Tutelare i diritti e le libertà conquistate dalle donne afghane

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Adesione ad un'interrogazione del Gruppo PD per chiedere chiari impegni a tutela dei diritti della popolazione femminile afghana, prima che le operazioni di ritiro delle truppe militari dall'Afghanistan siano ultimate e un costante monitoraggio, anche mediante azioni e accordi multilaterali, sul rispetto e il mantenimento di tutte le forme di libertà conquistate dalle donne afghane in questi ultimi venti anni.
L’Italia ha sempre garantito una delle presenze più numerose nelle missioni che si sono succedute in Afghanistan, da Enduring Freedom a Resolute Support.
Il contingente italiano ha comandato il Provincial Reconstruction Team (PRT) di Herat, territorio che ha registrato progressi sostanziali per le donne e le ragazze afghane. La condizione femminile in Afghanistan ha registrato in questi anni miglioramenti in vari ambiti: la frequenza scolastica si è innalzata, anche se il tasso di scolarizzazione delle giovani donne, con l’eccezione della citata provincia di Herat dove si registrano tra i tassi di alfabetizzazione più alti, non è arrivato al 40%.
La nuova Costituzione, approvata dopo la caduta del regime dei talebani nel 2001, ha dichiarato l’uguaglianza di tutti i cittadini, uomini e donne, davanti alla legge e stabilito che almeno il 25 per cento dei 250 seggi nella Camera bassa siano riservati alle donne. Una maggiore presenza femminile si è registrata nei mezzi di informazione e a novembre 2020 le donne afghane hanno avuto riconosciuto il loro nome sulla carta d’identità. Queste libertà tuttavia, sono a rischio con il ritiro del contingente internazionale, come hanno sottolineato diverse esponenti della società civile e politica afghana, nonché varie associazioni umanitarie presenti nel territorio. Durante il governo dei talebani alle donne, lo ricordiamo, sono stati negati i più elementari diritti, né ad oggi hanno accettato clausole esplicite sulla libertà femminile dopo il ritiro.
Per questo crediamo che sia urgente attivarsi in tutte le sedi internazionali perché siano sottoscritti dai talebani chiari impegni a tutela dei diritti della popolazione afghana e chiediamo al governo di fare tutto quanto in suo potere in questa direzione”.
 
Testo dell'interrogazione:

Atto n. 3-02455 (con carattere d'urgenza) - Pubblicato il 22 aprile 2021, nella seduta n. 319 

Ai Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale e della difesa.

Premesso che:

in data 14 aprile 2021, al termine di una riunione a Bruxelles dei Ministri degli esteri e della difesa dell'Alleanza Atlantica, è stato annunciato il ritiro delle truppe USA e NATO dall'Afghanistan. Le operazioni di ritiro avranno inizio il 1° maggio e termineranno entro il mese di settembre 2021;

l'Italia, con le missioni che si sono svolte senza soluzione di continuità nel Paese: la "Enduring Freedom", fino al 2006, la "International Security Assistance Force", terminata il 31 dicembre 2014 e la missione "Resolute Support", subentrata il 1° gennaio 2015, ha sempre garantito una delle presenze più numerose tra quelle dei Paesi NATO;

il contingente italiano ha comandato il Provincial Reconstruction Team di Herat, territorio che ha registrato progressi sostanziali per le donne e le ragazze afghane con percentuali decisamente più alte rispetto alle altre province del Paese, in termini di istruzione, partecipazione politica e ruolo nell'economia;

la condizione femminile in Afghanistan ha registrato in questi anni miglioramenti in vari ambiti: la frequenza scolastica si è innalzata, anche se il tasso di scolarizzazione delle giovani donne, con l'eccezione della citata provincia di Herat, dove si registrano tra i tassi di alfabetizzazione più alti, non è arrivato al 40 per cento;

la nuova Costituzione, approvata dopo la caduta del regime dei talebani nel 2001, ha dichiarato l'uguaglianza di tutti i cittadini, uomini e donne, davanti alla legge e stabilito che almeno il 25 per cento dei 250 seggi nella Camera bassa siano riservati alle donne. Una maggiore presenza femminile si è registrata, inoltre, anche nei mezzi di informazione, dalla carta stampata, alle radio e alle televisioni;

