituzionale per rendere le istituzioni più efficienti e più moderne per rispondere ai problemi del Paese e riscrivere un patto tra i cittadini e le istituzioni.
Questo lo si fa non certo abbandonando la “Costituzione più bella del mondo” ma intervenendo su molti articoli della Seconda Parte.
Siccome nella Prima Parte della Costituzione ci sono principi e valori fondamentali e immodificabili, oggi riformiamo la Seconda Parte anche per avere strumenti migliori e più efficaci per realizzarli.
La Prima Parte della Costituzione, infatti, parla di un Paese che ancora non c’è perché le istituzioni non hanno avuto strumenti sufficienti e soprattutto perché, in presenza della globalizzazione e del mondo cambiato, le istituzioni sono rimaste uguali a se stesse. I Costituenti questo lo avevano previsto, tanto che avevano scritto un articolo in cui si spiega come riformare la Costituzione. E la procedura descritta in quell’articolo è quella che abbiamo seguito in Parlamento per arrivare a questa riforma su cui si voterà al referendum del 4 dicembre.
È chiaro, quindi, che anche i Costituenti avevano capito che, nel futuro, di fronte ai cambiamenti del tempo, ci sarebbe stato bisogno di aggiustare alcuni pezzi.
In particolare, gran parte dei Costituenti era già consapevole di aver fatto un compromesso che non poteva essere duraturo quando scelsero la forma del bicameralismo paritario. L’Italia è l’unico Paese al mondo in cui ci sono due Camere che fanno le stesse cose.
Quella scelta era frutto della Guerra Fredda, di una fase in cui le due grandi forze politiche che componevano l’Assemblea Costituente, non fidandosi l’una dell’altra, volevano la garanzia che nessuna potesse trascinare l’altra.
Questa ragione è evidentemente superata.
Occorre sapere che quando si parla di bicameralismo paritario si parla di qualcosa che consente l’approvazione delle leggi in tempi molto lunghi. Spesso, i passaggi tra Camera e Senato sono tre o quattro.
In questa legislatura, ad esempio, abbiamo approvato il Collegato Agricolo e il Collegato Ambientale (che contengono norme importanti) in tre anni a causa dei continui passaggi tra un ramo del Parlamento e l’altro.
L’Italia, inoltre, è anche l’unico Paese in cui la fiducia al Governo non la esprimono le due Camere riunite insieme ma ciascuna singolarmente, oltretutto ognuna delle quali ha maggioranze diverse (anche perché elette da platee diverse e con sistemi elettorali diversi).
Questo, ovviamente, genera instabilità. Negli ultimi anni, abbiamo più volte potuto vedere che questa situazione ha favorito salti mortali, accordi incomprensibili e maggioranze risicate soprattutto al Senato.
È, quindi, evidente la necessità di superare il bicameralismo paritario ed era anche sostenuta da tutti fino a poco tempo fa.
La Riforma Costituzionale approvata prevede che ci sia un’unica Camera formata da 630 deputati rappresentativi di tutto il Paese che dà la fiducia al Governo.
La Riforma Costituzionale non modifica le prerogative di Governo e Presidente del Consiglio rispetto a quelle attuali. Cioè non c’è nessuna deriva autoritaria, l’Italia rimane una Repubblica Parlamentare e non sono stati cambiati gli articoli che riguardano le competenze del Governo o del Presidente del Consiglio. La riforma che aveva proposto Berlusconi, invece, dava al Presidente del Consiglio il potere di sciogliere le Camere e di scegliere i Ministri che erano vincolati a lui e non più al Presidente della Repubblica.
Un altro oggetto di contestazione della Riforma Costituzionale è la riscrittura dell’Articolo 70 che descrive le diverse modalità con cui si può legiferare.
Il testo della Costituzione è attuale è più semplice perché indica un solo modo per legiferare e cioè che i testi vengano approvati in maniera identica dai due rami del Parlamento. Il risultato che si è prodotto con questa procedura è stato che negli ultimi anni, tutti i Governi, per approvare più velocemente delle norme hanno abusato dei decreti.
I decreti legge, però, non erano stati istituiti per accelerare i processi legislativi ma per rispondere a situazioni di emergenza, in quanto entrano in vigore immediatamente quando vengono emanati e, anche quando arrivano in Parlamento, è difficile che si possano modificare.
È chiaro, quindi, che ci sia un problema democratico quando viene utilizzato così frequentemente uno strumento del genere, non pensato per legiferare sempre. Ma i Governi non hanno altri strumenti per rispondere tempestivamente alle esigenze che si creano.
Con la Riforma Costituzionale, l’Articolo 70 descrive diverse modalità con cui si potrà legiferare. Tra queste vi sarà la possibilità, per i Governi, di presentarsi in Parlamento con delle proposte di legge che vengano approvate entro 70 giorni, senza essere applicate immediatamente. In questo modo sarà possibile fare la discussione parlamentare sui testi mentre i decreti legge torneranno ad essere utilizzati solo per le urgenze.
