Primo Rapporto sulle Mafie al Nord della Commissione Antimafia

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Questo è il Primo Rapporto Trimestrale sulle Aree Settentrionali, per la Presidenza della Commissione Parlamentare di Inchiesta sul Fenomeno Mafioso a cura dell'Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell'Università degli Studi di Milano (file PDF) presentato recentemente a Torino.
 
1.LA RICERCA: OBIETTIVI E METODO
1.1 Il rapporto e il gruppo di ricerca
Il presente rapporto costituisce il frutto di un lavoro di ricerca e analisi condotto, per incarico della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, istituita nella XVII legislatura con la legge 19 luglio 2013, n. 87, da un gruppo di ricercatori dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano, istituito nel 2013 per raccogliere in un unico centro scientifico le competenze e le energie formatesi nell'ambito delle molte esperienze didattiche e di ricerca condotte presso l'ateneo.
In particolare, un corso base e un corso progredito di Sociologia della criminalità organizzata, una Summer School on Organized Crime, un corso di specializzazione post-laurea in Scenari internazionali della criminalità organizzata, diversi laboratori interdisciplinari, un’università itinerante sul tema della “Legalità difficile”, nonché il progetto di un nuovo corso in Sociologia e metodi dell’educazione alla legalità, nel quadro di un protocollo di collaborazione sottoscritto, nello stesso 2013, con il Ministero dell’Istruzione e dell’Università. Tre dei quattro ricercatori hanno conseguito il diploma di specializzazione post-laurea; tutti hanno già tenuto relazioni in qualificate sedi accademiche.
Il rapporto che qui si consegna ha una natura introduttiva alla conoscenza e alla comprensione delle attuali dimensioni e manifestazioni del fenomeno mafioso nelle regioni settentrionali. Si prefigge cioè di ricostruire la presenza del fenomeno sulla base delle dinamiche registrate negli ultimi cinque anni (2009-primo trimestre del 2014), e di connetterle con i dati storici precedenti.
Costituisce in tal senso una prima esplorazione delle caratteristiche e delle tendenze attuali della presenza mafiosa nell'Italia del nord, nella quale è stata ricompresa per ragioni di contiguità territoriale e di integrazione socio-economica l’Emilia Romagna.
Per questo il rapporto va considerato un primo passo verso una lettura critica e in certa misura predittiva delle principali dinamiche in atto, che verranno in sede successiva ulteriormente precisate e articolate, soprattutto con riferimento ai campi di attività delle differenti organizzazioni mafiose.
Gli orientamenti descrittivi e interpretativi di fondo che vengono qui proposti sono il risultato dell’analisi combinata di alcuni fondamentali indicatori quantitativi, della loro integrazione con una batteria di indicatori qualitativi rilevanti suggeriti dalla ricerca empirica e teorica, e di una complessiva ponderazione dei dati così acquisiti in relazione alle loro cornici storiche e sociali. A tal fine il gruppo di ricerca si è avvalso di una pluralità qualificata di fonti di informazione: i documenti ufficiali, al cui interno un ruolo di primo piano hanno giocato quelli giudiziari o prodotti da strutture investigative; le intense e differenti esperienze di impegno e di studio in materia, anche sulle organizzazioni criminali internazionali; il ricco patrimonio di conoscenze accumulato attraverso seminari e tesi di laurea sul fenomeno mafioso nelle comunità settentrionali; la ricca rete di relazioni costruita con amministrazioni comunali, strutture investigative, università, realtà associative. E si è orientato nella eterogeneità di dati così acquisiti adottando la pluralità di prospettive e metodologie affermatasi nel confronto scientifico, istituzionale e civile.

1.2 Prospettiva e struttura del rapporto
La prospettiva in cui si muove il rapporto è suggerita dal compito che questo Osservatorio ha ricevuto dalla Presidenza della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno mafioso, ovvero la stesura di rapporti trimestrali sulle regioni settentrionali. Tale compito ha indotto a definire un percorso di inquadramento progressivo dell’oggetto di studio. Percorso fatto non di puri, continui aggiornamenti periodici; ma di un crescente arricchimento di orizzonti e al tempo stesso di migliori qualificazioni dei fenomeni, anche (certamente) in considerazione delle novità più rilevanti o più indicative emergenti nel corso del tempo.
In questa prima sede si procederà dunque a offrire una specie di alfabeto per la lettura della realtà settentrionale, cercando -come si è detto- di valorizzare i dati quantitativi primari e di combinarli con alcuni selezionati dati qualitativi.
L’obiettivo è di proporre una mappa articolata della aggressività del fenomeno mafioso nelle regioni e provincie del nord e a) di offrire una chiave di lettura complessiva delle dinamiche in corso; b) di suggerire probabili linee evolutive della presenza mafiosa sul territorio settentrionale.
A tal fine il rapporto si sviluppa a partire dalla proposizione di una tesi di fondo che ne costituisce il maggiore riferimento teorico, ossia il ruolo decisivo giocato dai piccoli comuni nell'evoluzione della vicenda mafiosa al nord. Espone in apertura le principali mappe generali della presenza mafiosa per consentire da subito una lettura sintetica dei punti di arrivo del lavoro. Quindi si snoda nell'analisi delle singole regioni seguendo un ordine decrescente dell’indice di presenza mafiosa, così come definito dal gruppo di ricerca: Lombardia, Piemonte- Val d’Aosta, Liguria, Emilia Romagna e Triveneto. Ogni regione viene trattata tenendo conto sia dei dati demografici sia dei dati giudiziari, con attenzione a tutti i fatti che possano concorrere significativamente a comporre il panorama della presenza mafiosa.
Dopo una descrizione e valutazione di insieme, ogni regione viene poi scomposta per provincie, per spingere l’analisi il più in profondità possibile. A questa sistematica analisi territoriale si fa seguire, ove possibile, una serie di considerazioni più trasversali scaturite dall’“interrogazione” delle principali, più recenti operazioni giudiziarie, così da mettere a fuoco alcuni importanti fenomeni, nuovi o fin qui poco studiati. Il rapporto è integrato infine da una serie di considerazioni conclusive, da intendere come suggerimenti analitici di cui appare comunque opportuno o più urgente tener conto nella definizione delle strategie di contrasto del fenomeno mafioso.
Va precisato che nello svolgimento del rapporto si è ritenuto, data la sua specifica destinazione, di indulgere talora a una ripetizione di informazioni e riferimenti, in modo da renderne più facilmente consultabili le singole parti e sezioni.

