Per un’Europa solidale e coesa

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Testo tratto da un'intervento al Circolo PD Caponnetto (video»).

Di Europa discutiamo troppo poco. È sbagliato discutere di Europa solo in concomitanza con le elezioni europee. L’Europa fa parte della nostra vita, però, molto spesso, all’opinione pubblica vengono mostrate solo le cose negative prodotte.
In realtà, l’Europa non è solo quello che viene raccontato. Oggi, ci troviamo in una condizione di scetticismo molto diffuso nei confronti dell’Europa perché valorizziamo troppo poco ciò che l’Europa ci ha consentito di costruire nel nostro Paese in positivo.
Ci sono dei dati oggettivi che ci dicono che l’Europa è una risorsa. Ora si è allargata a 28 Paesi e ci sono altri Stati che vogliono entrare, perché vedono l’Unione come un’occasione e un’opportunità. Purtroppo, per molti Paesi che sono dentro l’UE si è creata l’idea che l’Europa sia solo un vincolo, un qualche cosa che impedisce invece che qualcosa che consente.
Credo che su questo ci dovremmo soffermare anche perché oggi ci sono una quarantina di parlamentari euroscettici all’interno del Parlamento Europeo ma dopo le elezioni il numero di questi aumenterà in modo consistente.
Quelle del 25 maggio saranno elezioni decisive per il futuro dell’UE, per questo è importante parlare di Europa e non si devono usare le elezioni europee per giustificare un passaggio nazionale o per fare una verifica elettorale nazionale.
È evidente che, se ci sarà un successo molto grande delle forze euroscettiche, l’Europa subirà una battuta di arresto. Invece, dobbiamo lavorare affinché si creino le condizioni per completare il processo della costruzione europea.
Non è facile perché, in questi anni di crisi, tra i cittadini si è diffusa l’idea che l’Europa, in qualche modo, sia la responsabile dei sacrifici che si sono dovuti affrontare.
Si è diffusa l’idea che la responsabilità di tutte le misure impopolari che hanno colpito in maniera significativa tante famiglie non sia degli errori fatti dal nostro Paese ma sia dell’Europa perché, purtroppo, anche forze non euroscettiche ma populiste, di fronte a condizioni drammatiche in cui vivono molte persone che subiscono la crisi, anziché affrontare il tema e mettere in campo una prospettiva europea, preferiscono cimentarsi a individuare un capro espiatorio. La Lega lo fa da sempre e ora anche Grillo ha scelto di fare in modo che quando si manifesta un problema, anziché scegliere come risolverlo, si cerca a chi attribuirne la colpa. Lo fa Maroni quotidianamente governando Regione Lombardia, dando la colpa delle situazioni di volta in volta a uno o all’altro.
L’Europa è diventata il capro espiatorio di tutti i nostri problemi e, di fronte a questa semplificazione, è diventato difficile rispondere: ci vuole un grande sforzo comunicativo.

L’altra è un’idea con cui ci siamo scontrati quando c’è stata in Italia la prima ondata migratoria, cioè che di fronte alla complessità, la cosa migliore da fare è chiudersi e difendersi dentro a un castello, come se fosse possibile.
È evidente che queste sono tutte idee antistoriche: chiudersi non ha alcun senso. Eppure sono idee che hanno un fascino tra le persone e sono il contrario della costruzione cooperativa e solidale e della condivisione di cui si ha bisogno ora.
C’è proprio un messaggio culturale diverso che si sta tentando di imporre e che arriva prima alla gente perché gioca sulla semplificazione.
Dopo di che, non è che sono cattivi i cittadini che, di fronte alla crisi, recepiscono questi messaggi negativi perché c’è anche una responsabilità vera dell’Europa per come ha affrontato le cose in questi anni.
L’Europa ha affrontato la crisi guardando ai bilanci, alla finanza e mai alle questioni sociali, imponendo un’austerity che magari a noi ha aiutato per sistemare qualche problema di bilancio che avevamo a prescindere dall’Europa, però, le famiglie sono state aiutate decisamente meno in questo.
In Grecia la cura europea ha massacrato, i conti ora sono in ordine ma c’è un Paese devastato dal punto di vista sociale. E allora c’è stata un’Europa troppo poco sociale, troppo poco politica, troppo poco “Europa dei cittadini” mentre è stata per lo più un’Europa che ha guardato ad altro.
Il sistema valoriale di cui abbiamo bisogno non l’abbiamo visto: l’Europa, in questi anni di gestione della crisi, ha mostrato quasi esclusivamente attenzione ai parametri.
Per ridare fiducia ai cittadini e per ricostruire questo, dobbiamo fare una campagna elettorale dicendo che l’Europa deve cambiare e può cambiare, magari ritornando anche allo spirito originario di Ventotene.

