Sulla lettera inviata ai parlamentari lombardi da Libertà e Giustizia

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Caro Giunti,
Ho ricevuto la sua lettera e credo che le sue riflessioni meritino attenzione e non sarebbe giusto lasciarle cadere senza rispondere. Tanto più che lei oggi coordina un circolo, come quello milanese di Libertà e Giustizia, con cui in questi anni mi sono spesso trovato a collaborare e condividere battaglie e che esprime valori e principi in cui mi riconosco.

Detto questo le scrivo da senatore del PD, che ha fatto, come tanti miei colleghi, scelte sofferte in questi mesi, ma senza subire ne' pressioni ne' diktat di alcun tipo.
Credo che dopo il risultato elettorale e il rifiuto del Movimento Cinque Stelle di sostenere un governo di cambiamento fossimo davanti ad un bivio tra tornare al voto o dar vita ad un governo di larghe intese per far fronte alle emergenze sociali ed economiche che stanno rendendo difficile la vita a tanti italiani. Abbiamo scelto questa strada, quella di dar vita ad un governo con coloro che sono stati e sono i nostri avversari politici perché abbiamo ritenuto giusto mettere al primo posto il Paese, perché pensavamo e pensiamo di poter fare cose utili e perché andare al voto, non avrebbe cambiato nulla, ma certamente avrebbe fatto perdere altro tempo alla soluzione dei tanti concreti problemi degli italiani e avrebbe ulteriormente allontanato i cittadini dalla politica, dalle istituzioni e dalla democrazia: una politica che appaia distante dai problemi quotidiani e spesso autoreferenziale discredita se stessa e le istituzioni e, su questo, in Italia abbiamo già raggiunto il livello di guardia.

La lettera che ho firmato con altri 69 senatori

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A leggere i commentatori ed anche le dichiarazioni di qualche collega, è davvero paradossale la distanza tra quanto comunicato in queste ore e ciò che davvero è accaduto e sta accadendo nelle aule parlamentari.

E, dispiace dirlo, appare altrettanto in gran parte incomprensibile l'occasione che sta perdendo il Partito Democratico ai suoi diversi livelli di spiegare, difendere e valorizzare le scelte - certo faticose e non facili - dei suoi deputati e senatori.

Siamo tutti concordi nel giudizio critico sugli eventi di ieri. IlPdl ha approfittato di una pur legittima opportunità (la sospensione dei lavori d'aula) per drammatizzare le vicende giudiziarie del proprio leader con toni e modalità che nessuno di noi ha condiviso.

Piacerebbe, però, vedere uno scatto d'orgoglio da parte del PD. Vorremmo che fossero  comunicate meglio le nostre buone ragioni al Paese. Che si raccontasse di più come i democratici siano impegnati con fatica e responsabilità a sostenere un Governo chiamato a realizzare riforme imprescindibili rispetto ad una crisi che non è un'invenzione dei media e che richiede scelte importanti e non differibili.

Intervista Affari Italiani

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Le larghe intese nel Pd partono da Milano. Con Area Dem

Giovedì, 4 luglio 2013 - 10:09:00

di Fabio Massa

Un convegno nel quale ci sono un po' tutti. Da Fassina al bersaniano doc Martina, da Zanda al "tortellino magico" Migliavacca, da Mucchetti al renziano Alfieri. Chez i "franceschiniani" di Democratici per Milano, costola lombarda di Area Dem. Si svolgerà sabato in via Luini, zona Cadorna, a Milano. Ad Affaritaliani.it il "padrone di casa" Franco Mirabelli spiega: "E' un confronto tra quelle parti di Pd che pensano che questo governo non sia quello che volevamo, ma che è un governo che sta facendo e che va giudicato per i fatti e che va aiutato a fare i fatti. Le persone che riuniamo, sia esponenti del governo che politici, condividono questa idea". Le regole? "Mi sembra incredibile che invece di partire dai temi, si parta dalle regole e dalle persone..."

Senatore Mirabelli, iniziamo da una vicenda "milanese". Come commenta la svolta renziana di Pisapia?
Io penso che il sindaco abbia detto delle cose sagge. Mi pare vengano riportate solo a metà. Ha dichiarato un apprezzamento per l'ipotesi di Renzi presidente del consiglio, ma mi pare che abbia anche chiarito che secondo lui la strada non passa per la segreteria del Pd. Ha detto con chiarezza che le primarie che dovranno sancire la scelta del candidato premier siano dell'intero centrosinistra.

Riflessioni sul congresso

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Tra pochi mesi inizieremo la nostra discussione congressuale. Un appuntamento importante non solo per il PD o il centrosinistra ma per tutto il Paese.
Il risultato elettorale ci ha detto, in sintesi, che il progetto di un grande partito riformista non è riuscito a raccogliere quel consenso maggioritario per cui abbiamo lavorato. Non abbiamo conquistato il consenso di tanti italiani che chiedono alla politica di cambiare, chiedono riforme e partecipazione reale.
Noi che siamo nati per rinnovare la politica e i partiti con l'ambizione di guardare al futuro e di costruire una forza all'altezza delle sfide dell'oggi e consapevole dei grandi cambiamenti avvenuti, proprio su questo abbiamo fallito: non siamo stati percepiti come sufficientemente credibili, anzi, siamo vissuti - certo ingiustamente - come parte di una vecchia politica distante dai cittadini, impegnata in pratiche incomprensibili, autorefenziale, che vive di una vita propria estranea al vissuto quotidiano dei cittadini. Tutto ciò nonostante il PD abbia saputo innovare e rinnovarsi in questi anni a partire dalla scelta delle primarie.
Siamo stati travolti comunque dalla crisi.
Crisi del sistema politico che, senza riforme, rischia di trasformarsi in una crisi pericolosa della democrazia (le cui origini stanno certamente negli errori dei partiti, nella resistenza che c’é stata e c'é di fronte al cambiamento e in una corruzione e un malcostume diffusi). Ma la crisi sta anche nella difficoltà della politica nel mondo globalizzato di intervenire concretamente su processi che nascono e si sviluppano fuori dalla possibilità delle istituzioni di determinarli e in una dimensione che va oltre gli Stati nazionali.