1.3 Problemi metodologici e problemi informativi
La stesura del rapporto ha dovuto misurarsi con i consueti problemi di ordine metodologico. I più rilevanti sono stati comportati dalla scelta degli indicatori di partenza per definire l’indice di presenza mafiosa: ovvero il numero dei beni confiscati, il numero delle “locali” di ‘ndrangheta, il numero degli omicidi di accertata (o molto probabile) natura mafiosa.
Come è noto, e come è stato più volte ricordato in altre sedi, i beni confiscati sono spesso solo la punta dell’iceberg di fenomeni più ampi ed esprimono per di più realtà passate, visti i tempi che intercorrono tra l’esercizio di condotte mafiose e la loro sanzione giudiziaria con relativo provvedimento di confisca. Inoltre la loro numerosità, pur riflettendo senz'altro, in linea di massima, la densità della presenza mafiosa, riflette anche il grado di efficienza degli apparati investigativi e repressivi. Un basso numero di beni confiscati può cioè esprimere, anziché una modesta presenza di organizzazioni mafiose, una carenza di iniziative di contrasto (come, ad esempio, è a lungo accaduto, e significativamente, nella provincia di Imperia). Infine, non tutti i beni confiscati hanno la stessa importanza e dimensione e non tutti sono appartenuti necessariamente a organizzazioni di stampo mafioso, venendo talora deliberato il provvedimento di confisca anche nei confronti di gruppi di “semplici” narcotrafficanti.
Quanto alle “locali”, è chiaro che anche la loro individuazione è soggetta allo sviluppo delle attività di contrasto. In certi casi, in effetti, si riscontrano segni importanti di presenza mafiosa senza che risulti attiva alcuna “locale”. I ricercatori fra l’altro si sono imbattuti in conteggi e individuazioni differenti in relazione alle differenti fonti istituzionali consultate, del che hanno regolarmente reso conto nell'ambito delle singole trattazioni regionali.
Quanto agli omicidi, può ben accadere che a distanza di tempo o all'esito di un processo, quello che può apparire un delitto di mafia non sia classificabile come tale. Senza contare che proprio contesti ad alta dominanza mafiosa non richiedono omicidi per realizzare un efficace controllo del territorio; e che la violenza mafiosa tende spesso a esercitarsi, specie a scopo di intimidazione, colpendo le cose più che le persone (es.: gli incendi), come è stato di recente dimostrato nello studio del caso milanese.
Complessivamente è però sembrato che i tre indicatori, riguardati alla luce di altre informazioni sui singoli territori considerati (che vengono puntualmente riferite nei capitoli regionali), siano in grado di offrire una apprezzabile base di partenza, da integrare certo con valutazioni relative alla dimensione dinamica e qualitativa del fenomeno.
In questo contesto di relativa incertezza dei dati appare senz'altro doveroso segnalare la contraddittorietà delle sentenze della magistratura con riferimento alla contestabilità del reato di cui al 416 bis nelle aree settentrionali. Alla luce dei fatti acclarati nelle stesse sentenze, tale contraddittorietà appare essere in diversi casi, più che l’esito fisiologico della dialettica processuale, l’effetto di una acerba formazione all'analisi e alla comprensione del fenomeno, oltre che del pregiudizio, che segna nel loro complesso le classi dirigenti settentrionali, secondo cui le organizzazioni mafiose al nord non avrebbero insediamenti veri e propri e comunque non commetterebbero al nord gli stessi reati commessi nelle regioni di origine (“solo il riciclaggio”).
Il gruppo di ricerca ha dunque proceduto nell'insieme riconoscendo la presenza dei gruppi mafiosi sulla base degli indicatori più accreditati nelle scienze sociali (ad esempio: la inutilizzabilità di una intercettazione telefonica per ragioni procedurali può comportare la non contestabilità di un reato sul piano giudiziario ma non la rimozione delle relative informazioni sul piano scientifico o politico).
Piuttosto sembra doveroso aggiungere, proprio ai fini di una migliore azione di contrasto e di una maggiore responsabilizzazione del complessivo tessuto istituzionale, come l’acquisizione e la sistematizzazione delle conoscenze sul fenomeno mafioso vengano rese faticose o addirittura scoraggiate dalla carente disponibilità di dati ufficiali pubblicamente accessibili e logicamente ordinati. Si fa qui riferimento, con ogni evidenza, non ai cosiddetti dati “sensibili” o comunque ancora sotto copertura, ma a quei dati essenziali che dovrebbero comporre – come in ogni altro campo della ricerca- statistiche ufficiali a disposizione dell’opinione pubblica. Si tratta di una carenza sottolineata dalla comunità scientifica ma anche - va detto- da soggetti istituzionali incaricati di svolgere attività di intelligence investigativa.
E’ superfluo sottolineare come tale limite non aiuti certo a conoscere il fenomeno mafioso e come invece sia decisiva -sempre- la conoscenza dell’avversario che si intende combattere. Tale ultimo principio vale d'altronde anche per la società nel suo insieme, qualora si ritenga davvero che il contrasto dell’organizzazione mafiosa non debba essere delegato solo alla magistratura e alle forze dell’ordine.
L’Osservatorio si permette quindi di sottoporre alla Presidenza della Commissione l’opportunità di incoraggiare le principali strutture pubbliche competenti a dotarsi di basi di dati aggiornate, apprezzabilmente funzionali e ordinate, e di aprirle alla pubblica conoscenza, ritenendo che questo possa costituire un importante passo avanti per la comune consapevolezza della qualità e delle trasformazioni del fenomeno mafioso.
Da quanto fin qui detto si deduce che gli “indici di presenza mafiosa” che il gruppo di ricerca ha costruito per regioni e provincie (vedi la Mappa 1 al paragrafo successivo), e che rappresentano uno dei principali frutti del suo lavoro, vanno intesi come il frutto di una rielaborazione sintetica soggettiva. A definirli concorrono senz’altro i già ricordati dati quantitativi di base. Ma, appunto, essi vengono riconsiderati sulla base di molti elementi di giudizio (operazioni giudiziarie, scioglimenti di consigli comunali o commissariamenti di comuni, quantità e qualità delle collusioni politico-mafiose, presenze nella pubblica amministrazione, diffusione di reati spia -es. gli incendi- ma anche di fenomeni spia -come il gioco d’azzardo o i compro-oro -, risultati di studi di comunità o di altre ricerche scientifiche ecc.) nonché della caratteristiche storiche o delle forme in divenire delle presenze mafiose. Gli indici costituiscono insomma l’approdo di un lungo procedimento di valutazione, certamente discutibile, ma di cui l’Osservatorio si assume la responsabilità scientifica, a partire dal proprio patrimonio di esperienze e di fonti.
Gli indici si distribuiscono secondo una scala decrescente di valori, da 1 (massima presenza, assegnato alle provincie di Milano, Monza Brianza, Torino e Imperia) a 5 (minima presenza). Come si potrà vedere, nei casi di maggiore incertezza di collocazione, alcune provincie (si segnala la fascia meridionale del Piemonte) sono state associate all’indice più attendibile, contrassegnato però da un asterisco. Va da sé che, dato il forte dinamismo del fenomeno mafioso, si tratti di collocazioni temporanee. Anche per questo in alcuni casi si è ritenuto di associare all’indice stimato una freccia indirizzata verso l’alto, per segnalare l’elevata probabilità –a parità dell’azione di contrasto- di un aumento della presenza mafiosa nel prossimo futuro.
Occorre infine precisare che gli indici vanno rapportati a quella che può essere ritenuta una ideale “media” settentrionale. L’alta presenza nella provincia di Milano o di Torino non è cioè paragonabile all’alta presenza nella provincia di Reggio Calabria. Le stesse “locali” del nord, come dimostra la vicenda della provincia di Como (vedi il capitolo sulla Lombardia), hanno di norma radicamenti meno profondi e hanno perfino dimostrato, talora, una apprezzabile instabilità, così da obbligare l’analista a un supplemento di cautela.

