Save the Planet. Prendersi cura dell’ambiente. Prendersi cura del futuro

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Intervento all'incontro “Save the Planet. Prendersi cura dell’ambiente. Prendersi cura del futuro” (video).

C’è un tema che va al di là dell’ambiente e riguarda lo sviluppo, le priorità con cui si costruiscono una politica e dei programmi.
Questo tema oggi ha una valenza politica fondamentale e, quindi, non può essere consegnato solo agli addetti ai lavori né essere uno dei temi elenchiamo quando scriviamo i programmi: il tema del futuro deve tornare ad essere al centro della riflessione e del pensiero politico della sinistra.
Per molti anni abbiamo spiegato che la differenza tra destra e sinistra era che la destra si occupava del contingente e di portare a casa il più possibile oggi sia dal punto di vista delle risorse che dal punto di vista delle ricchezze mentre la sinistra è sempre stata quella che guardava al futuro, pensava a come costruire un mondo migliore per chi sarebbe venuto dopo di noi.
Questa dimensione l’abbiamo persa e penso che una parte della crisi della sinistra di questi anni, dalla globalizzazione in poi, sia legata a questo.
Abbiamo fatto molte proposte e messo in campo e concretizzato tante idee e provvedimenti positivi ma è mancato il contesto: quell’idea di futuro che potesse portare i cittadini e le persone a trovare risposte rispetto all’ansia principale di questi anni che è quella del cosa sarà domani.
La paura è questa: non siamo sicuri di cosa ci sarà domani.
Gli altri propongono una cosa semplice: sono tornati ad essere una destra vera che spinge a chiudersi per cercare di stare il meglio possibile al proprio interno, fregandosene di cosa succederà nel futuro.
A noi è mancata la credibilità per dire che eravamo in grado di costruire un futuro migliore.
Penso, quindi, che questo sia il tema che può far diventare la questione ambientale una questione centrale. Non è un caso, dunque, che al congresso Nicola Zingaretti abbia posto questo tema come centrale.
Ai ragazzi del “Fridays for future” non possiamo pensare di dare una risposta semplicemente andando alle loro manifestazioni o cercando di avere buoni rapporti con loro.
O riusciamo a creare una proposta credibile con cui cerchiamo di offrire uno sviluppo che cambia il paradigma, che cambia le priorità e che mette l’ambiente come una questione prioritaria oppure, per quei ragazzi, difficilmente diventeremo credibili come forza politica.