Bisogna cominciare a ragionare sullo sviluppo e sul lavoro, sapendo anche che l’Europa deve avere la capacità di promuovere un’idea di sviluppo per i prossimi anni che non sia la scopiazzatura degli anni precedenti.
Non è realistico pensare che si possa uscire da questa crisi immaginando di tornare come eravamo prima. Non si può ritornare a come eravamo prima perché quel modello di consumi e quel modello di produzione devasta il mondo. L’Europa su questo deve avere la capacità di consentire gli investimenti, scegliere cosa fare, rompere un po’ di patti di stabilità per poter investire su alcune cose, avendo in mente un’idea di sviluppo e soprattutto la questione del lavoro.

L’altra questione è quella della rappresentanza. Il Parlamento Europeo lo eleggeremo a suffragio universale però, ad oggi, vale pochissimo perché ciò che conta sono le decisioni della Commissione, la quale è formata dai governi.
Bisogna, quindi, dare più potere alle istituzioni rappresentative elette dai cittadini perché questo è un modo per cominciare ad andare nella direzione giusta, per costruire un rapporto politico e democratico tra i cittadini e le istituzioni europee perché, se non facciamo questo, se l’idea che si diffonde è che si va a votare per un Parlamento europeo che tanto poi conta pochissimo è anche difficile portare i cittadini al voto e si genera un’ulteriore sfiducia nelle istituzioni europee.
Qualche passo è stato fatto, ad esempio, l’andare a votare per il Presidente della Commissione è già un modo per avvicinare. Dobbiamo, però, sapere che, comunque, la Commissione sarà composta dai governi.
Poi c’è un problema di rapporto tra i Parlamenti nazionali e le istituzioni europee: c’è un sistema di rappresentanza da ricostruire, senza il quale non riusciamo a ridare credibilità.

L’ultimo tema che voglio affrontare – dopo la responsabilità dell’Europa per le cose che non ha fatto e la responsabilità della propaganda del populismo che gioca su questo - è quello della responsabilità nostra di non aver valorizzato abbastanza che cos’è l’Europa e le cose positive che abbiamo grazie all’UE.
Rischiamo che vengano date per scontate cose che non lo sono e che senza l’Europa non ci sarebbero.
Schengen, la libera circolazione delle persone, ad esempio, è un grande fatto che senza l’Europa non ci sarebbe stata, così come i milioni di giovani che vanno all’estero a studiare con il progetto Erasmus non ci sarebbero stati e non ci sarebbero stati neanche i fondi per sostenere le aree deboli che, dove sono stati utilizzati bene (anche in Italia ma soprattutto in altri Stati, come l’Irlanda), hanno prodotto dal punto di vista dell’equità sociale.
Mi domando se non vada sottolineato il fatto che noi oggi, grazie all’Europa, dobbiamo rispettare obiettivi importanti su cui abbiamo costruito pezzi della nostra legislazione in tema di difesa dell’ambiente, di promozione delle energie rinnovabili; in tema di rispetto dei diritti umani nelle carceri. Ma anche in tema di lotta alla criminalità organizzata: non è lo stesso se in Italia si combatte la mafia qui con la nostra legge, che è molto avanzata, e poi in altri Paesi ci sono vincoli minori che consentono ai criminali di salvarsi varcando il confine o spostando i loro patrimoni in altri Stati.
In Italia, ad esempio, vige la norma per cui si possono confiscare i beni ai mafiosi già in fase di indagine, senza che vi sia una sentenza di condanna, se negli altri Paesi europei questo non è consentito perché la legge impone che si attenda la sentenza, è evidente che alla criminalità organizzata basta spostare i propri patrimoni in quei Paesi per essere al sicuro.
Oggi c’è un problema complessivo di lotta alla criminalità organizzata e, quindi, bisogna lavorarci in un’ottica europea.