1.4 Il fenomeno mafioso nell’Italia settentrionale contemporanea.
Il ruolo dei piccoli comuni Il gruppo di ricerca ha inteso valorizzare nel rapporto il ruolo cruciale giocato dai piccoli comuni nell’espansione e nel radicamento delle organizzazioni mafiose nelle regioni settentrionali. Occorre sottolineare infatti che mentre gran parte dell’opinione pubblica è incline a pensare che il trasferimento dei clan al nord sia guidato dalle opportunità di impiego dei capitali di provenienza illecita nella Borsa e nella finanza, da cui un primato di Milano come piazza finanziaria per eccellenza, in realtà la diffusione del fenomeno mafioso avviene soprattutto attraverso il fittissimo reticolo dei comuni di dimensioni minori, che vanno considerati nel loro insieme come il vero patrimonio attuale dei gruppi e degli interessi mafiosi. E’ soprattutto nei piccoli comuni che si costruisce una capacità di controllo del territorio, di condizionamento delle pubbliche amministrazioni locali, di conseguimento di posizioni di monopolio nei settori basilari dell’economia mafiosa, a partire dal movimento terra. E’ nei piccoli comuni che è possibile costruire, grazie ai movimenti migratori, estese e solide reti di lealtà fondate sul vincolo di corregionalità, o meglio di compaesanità, specie se rafforzato da vincoli di parentela di vario grado e natura.
Ha tremila abitanti il comune, Buguggiate, in provincia di Varese, in cui scelse di andare a vivere, non inviato al confino, Giacomo Zagari, il primo boss calabrese in terra lombarda nel dopoguerra. Aveva meno di diecimila abitanti Buccinasco (oggi salita a 27mila), in provincia di Milano, quando divenne “la Platì del nord”. Ha settemila abitanti San Vittore Olona (Milano), il regno da cui aveva accarezzato il suo sogno “secessionistico” Carmelo Novella, che vi venne ucciso nel 2008. Ha 10mila abitanti Sedriano, hinterland ovest milanese, sede del primo consiglio comunale sciolto per mafia in Lombardia nel 2013. E ne ha 12mila Rivarolo, in provincia di Torino, il cui consiglio comunale è stato ugualmente sciolto per mafia, nel 2012.
Le ragioni per cui si è sviluppato un forte orientamento a privilegiare i comuni minori sono già state indicate in altra sede, ma vale qui la pena sottolineare in particolare l’inesistenza o la debole presenza di presidi delle forze dell’ordine, la quale già di per sé garantisce a gruppi armati una facilità di esercizio de facto di una giurisdizione parallela. Né può essere sottovalutato il cono d’ombra protettivo steso sulle azioni dei clan dall'interesse oggettivamente ridotto assegnato alle vicende dei comuni minori dalla grande stampa e dalle stesse istituzioni politiche nazionali.
Come non si può sottovalutare, nei centri minori, la facilità di accesso alle amministrazioni locali grazie alla disponibilità di un piccolo numero di preferenze, specie in contesti in cui il ricorso alla preferenza sia poco diffuso tra gli elettori. Per molte ragioni è insomma la provincia, più che il capoluogo, l’ambito ideale per le strategie di insediamento delle organizzazioni mafiose, anche se naturalmente la provincia comprende, soprattutto negli hinterland delle capitali del nord, numerosi centri di dimensioni superiori ai 30mila abitanti.
Lì si struttura la fitta e meno visibile trama del potere mafioso. Lì si organizza e matura la capacità dei clan di imporre le proprie imprese e di muovere alla progressiva conquista di postazioni di influenza e di controllo nella vita pubblica. Il presente rapporto indica la profondità di questo processo anche proponendo in apposite tabelle la distribuzione dei beni confiscati sia nei comuni con meno di 5mila abitanti sia nella classe di comuni compresa tra i 5mila e i 10mila abitanti. Al di là dei già ricordati limiti di significatività di questi dati, il loro insieme permette però senza ombra di dubbio di sostenere che le organizzazioni mafiose si sono diffusamente insediate in comuni di cui spesso il normale cittadino italiano ignora perfino l’esistenza. A tal fine può essere di ausilio anche l’indicazione, effettuata per le singole realtà provinciali, del rapporto tra numero di beni confiscati e dimensioni demografiche.
Il ruolo dei comuni minori non si esaurisce però su questo fondamentale versante dell’analisi. Poiché bisogna poi prendere in considerazione, su un altro versante, il ruolo dei comuni di partenza dei clan; ovvero, soprattutto parlando della ‘ndrangheta, dei comuni della madrepatria. Di nuovo i numeri aiutano: 4mila gli abitanti di Platì, qualche centinaio in più gli abitanti di San Luca, 2mila quelli di Sinopoli, da cui le ‘ndrine sono andate alla conquista della Roma della “Dolce vita”, 13mila Cirò Marina, 14mila Rosarno, 13mila Isola di Capo Rizzuto, 9mila Cutro, 5mila Guardavalle… La ‘ndrangheta ha dunque radici fitte nei piccoli comuni e le mette nei piccoli comuni, ovviamente senza che questo debba portare a sottovalutarne le presenze nei grandi capoluoghi. Di più: stabilisce tendenzialmente un rapporto biunivoco tra un comune calabrese e un comune del nord o tra un ristrettissimo gruppo di comuni calabresi (in genere confinanti) e un ristrettissimo gruppo di comuni settentrionali (anch’essi in genere confinanti), secondo un modello di sfere di influenza che essa sembra applicare anche in Germania.
Se si dovesse qualificare il fenomeno nelle sue dinamiche più vere e complesse bisognerebbe parlare cioè di una “marcia” dei clan attraverso quell'Italia dei comuni normalmente pensata (e per tanti aspetti giustamente) come la parte più virtuosa del paese, ma che rivela in questa chiave delle evidenti vulnerabilità di fondo.
E tuttavia il fattore demografico non opera solo attraverso i valori assoluti. È infatti di straordinario interesse anche la relazione che si stabilisce tra l’espansione della presenza mafiosa e la densità demografica che caratterizza i singoli territori e provincie. Per questo il rapporto si preoccupa di fornire costantemente come parametro di riferimento per l’analisi delle singole realtà proprio il dato della densità demografica, nella convinzione che esso possa costituire di volta in volta un elemento esplicativo integrativo quasi mai marginale.
In particolare si deve notare come il luogo della massima concentrazione conosciuta di “locali” di ‘ndrangheta coincida con l’area complessiva della provincia di Milano e della provincia di Monza Brianza, ossia con un’area che presenta una densità demografica decupla rispetto alla media nazionale.
Le ragioni di questa forte correlazione positiva sono di nuovo molteplici. L’elevata densità demografica si associa di norma a fitti processi migratori, stratificati nel tempo, che hanno portato nei luoghi di destinazione importanti flussi di giovani e di famiglie provenienti dai comuni di origine dei clan, spesso consentendo a questi ultimi di riorganizzare nel nuovo territorio le relazioni funzionali dei paesi di origine. L’alta densità demografica implica poi una maggiore possibilità di mimetizzazione sociale e più favorevoli opportunità di costruzione di relazioni sociali e professionali anonime, che travalicano i confini dei singoli comuni, in genere separati tra loro solo dalla segnaletica stradale. In terzo luogo l’alta densità demografica si associa a una elevata percentuale di cementificazione del territorio, processo che implica una esaltazione delle opportunità di inserimento delle imprese mafiose. Non è senza significato in tal senso che secondo l’Istat (2012) le provincie più cementificate di Italia risultino nel 2011, nell'ordine, Monza-Brianza (54 per cento di superfici edificate), Napoli (43), Milano (37) e Varese (29), e che tutte e quattro le provincie si caratterizzino per una forte presenza, antica o espansiva, degli interessi di stampo mafioso.
La formula ideale del successo sembra essere quindi “piccoli comuni-alta densità demografica”. Eppure l’analisi condotta sulle singole provincie induce a cogliere anche uno scenario alternativo, ossia quello di aree a densità demografica più bassa della media nazionale. Anche in questo caso appare possibile individuare delle spiegazioni. I comuni che si situano in aree scarsamente popolate sono più facilmente controllabili, si trovano nella situazione di isolamento prediletta dai clan anche nella madrepatria, si sottraggono ai movimenti di opinione che possono comunque formarsi in quelli che finiscono per essere oggi grandi agglomerati metropolitani. Consentono avanzate più invisibili e impunite, e vi si produce più velocemente una condizione di assuefazione e di omertà ambientale.
Dinamiche di questo tipo si segnalano ad esempio nelle provincie di Pavia o di Bergamo o di Brescia.
Dopo avere così definito le tendenze e le logiche di sviluppo generali, è opportuno ora passare a una analisi di livello più specifica delle singole realtà territoriali, per regione e per provincia.