Bisogna, poi, pensare ad un modello di sviluppo diverso in cui la compatibilità ambientale e la sostenibilità diventino centrali e, in questo senso, occorre saper rinunciare a delle cose, sapendo che ci sono anche degli ostacoli.
Sicuramente per le forze di destra che pensano di lucrare il più possibile oggi, questi temi non sono prioritari, anzi Trump difende un apparato industriale e un modello commerciale che guarda al passato.
Gli Stati Uniti sono nella parte del mondo avanzato, con Obama avevano provato ad essere il motore dell’innovazione anche dal punto di vista della sostenibilità mentre, oggi, Trump non difende l’innovazione ma ciò che rappresenta un vecchio modello di sviluppo che si fonda sulla quantità di ciò che si produce e non sulla qualità.
Dobbiamo prendere atto del fatto che c’è anche un pezzo di mondo, come Africa e Asia, che se si mettesse a produrre con alcuni sistemi porterebbe maggior inquinamento ma non possiamo impedire loro di svilupparsi.
Ci sono, quindi, problemi di cui si deve far carico la comunità internazionale e si è avviato un percorso con gli accordi di Parigi.
Bisogna studiare soluzioni migliori, dare incentivi.
La questione della sostenibilità, dunque, richiede uno sforzo gigantesco ma è indispensabile farlo perché cambia il modello di sviluppo e cambia anche la vita delle persone.
Qual è il rischio? La destra, per resistere, punta sull’idea che tutto si giochi sul meno emissioni in favore dell’ambiente, ma che uno sviluppo sostenibile significa rinunciare e, quindi, peggiorare le condizioni di vita.
Dobbiamo, invece, dire con chiarezza che non è così, che mettere al centro la qualità non vuol dire “decrescita felice” ma mettere le persone nelle condizioni di godere di più di una vita con una qualità migliore e questo è il modo per coinvolgere anche molti cittadini.
Affrontare questa questione vuol dire produrre il massimo di innovazione che si può produrre in questa fase storica e vuol dire, quindi, una grande opportunità per l’economia.
Pensiamo, ad esempio, a quanto ha prodotto la scelta che abbiamo fatto con il bonus ambiente che dava incentivi fiscali a chi ristrutturava le abitazioni secondo criteri ecosostenibili: con quei provvedimenti abbiamo aperto un mercato ad aziende che hanno innovato e hanno dovuto innovare per essere in grado di utilizzare le tecnologie più avanzate per consentire che questi obiettivi potessero essere raggiunti.
Penso, poi, all’economia circolare che è un modo per cambiare i comportamenti delle persone e ha un grande valore.
Tutta la gestione del ciclo dei rifiuti è fondamentale nel ragionamento che stiamo facendo.
Dobbiamo, inoltre, ripensare le nostre città e su questo a Milano stiamo lavorando, ad esempio con le scelte importanti che si stanno facendo sul trasporto pubblico e sulle limitazioni al traffico.
Ci sono, dunque, molte cose che si possono fare per migliorare la qualità della vita oltre a migliorare l’impatto ambientale. Si può arrivare a spendere meno per tenere le case calde o per gestire i rifiuti; si può creare una città più vivibile.
Dobbiamo, quindi, dirlo che pensiamo ad uno sviluppo diverso in cui la qualità è un’occasione per migliorare il futuro ma anche l’oggi.
Credo, quindi, che torni molto attuale un vecchio slogan di Legambiente che diceva “agire localmente, pensare globalmente” perché abbiamo bisogno di cambiare pensando ad un’idea di futuro che sia globale, sapendo che si può realizzare con tante piccole cose che sul territorio definiscono quell’idea di futuro alternativa, che mette al centro la qualità e il benessere delle persone.

Stando sulle cose fatte, c’è da rilevare che soprattutto sull’edilizia residenziale pubblica si è intervenuti troppo poco.
In questi anni, con gli ecobonus, abbiamo prodotto dei risultati.
Tra i risultati ottenuti anche grazie agli incentivi fiscali che abbiamo creato c’è il raggiungimento anticipato di un’ampia quota di produzione di energia elettrica con fonti rinnovabili, come previsto dalla Strategia Europea 2020.
Si sarebbe dovuto produrre un risultato in ambito dell’efficientamento energetico anche nei quartieri popolari.
In Parlamento avevamo fatto una battaglia lunga e impegnativa e avevamo strappato la possibilità anche per i gestori delle case popolari di poter utilizzare gli incentivi per ristrutturare e rifare i cappotti.
Attuando le ristrutturazioni per migliorare l’efficienza energetica degli immobili si sarebbe avuto un risparmio importante anche nelle bollette energetiche degli inquilini, oltre che un risultato positivo sull’impatto ambientale.
In Regione Lombardia, però, quegli incentivi sono stati usati pochissimo; a Milano addirittura non sono stati usati per niente ma questa è una responsabilità di ALER.
C’è sicuramente molta timidezza ad intervenire su alcuni settori, però, quando siamo stati al Governo un po’ ci abbiamo provato a fare delle cose.

Video dell'incontro»
Video della relazione del prof. Maggi»
Video dell'intervento di Chiara Braga»
Video dell'intervento di Franco Mirabelli»
Video delle conclusioni di Franco Mirabelli»
Video delle conclusioni di Chiara Braga»


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