Il Ministro della Giustizia chiarisca sull'immobile del Tribunale di Bari

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Il ministro Bonafede venga in Aula, invece di scappare, per rispondere all'interrogazione PD su quanto sta succedendo sulla scelta di collocare il Tribunale di Bari, con un canone di locazione di 1 milione e 200 mila euro l’anno, in un immobile di proprietà di un imprenditore coinvolto in rapporti con la criminalità organizzata. Chiediamo coerenza e, soprattutto, spiegazioni a un ministro che fa parte di un movimento che, a sua detta, ha sempre invocato trasparenza e legalità.

Testo dell'interrogazione:

Atto n. 3-00087 (con carattere d'urgenza)
Pubblicato il 12 luglio 2018, nella seduta n. 21
Al Ministro della giustizia

Premesso che:

a seguito della visita a Bari del Ministro in indirizzo, il Governo ha emanato il decreto-legge 22 giugno 2018, n. 73, recante misure urgenti e indifferibili per assicurare il regolare e ordinato svolgimento dei procedimenti e dei processi penali durante il periodo necessario a consentire interventi di edilizia giudiziaria per il Tribunale di Bari e la Procura della Repubblica presso il medesimo tribunale;

esso reca disposizioni straordinarie e urgenti volte a garantire il corretto esercizio della giurisdizione del tribunale penale e della procura della Repubblica di Bari. Come specificato nella relazione illustrativa del provvedimento, l'intervento si è reso necessario a seguito della dichiarata inagibilità, da parte del Comune di Bari con provvedimento del 31 maggio 2018, degli immobili adibiti a tali uffici giudiziari;

nel corso delle audizioni informali svolte sono emerse diverse criticità, nonché diverse perplessità sulla clausola di invarianza finanziaria, considerato il costo derivante dalle oltre 60.000 notifiche degli atti, che si renderanno necessarie a seguito dell'intervento;

si aggiunga la ricaduta negativa delle disposizioni sui giovani avvocati della zona che, come evidenziato dal rappresentante della camera penale di Bari nel corso delle audizioni svolte alla Camera dei deputati, saranno costretti a chiudere i propri studi professionali e a rinunciare all'esercizio della professione. il provvedimento appare, pertanto, particolarmente delicato, poiché incide profondamente e non solo sugli operatori della giustizia, che pure hanno rappresentato in modo chiaro le esigenze di una comunità, le esigenze di chi da tempo è costretto a lavorare in condizioni di disagio e che è stato costretto a sopportare persino l'umiliazione di tenere udienze sotto delle tende, in condizioni disumane, ma anche su disposizioni normative che attengono a diritti sostanziali;

considerato, inoltre, che:

come riportato da "la Repubblica" del 12 luglio 2018, il palazzo di giustizia di Bari sarebbe trasferito in un immobile di proprietà di Giuseppe Settanni, uomo molto vicino a Gianpaolo Tarantini, colui che "avrebbe prestato centinaia di migliaia di euro" al cassiere del clan mafioso Parisi;

Settanni, infatti, è amministratore della Sopraf Srl, società di cui la sua famiglia è proprietaria al 50 per cento con l'imprenditore Patano;

il palazzo, sfitto da tempo, comporterebbe per Settanni entrate pari e 1.200.000 euro circa all'anno grazie al canone pagato dal Ministero della giustizia per i prossimi 6 anni;

considerato, inoltre, che:

il nome di Settanni ricorre in diverse indagini svolte dalla procura di Bari, oltre a diversi contatti con Walter Lavitola al fine di procurarsi un appalto Eni, nel maxi processo meglio noto come "Domino", relativo ai collegamenti della criminalità organizzata con ambienti della pubblica amministrazione cittadina; in qualità di testimone, Settanni, il 28 settembre 2015, come riportato dal quotidiano, avrebbe detto "ero molto amico di Michele Labbelarte", imprenditore considerato il cassiere del clan Parisi, il più temibile a Bari;

Settanni risulterebbe, per sua stessa ammissione, a conoscenza di diverse dinamiche interne al clan: infatti, lo stesso avrebbe raccontato, nel corso della sua testimonianza, di aver saputo da un esponente dei Parisi che Labbelarte avrebbe ricevuto una "grossissima somma di denaro" da un altro boss, Michelangelo Stramaglia,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti e quali siano le sue valutazioni in merito;

se, nel caso in cui corrispondessero al vero, non intenda adoperarsi con la massima urgenza per scongiurare il trasferimento della Procura di Bari in un immobile di proprietà di una persona comparsa ripetutamente in diverse indagini della procura stessa.

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