2. La Lombardia
La Lombardia è una regione di insediamento storico delle organizzazioni mafiose: da decenni ospita e accoglie, in forme e in misure diverse, tutte le più importanti, che vi si sono stabilite non solo per le molte possibilità di arricchimento, attraverso investimenti nelle attività legali (grandi opere, imprese, locali notturni) e illegali (all'inizio con la pratica dei sequestri di persona, poi con il narcotraffico, in particolare grazie all'alta domanda di stupefacenti sul mercato milanese), ma anche a causa della scarsa resistenza ambientale. Infatti la disattenzione istituzionale e sociale al fenomeno mafioso, da cui la regione si è a lungo considerata esente, e i diversi “coni d’ombra” di cui il fenomeno mafioso ha beneficiato (dal terrorismo, a Tangentopoli, all'immigrazione) hanno permesso alla criminalità organizzata di insediarsi senza incontrare forti ostacoli. Di più: le ultime indagini giudiziarie hanno mostrato un sistema politico e istituzionale sempre più permeabile alle infiltrazioni delle organizzazioni di stampo mafioso e un’imprenditoria spesso omertosa e, talvolta, collusa.
In questo contesto, pertanto è stato facile per organizzazioni criminali di stampo diverso stabilirsi e crescere, anche se con tempi e modelli di insediamento differenti. In questo contesto, pertanto è stato facile per organizzazioni criminali di stampo diverso stabilirsi e crescere, anche se con tempi e modelli di insediamento diversi. Dalla mappa (figura 3 a pagina 27) che riporta l’indice di presenza mafiosa si possono, però, riconoscere alcune aree con insediamenti e presenze qualitativamente simili: il Nord-Ovest della regione (che comprende le provincie di Como, Lecco, Varese, Milano e Monza e Brianza) è caratterizzato da presenze antiche e solide, che hanno saputo resistere ai cambiamenti e agli arresti (con modalità e risultati differenti, come si vedrà, ad esempio, confrontando la provincia di Como con quella di Lecco).
È in questa zona che si concentrano gli indici più alti (l'unica eccezione a est è la provincia di Brescia). Nella fascia meridionale della regione, si individua, invece, una più recente e preoccupante pressione: la provincia di Lodi si trova a sud di quella di Milano, e sembra svolgere contemporaneamente una funzione di nicchia protetta e di area di avvicinamento all'hinterland milanese. Le provincie di Mantova e Cremona, invece, confinano con le provincie emiliane a maggiore presenza mafiosa, i cui clan tendono a divenire proiezione in terra lombarda. Non è però ancora possibile stabilire l’esatta situazione della zona, nonostante siano ormai numerosi e significativi gli episodi collegati con l’attività di organizzazioni di stampo mafioso.
Fino alla fine degli anni ’80 l’organizzazione predominante in Lombardia come nell'intero Paese è stata Cosa nostra; la reazione dello Stato alla stagione delle stragi del ’92-‘93 ne ha però prodotto uno scompaginamento e un arretramento particolarmente sensibili al nord. A oggi ne risultano attivi diversi gruppi sul territorio regionale: di particolare rilevanza è l’insediamento di una decina della famiglia di Petraperzia (EN) a Cologno Monzese (MI) – secondo quante emerso dall'operazione Triskelion del 2010 – che secondo l’accusa avrebbe esteso la rete dei suoi rapporti anche nelle provincie di Cremona e Bergamo. Presenze di rilievo sono anche quelle dei gruppi nisseni, di alcune famiglie gelesi, dei Cursoti di Catania e della famiglia Fidanzati. Inoltre vengono segnalate l’attività della famiglia di Resuttana (PA) nell'importazione di cocaina dal Sudamerica e la confisca di alcuni beni a soggetti ritenuti contigui alle famiglie di Vittoria.
Attualmente, invece, è la ‘ndrangheta a essere l’organizzazione più forte: seppur insediatasi nel territorio lombardo nello stesso periodo di Cosa nostra, è solo dagli arresti che hanno colpito i siciliani dagli anni ’90 che ha affermato una sua indiscussa egemonia sviluppando modalità di insediamento pervasive che hanno indotto con fondamento a parlare di “colonizzazione” con riferimento a diverse aree della regione. Nel tempo essa ha creato un solido network di alleanze e di rapporti con i più diversi soggetti, da quelli istituzionali alle pubbliche amministrazioni, da segmenti professionali a esponenti dell’imprenditoria privata.
Come noto, l’indagine Infinito del luglio 2010 ha permesso di scoprire che la ‘ndrangheta aveva assunto sul territorio lombardo una struttura peculiare: gli inquirenti hanno identificato sedici locali, ognuna - tranne Rho (MI) - rispondente a una propria locale madre calabrese, ma insieme coordinate da la “Lombardia”, ovvero una sovrastruttura federativa che attraversa, nel periodo indagato, fasi alterne di autonomia rispetto alla Calabria. L’indagine riporta anche l’esistenza di una locale a Voghera, in provincia di Pavia, della quale però non sono stati identificati né i membri né l’appartenenza [nell'ordinanza di custodia cautelare dell’operazione, infatti, è riportata una conversazione da cui emergerebbe l'esistenza di una locale vogherese afferente però a quella di Genova in virtù di accordi interni all'associazione]. L'inchiesta Metastasi dell'aprile 2014 evidenzia l’esistenza di una ulteriore locale con sede a Lecco, a capo della quale i magistrati hanno individuato un esponente della famiglia Trovato, storicamente insediata nel territorio lecchese.
Sono inoltre presenti alcune cosche che, seppur non strutturate in locali e non aderenti alla Lombardia, risultano di assoluto rilievo: è questo il caso del gruppo che l’indagine Grillo Parlante presume fosse capeggiato da Giuseppe D’Agostino e Eugenio Costantino, accusato di aver inquinato e falsato “i risultati delle competizioni elettorali regionali e locali a vantaggio di esponenti politici ‘contigui’ alla medesima associazione mafiosa”. Diverse indagini segnalano, poi, la presenza di Salvatore Strangio che avrebbe agito nella regione in rappresentanza delle famiglie di Platì e di Natile di Careri.
Presenza più difficile da analizzare è quella della camorra. Da sempre attratta dalla ricchezza e dalle possibilità offerte soprattutto dal mercato della droga lombardo, la presenza dell’organizzazione campana è, talvolta, passata in secondo piano, potendo anche beneficiare dell'“effetto cono d'ombra” offerto dall'imponente e indagata presenza di Cosa nostra prima e della ‘ndrangheta oggi. Nell'ultimo quinquennio sono risultati attivi nella regione diversi gruppi: la famiglia Di Lauro, il gruppo Nuvoletta, la famiglia Laezza, legata al clan Moccia di Afragola (NA), un gruppo che fa riferimento al clan Di Biase-Savio (NA–Quartieri Spagnoli, in contatto con il gruppo Di Giovine). È emerso, inoltre, l'interesse del clan dei casalesi e del gruppo Belforte di Marcianise (CE) nel settore del gioco. In questo quadro è particolarmente rilevante, inoltre, la presenza del clan Fabbrocino e del clan Gionta, che verrà approfondita nella trattazione per provincia. Sono stati scoperti anche alcuni gruppi di provenienza mista: uno nel mantovano formato da campani e magrebini, uno nel bresciano attivo nel traffico di stupefacenti composto da siciliani e campani e, infine, un’organizzazione non di stampo mafioso, ma in contatto con alcuni clan della camorra – in particolare con il clan D’Alessandro di Castellamare di Stabia – dedito all'usura nelle provincie di Varese, Milano, Cremona (e fuori regione Parma e Bolzano).
Ultimo elemento di interesse, utile a inquadrare la presenza della camorra in regione Lombardia, è l’arresto di due latitanti (entrambi avvenuti nel 2011) che avevano trovato rifugio sul territorio: si tratta di un affiliato al clan Gionta, catturato a Cassano d’Adda (MI) e di un soggetto ritenuto l’attuale reggente del clan Veneruso di Casalnuovo di Napoli e Volla, fermato a Cislago (VA).
È, infine, presente, seppur in misura decisamente minoritaria, anche la Sacra corona unita, di cui si segnalano in particolare le attività nelle provincie di Milano e di Brescia.
Per chiudere questo quadro introduttivo generale si propone, proprio sulla scorta degli orientamenti interpretativi espressi nel primo capitolo, una mappa che evidenzia il rapporto tra la densità abitativa delle provincie e l’indice di presenza mafiosa, indicando per ogni provincia il numero e l’identità delle locali, il numero dei beni confiscati e il numero degli omicidi.

