Dalla rivoluzione alla democrazia

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Intervento svolto alla presentazione del libro "Dalla rivoluzione alla democrazia. Il cammino del Partito Comunista Italiano 1921-1991" (video).

Con Associazione Democratici per Milano abbiamo presentato il libro di Piero Fassino “Dalla rivoluzione alla democrazia. Il cammino del Partito Comunista Italiano 1921-1991” (ed. Donzelli), scritto in occasione del centenario della fondazione del PCI.
È un bel libro, su una bella storia e Fassino è uno dei protagonisti importanti dell’ultima fase della vita del Partito Comunista Italiano, ma anche protagonista della Svolta che portò alla creazione del PDS.
Fassino è un po’ il mio maestro e anche di Marina Sereni. Da giovani abbiamo lavorato con lui.
Dire che Fassino è un “maestro” vuol dire sapere che si rischia di essere rimbrottati per le considerazioni che si faranno. Dico “maestro” anche per ricordare che il PCI è stato un grande partito di massa, popolare, che ha svolto anche un ruolo pedagogico in questo Paese, non soltanto per le masse popolari ma anche per tanti come noi, giovani di allora.
Ricorderò sempre le riunioni delle cellule del Liceo Cremona in cui veniva il Segretario della Sezione locale del PCI a spiegare che avremmo dovuto essere i primi nel lavoro e i primi nello studio perché bisognava dimostrare di essere i migliori per dare forza al Partito Comunista Italiano.
È una storia d’altri tempi, però quel ruolo pedagogico credo che sia stato importante.
Stiamo parlando di un partito che ha saputo rinnovarsi nella sua storia e che ha saputo interpretare per un lungo periodo le aspirazioni di tanti, dei più deboli, dei ceti più popolari.
È un partito che ha vissuto anche grandi contraddizioni.
Il tema della libertà e della democrazia che noi, in questo Paese, nel Partito Comunista Italiano consideravamo un tema fondamentale per cui batterci, in realtà, poi ci vedeva in contraddizione nel campo in cui credevano i comunisti.
Ricorderò sempre che fatica che si faceva nelle assemblee con Pajetta, quando si discuteva dell’invasione dei carri armati sovietici in Polonia e del golpe di Jaruselski, a coniugare quelle due storie: la storia del Partito Comunista Italiano e quella che era ancora la storia che aveva per riferimento.
Penso che il Partito Comunista Italiano abbia interpretato mutamenti sociali ed economici del Paese, sempre con una tensione positiva e che ha sempre contribuito a rafforzare la democrazia a far avanzare le conquiste sociali e a difendere il lavoro.
Oggi, penso che sia di grande attualità un tema: il Partito Comunista Italiano seppe guardare ai mutamenti sociali e ai mutamenti dell’economia, come la transizione economica che vide chiudere e superare il modello fordista delle grandi fabbriche. In quelle fabbriche il Partito Comunista Italiano aveva gran parte del proprio radicamento e della propria forza. Ci fu una transizione con le nuove tecnologie che molti amministratori nostri seppero anche interpretare. Quella transizione, però, portò anche ad una seria riflessione su tutti i limiti un modello di sviluppo quantitativo, fondato sull’idea per cui bisognava produrre tanto per garantire tanto lavoro, e la necessità di superarlo.
Questo portò poi Achille Occhetto al XVIII Congresso del Partito Comunista Italiano a mettere la questione ambientale come una questione prioritaria per l’iniziativa del PCI. Arrivammo anche a mettere in discussione il nucleare e forse questa è la vicenda più emblematica che interpretava proprio quell’idea di sviluppo quantitativo mentre contestare il nucleare, con tutti i rischi che comportava, metteva al centro un’altra idea di sviluppo.
Fu sicuramente anche il partito che seppe confrontarsi con una domanda di diritti, libertà civili che non appartenevano alla tradizione comunista.
Penso, quindi, che vada valorizzato il percorso del Partito Comunista Italiano, la scelta del guardare al nostro Paese e guardare alla necessità di trovare una via italiana al socialismo. Venendo a Milano, la storia del Partito Comunista milanese è stata, soprattutto nell’ultima fase, una storia originale che Piero Fassino conosce bene perché è stato in diverse fasi - anche complicate - il riferimento per il partito nazionale che si occupava di Milano.
Questa è stata la città dove sono iniziate, anche con una forzatura, le Giunte di sinistra e il rapporto con il Partito Socialista, mentre il Partito Socialista era al Governo con la Democrazia Cristiana, con tutto quello che ha prodotto anche di positivo per la nostra città.
Questa è stata anche la città in cui si è avviato ad un certo punto dentro al Partito Comunista Italiano un percorso politico che prendeva le distanze dall’idea di Berlinguer di mettere la questione morale al centro, come contributo originale del Partito Comunista Italiano.
Il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer è il partito mio, di Marina Sereni, di Piero Fassino. Ci trovo un’assonanza rispetto alla storia di questi mesi, perché quel partito aveva cominciato a mettere al centro l’interesse del Paese. Berlinguer portò un partito con una forte matrice ideologica, che funzionava considerando prioritaria la propria crescita e l’interesse di parte del Partito Comunista Italiano, a scegliere l’interesse nazionale come la priorità. Negli anni più difficili per il Paese, questo significò teorizzare e praticare l’incontro delle due grandi culture politiche e popolari del ‘900, la nostra e quella della Democrazia Cristiana.
La Federazione del PD Milano ha organizzato una serie di appuntamenti per ricordare i 100 anni dalla fondazione del Partito Comunista Italiano e credo che sia un fatto importante perché comunque un pezzo di cultura, idee, pratiche politiche che quella cultura ha rappresentato vivono dentro al Partito Democratico e, probabilmente, la sinistra in Italia sarebbe un’altra cosa senza quella cultura. Penso, quindi, che anche leggere la storia del Partito Comunista Italiano sia importante e attuale anche oggi.

Video del primo intervento» 

Milano è diventata questa anche grazie al lavoro di tanti iscritti al Partito Comunista Italiano. Ricordo il Vicesindaco Elio Quercioli che mi portava a vedere i cantieri della metropolitana in costruzione, che andava a controllare giorno per giorno. È la persona che ha pensato il passante ferroviario e ha continuato a credere nel passante per molto tempo. Se Milano è così, è anche per merito di persone come Quercioli.

Video del secondo intervento»

Video della diretta facebook» 
Video della diretta youtube» 
Video dell’incontro» 

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