Il risultato del primo turno delle elezioni amministrative è fortemente segnato dalla crisi del rapporto tra cittadini e politica. In una fase tanto difficile in cui le condizioni economiche del Paese provocano l’impoverimento di tante famiglie e una diffusa sfiducia nel futuro, la difficoltà di trovare nella politica risposte concrete a bisogni urgenti ha spinto tanti elettori a scegliere la strada del disimpegno e della protesta esprimendo la propria insoddisfazione o non andando alla urne o votando liste, come quelle del Movimento 5 stelle, che si propongono, esplicitamente, di interpretare e raccogliere la rabbia dei cittadini più che di indicare soluzioni per i problemi. La legittima domanda di chiudere una fase in cui la cattiva politica è vissuta come distante, se non inutile, costosa e dannosa , rischia di indebolire le istituzioni e la stessa nostra democrazia. La risposta dei partiti non può essere quella di prendersela con Grillo o con l’astensionismo che sono la diretta conseguenza della crisi della politica, ma deve tradursi nella capacità di cambiare subito, innovare, tornare a guardare all’interesse comune, eliminare i privilegi e condividere coi cittadini i sacrifici necessari per superare la crisi economica. Se non si fa questo, riformando partiti e istituzioni a partire dal dimezzamento dei  contributi elettorali e da una legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti, si rischia una crisi irreversibile della politica, dei partiti e delle stesse istituzioni democratiche. Alla cattiva politica serve rispondere con la buona politica se no vincerà l’antipolitica.

In questo quadro che descrive un vero e proprio terremoto che ha investito la politica in queste amministrative, mentre è giusto sottolineare come la sfiducia coinvolga in generale la credibilità dei partiti, va anche detto con chiarezza che, soprattutto in Lombardia, vince il centrosinistra e il PD ottiene un risultato importante. Tutti i comuni della provincia di Milano che sono andati al voto o sono già stati conquistati al primo turno dal centrosinistra, o lo vedono andare al ballottaggio con molti più voti degli avversari. Nonostante si dia tanto spazio all’idea che “tutti sono uguali” evidentemente gli elettori hanno considerato, per diverse ragioni, le forze di centrosinistra più credibili per guidare il cambiamento necessario al Paese e  più affidabili al governo delle città o, perlomeno, hanno ritenuto di dare loro un’altra possibilità. Sul risultato ha sicuramente pesato il fallimento del centrodestra al governo del Paese, la crisi del governo regionale di Formigoni, gli scandali che hanno coinvolto la Lega, ma più di tutto la volontà di chiudere definitivamente la stagione del Berlusconismo che ha trascinato l’Italia sull’orlo del baratro.

L’Era Formigoni in Lombardia, così come quella Berlusconi in Italia, pare avviarsi a un mesto crepuscolo, schiacciata da una marea di scandali, probabili tangenti e gruppi di potere che hanno minato alle fondamenta una delle più prestigiose Istituzioni italiane.

 Come stanno realmente i fatti e cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi?

In Regione Lombardia si sta chiudendo un ciclo, quello del governo Pdl-Lega, quello del Formigonismo. E si sta chiudendo per una crisi che è morale e politica insieme. Non si può far finta di niente, prima di tutto, di fronte agli scandali che hanno coinvolto la sanità lombarda, che hanno portato agli arresi di personalità della maggioranza su vicende legate alla gestione dei rifiuti e del territorio, alle inchieste che toccano almeno otto assessori o ex assessori delle giunte guidate dallo stesso Formigoni. C’è un problema di credibilità delle istituzioni che è messa in discussione, c’è un fallimento di un’esperienza di governo che ha accentrato sulla giunta regionale un enorme potere e c’è anche il fatto evidente che, chi governa la Lombardia oggi, pensa a difendere se stesso, è ostaggio degli scontri interni al Pdl, dei regolamenti interni alla Lega dopo i recenti scandali e si può occupare solo di questo, non certo dei lombardi, dei loro bisogni e del futuro. La nostra Regione ha bisogno di ben altro. Per questo, non per ossessioni giustizialiste, chiediamo a Formigoni di dimettersi.

 Come si esce da questa situazione “opaca”?

In questi anni la Regione, da ente legislativo, si è trasformata in un enorme apparato, in cui su temi importanti come sanità, casa, territorio e ambiente, oltre a fare le norme si gestiscono - attraverso una miriade di società o direttamente – le politiche. Un potere enorme, sempre più centralizzato e centralistico, chiuso e, quindi, sempre poco trasparente. C’è un controllo maniacale delle nomine delle direzioni delle società. Servirebbe recuperare la funzione legislativa e regolatrice della Regione, aprirsi, valorizzare le energie, le realtà della società lombarda, investire su di esse anziché tentare di controllarle. E, soprattutto, uscire dalla logica di Formigoni che oggi è costretto a guardare solo al quotidiano, a difendere il gigantesco sistema di potere che ha creato, mentre serve ricominciare a pensare ad investire sul futuro e non per perpetuare il proprio comando ma al servizio del benessere dei lombardi.

 In quanto Presidente della Commissione d’inchiesta che si occupa San Raffaele, ci può dire cos’è successo alla sanità lombarda in questi 15 anni di Formigoni?

Fondi pubblici per la sanità. Subito una legge per la trasparenza

Dopo tre mesi di lavoro (sui sei previsti, salvo proroghe ulteriori), una richiesta forte: «E’ necessaria un’iniziativa legislativa urgente per garantire l’uso trasparente e corretto dei fondi pubblici in sanità». Così Franco Mirabeli (PD) presidente della commissione regionale di inchiesta sul San Raffaele (composta da 10 esponenti politici di Pdl, Lega, Pd, Idv, Udc, Sel e Pensionati).

Le vostre riunioni sono iniziate solo il 23 gennaio, le inchieste della magistratura sui fondi neri del San Raffaele e della Fondazione Maugeri sono ancora in corso. Non è prematuro fare bilanci?
«La vicenda del San Raffaele (che ha numerosi punti in comune a quella della Fondazione Maugeri, ndr) merita già una riflessione politica».

Ma è una proposta condivisa anche da Pdl e Lega, quella di un’azione legislativa per rivedere i criteri di assegnazione dei fondi pubblici (finiti nella bufera per gli scandali sanitari che hanno visto finire in carcere Piero Daccò e Antonio Simone, intermediari del San Raffaele e della Fondazione Maugeri che ricevevano fiumi di soldi pubblici)?
«Siamo tutti d’accordo: servono nuove norme per garantire la Regione e lo Stato sull’uso corretto e nell’esclusivo interesse pubblico dei finanziamenti».

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