La presenza mafiosa nelle provincie lombarde
La provincia di Milano

La situazione di questa provincia si segnala da decenni particolarmente allarmante: sin dall’arrivo di Joe Adonis negli anni ’60 e l’arresto di Luciano Leggio, il capoluogo si è segnalato per una continua presenza delle più varie organizzazioni criminali di stampo mafioso. Oggi il ruolo predominante è rivestito dalla ‘ndrangheta, che nella provincia è attiva non solo con il più alto numero di locali della regione, ma anche con diversi gruppi non strutturati in locali. Risultano, infatti, trasferiti a Milano alcuni soggetti della locale di Petilia Policastro (tra cui uno dei fratelli di Lea Garofalo), mentre appare forte anche la presenza dei Bellocco di Rosarno. I Valle–Lampada, impegnati nel settore dei videogiochi, avevano stabilito a Cisliano la propria base operativa, all’interno di una villa bunker, sita all’interno del complesso de “La Masseria”, ma estendevano la propria attività nella zona di Bareggio, Cisliano, Milano, come scoperto da alcune indagini del 2010 e 2011. L’attività investigativa ha svelato la permanenza sul territorio anche della cosca Mancuso di Limbadi e Morabito–Palamara–Bruzzaniti di Africo, mentre diverse indagini hanno dimostrato la presenza (e la resistenza nonostante i numerosi arresti) della famiglia Barbaro–Papalia di Platì nella zona di Buccinasco, Corsico, Trezzano sul Naviglio e Cesano Boscone. Alcune fonti segnalano anche i Mangeruca di Africo, i Criaco e i Palamara (tutti legati ai Morabito) e i Musitano a Cornaredo e a Bareggio e, ancora, i Barbaro a Pioltello e Legnano e, a Milano, anche le presenze di Morabito–Mollica, Mammoliti, Mazzaferro, Piromalli, Iamonte, Libri, Condello, Ierinò, De Stefano, Ursini–Macrì, Trovato, Paviglianiti e Latella.
L’indagine Redux-Caposaldo del 2011 ha colpito una cosca legata alla famiglia De Stefano e in collegamento con i Valle–Lampada e la famiglia Flachi, legata ai Pesce di Reggio Calabria, entrambe dedite nel milanese ad attività estorsive, gestione di attività economiche con conseguente controllo del territorio, quali servizi di sicurezza nei locali notturni, posteggi, noleggio di videopoker, distributori automatici, attività di movimento terra, spaccio. Nel 2009, invece, nell’ambito dell’operazione Isola sono stati arrestati alcuni presunti membri della ‘ndrina dei Paparo, operante nell’hinterland milanese, con baricentro a Cologno Monzese.
Hanno, inoltre, la sede operativa in una villa bunker a Cuggiono (MI) i Di Grillo – Mancuso, che operano nel Magentino, svolgendo principalmente attività di estorsione ai danni di piccoli imprenditori e commercianti e al traffico di mezzi agricoli rubati.
L’infiltrazione dell’organizzazione calabrese è, come si è visto, capillare, ma non esaurisce il quadro della presenza criminale nella provincia, nella quale si segnalano significative presenze tanto di camorra quanto di Cosa nostra e Sacra corona unita.
In particolare, tra i campani risulta particolarmente attivo nella provincia il clan Gionta: l’operazione Briantenopea del 2013 ha permesso di scoprire che soggetti ritenuti dagli inquirenti vicini al clan avevano creato un tariffario dei voti con i quali , secondo l’accusa, avrebbero favorito per le elezioni amministrative 2011 – senza successo - Renzo de Biase, candidato al consiglio comunale del capoluogo. Inoltre, membri di famiglie vicine al clan sono accusati di aver commesso un omicidio a San Giuliano Milanese. Infine, come già detto, a Cassano d’Adda (MI) è stato arrestato un latitante ritenuto affiliato sempre al clan Gionta, mentre a Rozzano (MI) nel 2009 un affiliato al clan Verde di Sant’Antimo (NA). Per quanto riguarda Cosa nostra, a Milano si registra la presenza della famiglia Fidanzati (il cui capo, Gaetano Fidanzati, è stato arrestato, latitante, proprio nel capoluogo nel 2009), e di un gruppo formato principalmente da esponenti delle famiglie Cagnetti e Perspicace, attivo nel quartiere Corvetto. Forti presenze vengono registrate anche nell’area di San Donato Milanese, San Giuliano Milanese e Melegnano, mentre nell’area di Pioltello risulta attiva la famiglia Bonaffini (che ha legami anche con Manno, capo della locale di ‘ndrangheta di Pioltello).
L’insediamento più rilevante nella zona è, tuttavia, quello della famiglia di Petraperzia (EN) che a Cologno Monzese si era strutturata con una decina, il gruppo base di una famiglia mafiosa, secondo quanto emerso dall’operazione Triskelion del 2010. Si segnala, infine, la presenza della cosca catanese dei Cursoti. Anche la Sacra corona unita risulta operante nella provincia con il clan Piarulli.