Ci sarà anche meno bisogno di approvare le leggi attraverso la fiducia perché la maggioranza sarà più stabile.
Alla fine, quindi, il Parlamento tornerà a contare di più.
Una piccola parte di leggi avrà poi anche il contributo del nuovo Senato delle Autonomie, il quale rappresenterà le Regioni e i Comuni. L’obiettivo del nuovo Senato è, dunque, quello di mantenere un rapporto tra lo Stato centrale, le Regioni e gli Enti Locali e avrà competenza e voce in capitolo sulle materie che riguardano i Comuni, le Regioni e l’Europa. Su tutte le altre materie, su cui legifera la Camera dei Deputati, il nuovo Senato avrà solo il potere di fare delle osservazioni e poi sarà la Camera a decidere se tenerne conto o meno.
Il nuovo Senato sarà formato da 21 sindaci (uno per Regione), 5 senatori indicati dal Presidente della Repubblica che resteranno in carica per il settennato (e su questo c’è stato un lungo dibattito) e poi 74 consiglieri regionali rappresentanti delle Regioni. Questi ultimi verranno eletti dai Consiglio Regionali ed è giusto perché quella è la struttura che devono rappresentare. Siccome, però, è stato sollevato un problema di rappresentanza dei cittadini, è stata fatta una norma che afferma che, una volta approvata la Riforma Costituzionale, occorrerà fare una legge con cui chiarire come l’elettore, quando andrà a votare per il rinnovo dei Consigli Regionali, possa avere la possibilità di indicare coloro che poi le Regioni manderanno al Senato. Su questo abbiamo discusso moltissimo e, a mio avviso, siamo arrivati ad un buon punto di sintesi.
Un’altra esigenza era quella di ridurre il numero dei parlamentari e con la riforma viene fatto perché i 315 senatori attuali non ci saranno più e con solo i 630 deputati ci uniformiamo alle altre realtà europee, oltre che garantire governi stabili, rappresentanza delle minoranze e anche una rappresentanza territoriale adeguata.
Legato a questo aspetto c’è anche l’altro obiettivo che ci si era prefissati che è quello di ridurre i costi della politica. La riduzione dei costi avviene intanto perché i nuovi 100 senatori non percepiranno alcuno stipendio aggiuntivo al loro da consigliere o da sindaco ma poi anche perché verranno messi dei tetti agli stipendi dei consiglieri regionali (che non potranno prendere più di ciò che prende il sindaco della città capoluogo), verrà messo un tetto al costo per il funzionamento dei Consigli Regionali e verrà abolito il CNEL (che ha prodotto soltanto 3 proposte di legge da quando esiste). Complessivamente, quindi, verrà attivato un sistema che dovrebbe produrre risparmi per circa 500 milioni di euro.
Non è certamente solo questo lo scopo per cui si fa la Riforma Costituzionale, però, se si tengono presenti anche questi aspetti, si comprende che il testo del quesito referendario che fa riferimento al titolo che porta la legge è corretto.
Se passa la riforma, quindi, ci sarà una sola Camera che darà la fiducia al Governo e che farà gran parte delle leggi mentre l’altra Camera si occuperà del rapporto con le autonomie locali, delle leggi riguardanti le Regioni e delle norme comunitarie.
Un altro aspetto contenuto nella riforma riguarda gli istituti della partecipazione perché è stata fatta un’operazione vera per incentivare la partecipazione.
La riforma interviene sul referendum abrogativo. Molto spesso, infatti, questo tipo di referendum fallisce per mancanza di quorum. La riforma, oltre alla possibilità della raccolta di 500mila firme per richiedere un referendum a cui, però, deve corrispondere un quorum del 50% dell’elettorato, come è adesso; prevede che raccogliendo 800mila firme, il quorum si abbassi al 50% di coloro che hanno partecipato all’ultima elezione. Questo abbassamento del quorum farebbe passare la maggior parte dei referendum e costringerebbe la maggior parte delle forze politiche a confrontarsi sul merito delle questioni poste.
La riforma, inoltre, introduce il referendum consultivo di indirizzo, che manca in Italia ma che in altri Paesi esiste.
Infine, la riforma interviene anche sulle leggi di iniziativa popolare.
Nel corso degli anni sono state presentate oltre 500 leggi di iniziativa popolare di cui, però, ne sono state discusse soltanto 17 e quasi sempre perché vi erano proposte di legge di iniziativa parlamentare riguardanti materie analoghe da portare avanti.
La riforma prevede che per presentare una legge di iniziativa popolare si raccolgano 150mila firme (che sono di numero maggiore rispetto ad adesso) ma, contestualmente, si garantisce che vengano discusse dal Parlamento in tempi certi.