da ultimo, nel novembre del 2020, le donne afghane hanno avuto riconosciuto il loro nome sulla carta d'identità. Fino a tale data, infatti, sui documenti venivano registrate come "figlia di", "moglie di", o "madre di", senza alcun riferimento alla loro identità;

tuttavia, l'Afghanistan ancora oggi resta uno dei Paesi dove la vita delle donne è maggiormente in pericolo. A tal riguardo, occorre evidenziare come una delle piaghe più diffuse del Paese sia quella dei matrimoni forzati e precoci. Secondo i dati forniti da "ActionAid", infatti, tra il 60 e l'80 per cento delle afghane sono spinte a sposarsi giovanissime e contro il loro volere. Un fenomeno distribuito diversamente tra le zone del Paese e largamente diffuso e radicato nelle regioni rurali e in quelle controllate dai talebani. Da ultimo, occorre evidenziare come ancora oggi circa il 70 per cento delle donne afghane subisca violenza, spesso all'interno del proprio nucleo familiare;

considerato che:

diversi esponenti della società civile e politica afghana, nonché di varie associazioni umanitarie presenti nel territorio e recentemente l'ex governatrice di Bamyan, Habiba Sorabi, in un'intervista rilasciata al quotidiano "la Repubblica" in data 20 aprile, hanno espresso grande preoccupazione per il destino della popolazione femminile afghana e per il rischio che il ritiro delle truppe comporti la perdita di tutte le garanzie e gli spazi pubblici guadagnati in questi ultimi vent'anni;

a riprova della fondatezza delle preoccupazioni espresse, si evidenzia come i talebani ad oggi non abbiano accettato clausole esplicite sulla libertà femminile nel Paese e abbiano dichiarato che garantiranno i diritti delle donne secondo la legge islamica. Un'affermazione che si presta ad interpretazioni non univoche, soprattutto alla luce delle condizioni di privazione cui hanno costretto la popolazione femminile in tutti gli anni del loro regime;

val la pena ricordare, infatti, come durante il Governo dei talebani, alle donne sia stato negato il diritto all'istruzione, al lavoro, alla salute, ed anche alla giustizia: il ricorso a un tribunale non poteva avvenire se non tramite un membro maschio della famiglia e la loro testimonianza valeva la "metà" di quella di un uomo. Private di qualunque vita relazionale le donne afghane hanno subito torture e qualunque tipo di violenza, ogni qual volta ritenute colpevoli di aver violato le restrizioni imposte;

a fronte del concreto rischio di un inaccettabile arretramento in materia di diritti, soprattutto per le donne, appare necessaria la sottoscrizione di un documento ufficiale con espresse clausole di garanzia su istruzione, rappresentanza politica, lavoro, diritti civili e sociali,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo, alla luce dei fatti esposti in premessa, non ritengano necessario e urgente attivarsi in tutte le sedi internazionali, affinché siano sottoscritti dai talebani chiari impegni a tutela dei diritti della popolazione femminile afghana, prima che le operazioni di ritiro delle truppe dal Paese siano ultimate;

se non ritengano altresì necessario e urgente avviare un costante monitoraggio, anche mediante azioni e accordi multilaterali, sul rispetto e il mantenimento di tutte le forme di libertà conquistate dalle donne afghane in questi ultimi venti anni.



Testo di un'altra interrogazione analoga ripresentata:

Atto n. 3-02467 - Pubblicato il 28 aprile 2021, nella seduta n. 321

Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

Premesso che:

in data 14 aprile 2021 al termine di una riunione a Bruxelles dei Ministri degli esteri e della difesa dell'Alleanza atlantica è stato annunciato il ritiro delle truppe USA e NATO dall'Afghanistan. Le operazioni di ritiro avranno inizio il 1° maggio e termineranno entro il mese di settembre;

l'Italia, con le missioni che si sono svolte senza soluzione di continuità nel Paese: la "Enduring Freedom", fino al 2006, la "International security assistance force" (ISAF), terminata il 31 dicembre 2014, e la "Resolute support", subentrata il 1° gennaio 2015, ha sempre garantito una delle presenze più numerose tra quelle dei Paesi NATO;