I beni confiscati alla criminalità organizzata nella provincia sono 708; di questi 304 sono nel capoluogo seguito, anche se con valori molto differenti, ma comunque significativi, da San Donato Milanese (36) e Buccinasco (26 beni). [Tabella 5 a pagina 30]

Apprezzabile appare nel complesso la presenza di omicidi, tanto più se si pensa all’interesse dei clan mafiosi a “non fare rumore” al nord. Negli ultimi cinque anni diversi sono stati quelli ragionevolmente riconducibili a dinamiche di natura mafiosa, al di là delle difficoltà di accertamento processuale: Giuseppe Nista, pregiudicato per reati in materia di stupefacenti e fratello di un collaboratore di giustizia, affiancato in auto da killer in scooter il 10 maggio 2012 a Vimodrone, comune alle porte di Milano [la relazione DIA del primo semestre 2012 riporta che nel processo le accuse di un movente legato alla ‘ndrangheta sarebbero cadute].
Sempre all’organizzazione calabrese è riconducibile l’omicidio di Natale Rappocciolo, calabrese, legato al boss Pepè Onorato, trovato carbonizzato nel giugno 2009 nelle campagne di Pioltello, con un foro alla nuca. Anche l’omicida dei fratelli Tatone, uccisi il 27 e il 31 ottobre 2013 negli orti di Vialba a Quarto Oggiaro (luogo già noto agli investigatori dai tempi del sequestro Sgarella e poi dell’indagine Infinito per essere un ritrovo delle ‘ndrine calabresi) boss dello spaccio a Quarto Oggiaro, sembra essere legato alla ‘ndrangheta, in particolare al clan Flachi.
Risale al 2009, invece, l’omicidio di Giovanni Di Muro, ucciso a Milano, in zona San Siro il 5 novembre: aveva testimoniato al processo contro il clan Onorato nato dall’operazione Metallica, ma il movente (confermato dalla condanna dell’omicida con rito abbreviato) sembra essere legato a un traffico di orologi di lusso rubati.
Gli assassini di Luca Verrascina, invece, risultano essere affiliati alla camorra, vicini al clan Gionta: dovevano vendicarsi di un pestaggio compiuto dalla vittima ai danni di un soggetto vicino al clan. Si segnala, inoltre, anche l’omicidio ai danni di Francesco Crisafulli, membro di una famiglia del ragusano; tuttavia, pur essendo sia l’omicida che la vittima legati alla criminalità organizzata di stampo mafioso, l’omicida ha addotto motivi personali dietro l’assassinio.
All’elenco va aggiunto l’omicidio di Pasquale Maglione, ucciso a Rodano nel luglio 2010 (secondo fonti di stampa gli inquirenti indagarono sulla camorra, ma l’omicidio sembra essere ancora irrisolto).
Nella tabella sono indicati gli omicidi avvenuti nella provincia e che ad avviso dei ricercatori sono riconducibili a dinamiche di tipo mafioso o, come nel caso dei delitti Tatone e Simone a Quarto Oggiaro, a una lotta (anche di livello minore) per il controllo del territorio.
Né l’omicidio di Crisafulli né quello Di Muro sono riportati in tabella, in quanto nella fase processuale sono stati dichiarati moventi non legati a dinamiche interne alle organizzazioni di stampo mafioso (va tuttavia considerato che difficilmente gli imputati ammettono un movente che esponga l’organizzazione in quanto tale).
Oltre a questi omicidi, va ovviamente segnalata, per il suo valore strategico e simbolico, l’esecuzione di Carmelo Novella, capo della “Lombardia”, avvenuta in pieno giorno in un bar di San Vittore Olona (un paese di 8.254 abitanti in provincia di Milano) nel 2008. Pur non corrispondendo ai criteri temporali scelti, è opportuno ricordarla, essendo forse l’omicidio più importante della storia criminale lombarda in anni recenti.
Altro omicidio avvenuto nella provincia e segnalato nelle indagini Ulisse (basata sulle dichiarazioni del collaboratore Belnome) e Bagliore è quello di Rocco Stagno, che sembra interessante richiamare qui per le modalità, tipicamente mafiose, con cui si è consumato: Stagno, infatti, è stato ucciso in una porcilaia, vittima di contrasti con i cugini Cristello, che tra l’altro, lo accusavano dell’omicidio di Rocco Cristello (di cui si tratterà più diffusamente nell’analisi della provincia di Monza e della Brianza, in cui è avvenuto l’omicidio).

- Al di là degli omicidi va poi sottolineata la presenza a Milano e nel suo hinterland di una fittissima serie di episodi di intimidazione violenta, in particolare incendi, contro cantieri, negozi, chioschi, auto, e che è stata indirizzata più volte anche contro edifici di proprietà delle istituzioni (il più celebre è stato il caso della struttura sportiva comunale di via Iseo nel quartiere Affori nel 2011) e che sembra colpire selettivamente alcune categorie di operatori privati, in particolare nel settore commerciale.

- Nella provincia l’indagine Infinito ha ricostruito la presenza di otto locali, che, rapportate alla popolazione su base provinciale, indicano una locale ogni 379.802 abitanti. L’operazione riporta anche l’esistenza di una locale di Buccinasco chiusa in seguito ai numerosi arresti scaturiti dalle operazioni Cerberus e Parco Sud che hanno colpito duramente la famiglia Barbaro–Papalia, mentre da un’intercettazione contenuta nell’ordinanza di applicazione di misura coercitiva della stessa operazione emerge la possibilità (poi non realizzata) per alcuni soggetti in contrasto con altri affiliati di aprire rispettivamente una nuova locale a Vimodrone e a Settimo Milanese.
Quest’ultima cittadina è stata anche scelta come sede di due incontri, uno per il conferimento di una dote della locale di Milano e uno per una cena al ristorante tra alcuni esponenti di vertice di diverse locali. Si tratta, specie nel caso delle cene in locali pubblici, di prassi significative, poiché indicano una certa confidenza con il territorio del comune, tale – appunto - da indurre gli affiliati a sentirsi in grado di aprirvi una nuova locale.

La tabella 7 a pagina 35 riporta le Locali di 'ndrangheta in provincia di Milano
La caratura criminale delle singole locali del milanese è comunque molto diversa: alcuni capi locale (Cosimo Barranca per Milano, Bruno Longo per Corsico, Vincenzo Mandalari per Bollate, ad esempio) sono personaggi di spicco, posseggono doti molto elevate, intrattengono rapporti con esponenti calabresi di vertice e possono contare tra i propri (presunti) affiliati i referenti presso la “Lombardia” delle “Provincie” calabresi (in particolare, ad esempio, la locale di Bollate ospiterebbe Rocco Ascone, per gli inquirenti il referente della Provincia della “Piana”, organismo che riunisce le famiglie di ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro). Anche Pasquale Zappia, il nuovo capo della Lombardia, il primo eletto dopo l’omicidio di Carmelo Novella e la reggenza di Pino Neri, appartiene a una delle locali milanesi, quella di Corsico, a dimostrazione della sua importanza negli equilibri interni alla ‘ndrangheta lombarda, nonostante si mantenga in disparte rispetto alle altre, frequentando poco anche i summit. La reticenza a partecipare non è dovuta, infatti, a una scarsa importanza, ma al fatto che la locale è consapevole di poter essere sottoposta a indagine, visto il gran numero di arresti che hanno colpito il territorio su cui opera (Nord–Sud negli anni ’90 e le più recenti Cerberus e Parco Sud).
Particolare, invece, il caso della locale di Rho, che, pur avendo una storia antica, non riveste una grande importanza dal momento che manca di una locale madre in Calabria, probabilmente perché non tutti gli affiliati sono calabresi (in primis il capo locale che, pur avendo sposato una calabrese, è, in realtà, originario di Gela).