Questi aspetti, a mio avviso, sono importanti anche se nel dibattito pubblico non se ne parla molto e nel titolo della legge (e, quindi, del quesito referendario) non sono menzionati.
Con questa riforma, dunque, si cerca anche di migliorare gli istituti che riguardano la partecipazione dei cittadini.
All’interno della riforma è contenuta poi anche la revisione del Titolo V della Costituzione.
La riforma del Titolo V era stata fatta in anni passati da un Governo di centrosinistra ma non ha funzionato: ha generato il problema della legislazione concorrente, andando a definire le “materie concorrenti” tra Stato e Regioni. Il risultato che ciò ha prodotto è stato quello di intasare la Corte Costituzionale di contenziosi per stabilire ogni volta qual era il limite della concorrenza.
La riforma abolisce le materie concorrenti e riporta allo Stato una serie di competenze che oggettivamente ha poco senso lasciare alle singole Regioni. Ad esempio sul turismo, non ha senso che ogni Regione italiana abbia un ufficio nelle ambasciate o nei consolati delle città del mondo. Così come, sul fronte economico, è deleterio che chi deve trasportare merce da una Regione all’altra si trovi ad avere a che fare con regolamenti diversi. Anche sui trasporti, se si vogliono fare grandi infrastrutture, è complicato se le competenze restano frammentate tra le Regioni.
Ci sono, quindi, materie che devono spettare allo Stato e altre alle Regioni.
Rispetto alla questione del federalismo, poi, con il nuovo Senato delle Autonomie verrebbe garantito meglio. Inoltre, nella riforma, c’è una norma che prevede che le Regioni che lavorano bene e presentano bilanci migliori hanno diritto ad ottenere di più dallo Stato.
In più, dalla riforma viene introdotta “l’autonomia rafforzata”, cioè la modalità per cui una Regione può chiedere allo Stato di avere ulteriori competenze in merito ad alcune materie circostanziate e, portandone le dovute motivazioni a supporto, si può stabilire una trattativa per valutare la situazione.
È rimasto ancora insoluto il tema delle Regioni a Statuto Speciale ma non era possibile affrontarlo in questa fase.
Penso che quella questione potrà essere affrontata quando si andranno a ripensare interamente le Regioni.
Queste, dunque, sono le ragioni per cui oggi stiamo facendo questa Riforma Costituzionale e si vota su questo, non sul Governo. Renzi ha ammesso di aver fatto un errore a personalizzare troppo questa sfida.
In ogni caso, è sufficiente leggere il quesito referendario per capire su cosa si vota e che il Governo non è in gioco.
Questo argomento, quindi, va tolto dal tavolo, così come va tolta la questione della legge elettorale.
Molti, oggi, lamentano che la Riforma Costituzionale in sé non sia un problema ma associata all’Italicum diventi qualcosa di terribile.
Personalmente non penso che sia così, come non è vero che con l’Italicum si andrebbe a formare un Parlamento di nominati perché, in realtà, più di due terzi dei parlamentari di maggioranza verrebbero eletti dai cittadini con le preferenze.
Non è neanche vero che non ci sarebbero contrappesi perché su questo abbiamo lavorato. All’elezione dei membri della Corte Costituzionale, ad esempio, parteciperanno sia la Camera che il Senato, così come per la Presidenza della Repubblica. In tutti questi casi, ovviamente, ci sarà la partecipazione della maggioranza e delle opposizioni.
In ogni caso, non si vota sulla legge elettorale, anzi, su questo tema è già stata votata una mozione alla Camera dei Deputati con cui si prende atto del fatto che una parte consistente delle forze politiche chiede modifiche e ci si impegna a farle.
Sulla legge elettorale, però, si gioca la vera partita dei cittadini per scegliere chi governa, per dare gli strumenti per governare alla maggioranza uscita dalle urne e anche per dare stabilità al Governo del Paese, qualità indispensabile se si vogliono fare delle riforme e anche se si vuole avere credibilità all’estero.
Nel testo della Riforma Costituzionale, quindi, ci sono davvero le cose indicate nel titolo del quesito referendario (il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del costo delle istituzioni, la riduzione del numero dei parlamentari, la revisione del Titolo V) e si va a votare sì o no. O si vota questa riforma o restano le cose come sono adesso: non c’è una riforma alternativa da votare.
Questa proposta di riforma potrà anche essere imperfetta ma nel corso della discussione parlamentare il testo è stato modificato più volte, c’è stato un iter e si è arrivati ad un punto utile per concretizzare gli obiettivi che ci si è posti. Per realizzare tutto ciò occorre votare sì il 4 dicembre.
Votare no, invece, significa lasciare le cose come stanno e credo che non sarebbe utile al Paese.

 

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