il contingente italiano ha comandato il provincial reconstruction team (PRT) di Herat, territorio che ha registrato progressi sostanziali per le donne e le ragazze afghane con percentuali decisamente più alte rispetto alle altre province del Paese, in termini di istruzione, partecipazione politica e ruolo nell'economia;

la condizione femminile in Afghanistan ha registrato in questi anni miglioramenti in vari ambiti: la frequenza scolastica si è innalzata, anche se il tasso di scolarizzazione delle giovani donne, con l'eccezione della citata provincia di Herat dove si registrano tra i tassi di alfabetizzazione più alti, non è arrivato al 40 per cento;

la nuova Costituzione, approvata dopo la caduta del regime dei talebani nel 2001, ha dichiarato l'uguaglianza di tutti i cittadini, uomini e donne, davanti alla legge e stabilito che almeno il 25 per cento dei 250 seggi nella Camera bassa sia riservato alle donne. Una maggiore presenza femminile si è registrata, inoltre, anche nei mezzi di informazione, dalla carta stampata, alle radio e alle televisioni;

da ultimo, nel novembre 2020, le donne afghane hanno avuto riconosciuto il loro nome sulla carta d'identità. Fino a tale data, infatti, sui documenti venivano registrate come "figlia di", "moglie di", o "madre di", senza alcun riferimento alla loro identità;

tuttavia, l'Afghanistan ancora oggi resta uno dei Paesi dove la vita delle donne è maggiormente in pericolo. A tal riguardo, occorre evidenziare come una delle piaghe più diffuse del Paese sia quella dei matrimoni forzati e precoci. Secondo i dati forniti da "ActionAid", infatti, tra il 60 e l'80 per cento, le afghane sono spinte a sposarsi giovanissime e contro il loro volere. Un fenomeno distribuito diversamente tra le zone del Paese e largamente diffuso e radicato nelle regioni rurali e in quelle controllate dai talebani. Da ultimo, occorre evidenziare come ancora oggi circa il 70 per cento delle donne afghane subisca violenza, spesso all'interno del proprio nucleo familiare;

considerato che:

diversi esponenti della società civile e politica afghana, nonché di varie associazioni umanitarie presenti nel territorio e recentemente l'ex governatrice di Bamyan, Habiba Sorabi, in un'intervista rilasciata al quotidiano "la Repubblica" il 20 aprile, hanno espresso grande preoccupazione per il destino della popolazione femminile afghana e per il rischio che il ritiro delle truppe comporti la perdita di tutte le garanzie e gli spazi pubblici guadagnati in questi ultimi 20 anni;

a riprova della fondatezza delle preoccupazioni espresse, si evidenzia come i talebani ad oggi non abbiano accettato clausole esplicite sulla libertà femminile nel Paese e abbiano dichiarato che garantiranno i diritti delle donne secondo la legge islamica. Un'affermazione che si presta ad interpretazioni non univoche, soprattutto alla luce delle condizioni di privazione cui hanno costretto la popolazione femminile in tutti gli anni del loro regime;

val la pena ricordare, infatti, come durante il governo dei talebani, alle donne sia stato negato il diritto all'istruzione, al lavoro, alla salute, ed anche alla giustizia: il ricorso a un tribunale non poteva avvenire se non tramite un membro maschio della famiglia e la loro testimonianza valeva la "metà" di quella di un uomo. Private di qualunque vita relazionale le donne afghane hanno subito torture e qualunque tipo di violenza ogni qual volta ritenute colpevoli di aver violato le restrizioni imposte;

a fronte del concreto rischio di un inaccettabile arretramento in materia di diritti, soprattutto per le donne, appare necessaria la sottoscrizione di un documento ufficiale con espresse clausole di garanzia su istruzione, rappresentanza politica, lavoro, diritti civili e sociali,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga necessario e urgente attivarsi in tutte le sedi internazionali affinché siano sottoscritti dai talebani chiari impegni a tutela dei diritti della popolazione femminile afghana, prima che le operazioni di ritiro delle truppe dal Paese siano ultimate;

se non ritenga altresì necessario e urgente avviare un costante monitoraggio, anche mediante azioni e accordi multilaterali, sul rispetto e il mantenimento di tutte le forme di libertà conquistate dalle donne afghane in questi ultimi 20 anni. 

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