- Come si evince dallo schema, tre locali su otto hanno intrattenuto rapporti con la politica. I tentativi di condizionamento politico da parte della locale di Bollate hanno una dimensione comunale: emerge dalle intercettazioni che il presunto capo locale, Vincenzo Mandalari, insieme a Francesco Simeti, ex consigliere comunale, progettasse di far cadere la giunta del comune con un voto contrario sull'approvazione del bilancio, per poi poter presentare una lista propria alle elezioni, candidando alle amministrative 2010 il nipote e la figlia di Rocco Ascone, accusato non solo di far parte della locale, ma anche di essere il referente della “Piana” nella “Lombardia”. Ma il progetto non giunge a conclusione.
Anche la locale di Corsico dimostra di avere obiettivi diretti sul piano amministrativo, tanto che il capo locale organizza una cena elettorale a favore di Leonardo Valle, candidato al consiglio comunale di Cologno Monzese (ritenuto esponente dell’omonimo clan), anche in questo caso senza ottenere grandi risultati: il candidato non viene eletto.
È la locale di Milano, che in effetti è anche quella che può vantare il rapporto meno stretto con il territorio, ad avere aspirazioni politiche più alte: il presunto capo locale, Cosimo Barranca, collabora con Pino Neri, per gli inquirenti esponente di vertice della locale di Pavia, per interferire nelle elezioni regionali del 2010: i due, infatti, appoggiano le candidature nel Pdl di Angelo Giammario, consigliere regionale e sottosegretario alla regione Lombardia, e di Giancarlo Abelli (non indagati) entrambi eletti, anche se ottenendo meno voti di quanto previsto.
Nell’indagine Grillo Parlante del 2011 gli investigatori hanno ipotizzato che anche i gruppi Di Grillo–Mancuso e D’Agostino–Costantino abbiano cercato di “deviare ed orientare i flussi elettorali nelle consultazioni per il rinnovo del Consiglio Regionale della Lombardia svoltesi nelle date del 18 e 19 marzo 2010, e nelle elezioni comunali di Milano e di Rho svoltesi nelle date del 15 e 16 maggio 2011”. Nello specifico l’Assessore alla Casa della regione Lombardia Domenico Zambetti è stato indagato (anche, ma non solo: i vari capi d’accusa comprendono anche il 416 ter) di voto di scambio, per aver comprato voti da queste cosche, voti che secondo gli inquirenti sarebbero arrivati in parte dai Barbaro-Papalia dall’area di Corsico – Buccinasco, in parte dal Magentino, in parte da Milano. Inoltre Eugenio Costantino avrebbe incontrato, presentandosi sotto falso nome, Vincenzo Giudice, padre di Sara Giudice, candidata al consiglio comunale di Milano, per la quale si sarebbe offerto di raccogliere voti in cambio di favori nell’assegnazione di appalti da parte del genitore, presidente del consiglio di amministrazione di una partecipata della “Metropolitana Milanese Spa”; questi, seppur ignaro dell’appartenenza di Costantino alla ‘ndrangheta, prometteva di fare quanto richiesto. Infine, lo stesso Costantino aveva proposto l’acquisto di voti anche a un candidato alle amministrative di Rho (MI), che però aveva rifiutato. Appare qui di assoluto interesse notare che l’ordinanza riporta il fatto che Costantino “aveva pensato di rivolgersi, per la successiva raccolta dei voti, agli appartenenti al clan “Di Grillo – Mancuso” ed agli esponenti di spicco del locale della ‘ndrangheta di Rho (MI)”. Le elezioni si svolgono nel maggio 2011, quindi sono posteriori al 2010, anno degli arresti dell’operazione Infinito, che colpiscono anche la locale di Rho. Il che fa suppore che la locale, benché duramente colpita, sia tranquillamente sopravvissuta, e abbia anzi continuato a svolgere almeno alcune delle sue più tipiche funzioni di controllo e di influenza.
Di assoluta rilevanza e significato simbolico è infine, e ovviamente, l’appartenenza alla provincia milanese del primo comune lombardo sciolto (Sedriano) per infiltrazioni mafiose. Anche in questo caso, il sindaco Alfredo Celeste (Pdl) è accusato, nell’ambito dell’operazione Grillo Parlante, di aver favorito i gruppi Costantino e Di Grillo, ricambiando l’appoggio elettorale ottenuto per la sua elezione e quello promesso per le future elezioni nazionali.

La provincia di Bergamo
La provincia di Bergamo sembra presentare profili simili a quella di Brescia, con un insediamento diversificato delle organizzazioni mafiose. Sin dagli anni ’70 le organizzazioni di stampo mafioso hanno sfruttato la conformazione territoriale delle valli bergamasche come rifugio per latitanti e come nascondiglio per le attività illecite. La Commissione parlamentare antimafia scriveva nel 1994 che “in particolare, le valli sono facilmente accessibili (sono frequentate intensamente soltanto nel periodo delle vacanza) ed è, quindi, agevole affittare delle abitazioni dove trattare affari o, come è stato scoperto, impiantare delle raffinerie”. La scelta del territorio bergamasco per l’insediamento di raffinerie appare come elemento di continuità dagli anni ‘90 fino ad almeno i primi anni 2000, ma alle caratteristiche del territorio, si sono aggiunti negli ultimi anni altri elementi di forte attrazione per le organizzazioni criminali di stampo mafioso: infatti, la provincia è interessata dai lavori per la realizzazione di alcuni tratti o di ampliamenti sia della A4 Mi-Bg, sia della Pedemontana, sia della TAV.
A oggi, la presenza della ‘ndrangheta vi appare meno forte e soprattutto meno strutturata rispetto ad altre zone della regione. Ma il quadro generale va integrato considerando una apprezzabile presenza della camorra, che opera, in particolare, in attività commerciali.
Per quanto riguarda l’organizzazione calabrese, la relazione annuale della DNA del 2013 indica nella provincia la presenza storica di esponenti dei Bellocco (lo dimostrerebbe anche il fatto che il figlio del capo della famiglia dei Bellocco di Rosarno venne arrestato nell’ambito dell’operazione ‘Nduja dei primi anni 2000), dei Piromalli e dei Molè. Due presenze importanti di interessi ‘ndranghetisti erano state inoltre identificate proprio dall’operazione ‘Nduja sul territorio della provincia a Romano di Lombardia e Val Calepio, entrambe operanti anche in territorio bresciano. Sul territorio risulta anche la presenza della cosca dei Di Grillo–Mancuso.
I beni confiscati risultano essere 28, distribuiti in maniera simile nei diversi comuni interessati. [Tabella 8 a pagina 39]
- Non si segnalano omicidi legati ad alcuna organizzazione criminale di stampo mafioso negli ultimi cinque anni, ma fonti di stampa riportano due omicidi nel 2007, uno a Castel Calepio e uno a Chiuduno, che sarebbero stati commissionati alla ‘ndrangheta dai cartelli colombiani.