Ci sono molte questioni e molti problemi che non possiamo risolvere da soli.
Per molte questioni che non sono ancora risolte e che abbiamo messo al centro dell’agenda della Presidenza italiana del Semestre Europeo abbiamo bisogno dell’Europa. Lì ci sono alcune cose fondamentali per l’Italia. Sul tema del lavoro, ad esempio, non c’è solo un problema dell’occupazione ma anche della qualità del lavoro: l’Europa dovrebbe svolgere anche un ruolo di barriera rispetto allo sfruttamento e garantire la dignità del lavoro.
C’è poi un tema che riguarda la politica estera. Diamo per scontate molte cose: oggi valorizziamo il ruolo che ha avuto l’Europa per la pace ma, di fronte ad una vicenda come quella ucraina, dobbiamo riflettere su quali strumenti mette in campo l’UE e quale ruolo vuole avere l’Europa. Oppure diamo per scontate le cose anche sul terreno della democrazia ma poi ci dobbiamo confrontare con una realtà come quella ungherese in cui siamo contenti che non hanno vinto i nazisti ma ha vinto comunque un soggetto che ha fatto una Costituzione illiberale.
Infine, abbiamo un grave problema che è quello degli sbarchi a Lampedusa e la gestione dei richiedenti asilo. Questo deve diventare un problema dell’Europa, cosa che oggi non è.
Se rimane un problema solo dei Paesi del Mediterraneo, dove arrivano i barconi, l’Europa non fa il suo lavoro.
Sono stato a Vilnius alla Conferenza dei Parlamenti degli Stati europei e i rappresentanti dei Paesi mediterranei hanno posto questo tema e la risposta degli altri ha mostrato un’evidente non comprensione del problema.
I richiedenti asilo devono fermarsi nel Paese in cui presentano la richiesta e, dato che le procedure sono lunghe, queste persone rischiano di restare per molti mesi. Per un anno vengono accuditi da alcune associazioni, come prevede la legge di Maroni, dopo l’assistenza finisce perché le associazioni non ricevono più finanziamenti per farlo e, quindi, se ne perdono le tracce (si veda la vicenda di Kabobo). La scelta dell’Europa, con il trattato di Dublino, di distribuirli sul territorio europeo aiuta a far diventare la situazione meno pesante per tutti solo che la distribuzione non è equa perché all’Estonia spetta un rifugiato politico, alla Francia 5 ecc. È chiaro che così non funziona e i Paesi nordici hanno un’idea generale per cui il problema è nostro, che siamo un po’ razzisti e lasciamo affondare i barconi.
Questo è un tema che dà il senso della complessità e di quanto l’Europa sia ancora da costruire.
Un altro tema sarà quello dell’innovazione tecnologica.
A Milano ospiteremo molti appuntamenti del governo per il Semestre Europeo e poi ci sarà Expo, in cui una parte di questi argomenti, come ad esempio quale modello di sviluppo vogliamo realizzare per il futuro, saranno al centro delle discussioni e qui possiamo diventare il luogo in cui molte di queste questioni saranno affrontate in maniera importante nei prossimi mesi.
Se però avranno la meglio le forze euroscettiche, sarà più difficile fare passi avanti su temi come questi.


Video dell'intervento al Circolo PD Caponnetto»

 

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