La svolta dell'89: il futuro ha radici antiche

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Intervento all'incontro "La svolta dell'89: il futuro ha radici antiche" (video).

Achille Occhetto e Salvatore Veca sono stati i protagonisti di una stagione straordinaria e hanno dato un contributo straordinario a noi, che allora eravamo giovani della FGCI.
La FGCI di Milano fu una delle poche Federazioni giovanili e io fui uno dei pochissimi Segretari, sicuramente quello della Federazione più grande, che si espresse immediatamente a favore della “Svolta” evocata da Occhetto alla Bolognina, principalmente perché vivevamo un travaglio che ci aveva già portato a evocare molte delle questioni che poi abbiamo ritrovato nelle proposte e nei contenuti, nei valori e nelle idee che la “svolta” e la costruzione del PDS aveva riassunto.
Intanto, dobbiamo ricordarci che quel passaggio avvenne, dal punto di vista della mia generazione, dopo alcuni eventi che ci avevano segnato molto, dal punto di vista dell’assunzione del tema della libertà come un tema decisivo, che non poteva essere messo in secondo piano rispetto a nulla.
Ricordo una straordinaria assemblea in Sala Gramsci in Via Volturno a Milano, in cui, dopo che i carri armati entrarono a Varsavia per portare al potere Jaruselski, la FGCI ebbe uno scontro duro con Pajetta proprio sul tema della libertà, in quanto nessun fine poteva giustificare la privazione della libertà.
C’era stato anche altro.
Il 1989 era stato l’anno del crollo del Muro di Berlino ma era stato anche l’anno di Tienanmen e di quella strage tremenda.
È evidente che l’anelito di libertà, di rottura con il passato fu più netta, più forte, più decisa e la “svolta” non poteva non coglierlo e non auspicarlo.
Non c’è stato solo questo, però.
Quella era la generazione anche dei movimenti; cresciuta dentro i movimenti per la pace, contro la Legge Jervolino-Vassalli che puniva i tossicodipendenti, cresciuta dentro i movimenti che lottavano contro il nucleare. Tutti temi che, in qualche modo, mettevano in discussione la sinistra per come si era costruita negli anni e, soprattutto, il Partito Comunista. Metteva in discussione, ad esempio, un’idea tutta quantitativa dello sviluppo, in nome dell’affermazione dei diritti sociali e del diritto al lavoro, oppure poneva la questione della difesa dell’ambiente, su cui a sinistra si arretrava ed era considerata di secondo piano.
Siamo stati quelli che hanno fatto una serie di battaglie dentro i movimenti per le libertà civili, per i diritti civili. Il Partito Comunista, per come era stato nella sua storia, per ragioni storiche, non si era distinto sui diritti civili. È stato un grande partito, che aveva dato tanto e conquistato tanto in termini di diritti sociali, però, sui diritti civili aveva bisogno di fare di più per rappresentare una generazione che, invece, su questo faceva battaglie.
Erano gli anni dei primi gay pride; erano gli anni della battaglia contro la punibilità dei tossicodipendenti; erano gli anni delle battaglie contro la leva obbligatoria. È chiaro che tutto questo creava un clima che poi la FGCI sviluppò nei suoi congressi. Richiedeva un salto di qualità il prendere atto di cambiamenti e di dover rispondere e rappresentare aspirazioni di salvaguardia ambientale, libertà, diritti civili.
Nella “svolta” tutto questo c’era.
Non è stato solo il cambio di nome spinto da una sorta di preoccupazione di essere accomunati ai comunisti da cui un pezzo di Europa si stava ribellando o che massacravano le persone a Tienanmen. C’era di più: c’era il bisogno di rientrare in sintonia con la parte più progressista e più democratica del Paese che, su queste questioni - e non solo sul conflitto capitale-lavoro - aveva cominciato a maturare una consapevolezza.
Ad Achille Occhetto penso, quindi, che vadano molti meriti per aver dato l’opportunità alla sinistra italiana di entrare o provare a entrare in sintonia con questo mondo, che ormai non poteva più sopportare un’ambiguità; bisognava prendere posizioni chiare e nette su molte di queste questioni, come i diritti civili e l’ambiente.
Credo che questo sia un grande merito che ci ha consentito di andare avanti e molte di quelle cose stanno dentro le battaglie che stiamo facendo oggi. Se parliamo di diritti civili, di mettere al centro l’ambiente, guardare al futuro, penso che parliamo di cose di cui cominciammo a parlare con grande attenzione e mettere al centro dell’iniziativa politica e dell’idea di Paese che emerse dalla “svolta” della Bolognina.
Penso che la Bolognina fu l’atto di rottura che era necessario per queste ragioni. Achille Occhetto l’ha fatto con grande coraggio e nell’unico modo possibile. Spesso a Occhetto si imputa di aver deciso da solo; di esser andato in una sezione storica del Partito Comunista e aver annunciato una cosa storica senza discuterla con nessuno. Penso che se Occhetto avesse aperto la discussione prima, la “svolta” non si sarebbe fatta. Abbiamo chiuso nel 1991 la discussione iniziata nel novembre del 1989, immagino che cosa sarebbe successo se non ci fosse stato quell’atto di rottura e il coraggio di Occhetto per quell’atto.
Su questo ci sta anche un rimpianto per la mia generazione, per il ruolo che la FGCI avrebbe potuto avere in quella fase. La “svolta” della Bolognina ebbe un impatto fortissimo sulle giovani generazioni, perché era davvero l’idea di modernizzarsi, di un partito che apriva gli occhi di fronte a molti temi che i giovani ponevano con grande forza o comunque con più forza rispetto a quella che noi riuscivamo a interpretare e a rappresentare. Purtroppo in quell’anno di discussione, quell’entusiasmo si è disperso nelle discussioni che, capisco bene, erano necessarie ma che ci hanno rinchiuso di nuovo dentro ad un conflitto tutto interno, che in alcuni momenti è diventato autoreferenziale e che ci ha fatto perdere un po’ della forza della “svolta”.
Dentro a questo quadro, la FGCI ha le sue responsabilità. Di fronte allo scontro che c’era nel partito su “svolta sì” o “svolta no”, chi come noi avrebbe dovuto essere coloro che più naturalmente si schieravano a sostegno di quel mutamento e di quella rottura, si ritrasse, scelse di mettersi alla finestra e perse una parte importante dei suoi gruppi dirigenti e anche dei suoi militanti per esaurimento, non per scelte; tanto che la FGCI, subito dopo la “svolta”, più che trasformarsi si sciolse.
Senza giudicare le cose che sono successe dopo, però, una gran parte dell’esperienza giovanile che aveva rappresentato la FGCI si disperse anche per le scelte sbagliate che fece quel gruppo dirigente.

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