La provincia di Brescia
Il territorio della provincia è da tempo interessato non solo dalla presenza di organizzazioni di stampo mafioso italiane, ma anche da molti gruppi stranieri, che come quelli italiani, sfruttano il potenziale di ricchezza dei locali notturni sul lago di Garda. Si tratta di una situazione di preoccupante effervescenza criminale. Non a caso Brescia risulta essere l’unica provincia, insieme a Milano, a ospitare tutte e quattro le organizzazioni mafiose italiane, con una presenza particolarmente forte della camorra, rappresentata innanzitutto dal clan Fabbrocino, il cui reggente risiederebbe a Brescia, per gli obblighi imposti dalla misura di libertà vigilata a cui è sottoposto. Da questa base egli avrebbe ampliato gli investimenti del gruppo, avviando imprese e negozi nel territorio della provincia e di quella limitrofa di Bergamo. Inoltre, risulta che la famiglia Laezza legata al clan Moccia di Afragola (NA), abbia investito negli alberghi e locali notturni nella zona del Garda, mentre diverse fonti indicano la presenza di gruppi appartenenti all’Alleanza di Secondigliano.
Non risultano allo stato attuale presenze fortemente strutturate di Cosa Nostra, anche se la relazione annuale della DNA del 2013, riferisce di soggetti gelesi già in passato oggetto di procedimenti per delitti di stampo mafioso trasferitisi nel bresciano. Si registrano, infine, ramificazioni dotate di una certa stabilità della famiglia Tornese della Sacra Corona Unita.
Problematica è la definizione del livello di aggressività della ‘ndrangheta. Nessuna indagine è giunta infatti ad appurare l’esistenza di locali di ‘ndrangheta nella provincia. Va segnalato però che la relazione 2013 della DNA riporta di una “c.d. “locale” della Valtrompia”, circa la cui esistenza e composizione non è stato però trovato alcun altro elemento. E che, soprattutto, l’indagine ‘Nduja del 2005 aveva identificato una cosca, dedita a estorsioni, traffico di armi e di stupefacenti, rapine tra le provincie di Brescia e Bergamo. L’impianto accusatorio, nel caso, non aveva tuttavia retto nell’appello bis, dal momento che la Cassazione aveva invalidato l’utilizzo delle intercettazioni.
Secondo la Direzione Nazionale Antimafia la ‘ndrangheta ha assunto nel bresciano caratteristiche proprie, nel senso che ha sviluppato una relativa autonomia dalle locali calabresi di riferimento, pur mantenendo con esse apprezzabili legami. Inoltre la DNA suggerisce che le ‘ndrine sul territorio della provincia non siano interessate a conquistare il controllo del territorio, né a strutturarsi in maniera tradizionale.
Nonostante la mancanza di locali, molte sono però le presenze di clan calabresi rilevate nel territorio: tra queste, esponenti del clan Piromalli (e della cosca ad esso affiliata dei Fortugno, operante in particolare nella zone del Garda), dei Romeo e dei Facchinieri, dei Di Grillo–Mancuso, e dei Bellocco- Molè, ai quali si aggiunge una solida presenza dei Grande Aracri.
I beni confiscati sono 124 (di cui 30 solo nella città di Bresciatabella 9 a pagina 42), che collocano la provincia al secondo posto dopo quella di Milano nella speciale graduatoria, di nuovo in apparente contraddizione con la rappresentazione di una provincia non soggetta a particolari pressioni e dinamiche di penetrazione criminale mafiosa sul territorio. [E in tal senso è forse utile precisare in questa sede come sul territorio manchi un centro operativo DIA].
- Nessun omicidio risulta commesso nell’arco temporale considerato (gli ultimi cinque anni) per motivi legati alla presenza della ‘ndrangheta. Semmai vale qui la pena segnalare un omicidio commesso da esponenti di Cosa Nostra nel 2006, quando la famiglia Cottarelli fu uccisa nella propria villetta a Urago Mella da alcuni soggetti vicini alle famiglie del trapanese (condannati in appello bis, dopo che la precedente condanna era stata annullata in Cassazione), a conferma della natura frastagliata della presenza mafiosa.

La provincia di Como
La provincia di Como risulta particolarmente esposta alle infiltrazioni della criminalità organizzata. La ‘ndrangheta vi si rivela una presenza costante negli anni, anche se meno radicata in specifici territori ed esprimendo una maggiore diversificazione delle famiglie rispetto ad altre realtà all’interno della regione. Infatti se nella vicina provincia di Lecco la famiglia Trovato risulta presente e attiva sul territorio dagli anni ’90, nonostante i numerosi arresti che l’hanno colpita, nel comasco, invece, si è assistito a un forte ricambio degli stessi principali luoghi di influenza. La mappa seguente mostra le locali individuate dall’operazione Fiori della notte di San Vito del 1994, appartenenti al cosiddetto clan Mazzaferro, e – insieme - quelle scoperte dall’indagine Infinito del 2010: come è evidente, a distanza di sedici anni solo la locale di Mariano Comense figura ancora nella carta geografica ‘ndranghetista, mentre le altre, a seguito degli arresti, sono scomparse per essere sostituite da nuove locali. E se l’indagine del 2010 identifica tre locali sul territorio, le fonti analizzate riportano anche una presenza di affiliati ai Mancuso e ai Trovato (in ragione della vicinanza al territorio lecchese, in cui le due famiglie, come analizzato, sono radicate da anni) e ai Morabito. Mentre alcune fonti segnalano attività delle famiglie Mangeruca, Criaco e Palamara nel settore edilizio e in esercizi pubblici.
I beni confiscati sono 67, di cui 14 solo nel comune di Erba (dove ha sede anche una delle locali individuate dall’indagine Infinito). [Beni confiscati: Tabella 10 a pagina 46. Locali di 'ndrangheta in provincia di Como: Figura 4 a pagina 45].
Si segnala un solo omicidio, rivelato dal boss Antonino Belnome nelle sue dichiarazioni agli inquirenti, e avvenuto negli anni dal 2009 al 2014: quello di Antonio Tedesco, il cui corpo è stato ritrovato ricoperto da calce nel maneggio di Bregnano, dove fu condotto facendogli credere che vi avvenisse la sua cerimonia di ingresso nella ‘ndrangheta. Tedesco fu ucciso - come ricostruisce l’indagine Bagliore - in base a un ordine proveniente dai boss di Guardavalle (Vincenzo Gallace) e Monasterace (Andrea Ruga), capi delle famiglie di riferimento della locale di Seregno. Il movente dell’omicidio, secondo l’ordinanza di custodia cautelare della già citata operazione, fu duplice: innanzitutto Tedesco, pur non essendo affiliato, era considerato troppo vicino a Carmelo Novella, inoltre “parlava troppo sulle donne” – riferisce in un interrogatorio Belnome.
L’operazione Infinito identifica, come detto, tre locali sul territorio della provincia, anche se quella di Mariano Comense viene indicata come “un piccolo sodalizio dedito prevalentemente a trattare gli stupefacenti”. Interessante notare che la locale di Canzo nasce solo nel 2008 come distaccamento da quella di Erba e opera nella zona di Canzo-Asso. Altra peculiarità che emerge analizzando le caratteristiche dei presunti affiliati della locale di Erba è che uno di essi è lombardo, e da tempo legato alla ‘ndrangheta, poiché affiliato in passato alla locale di Varese (non più esistente).
Dalle indagini sulle locali non emergono significativi rapporti con la politica.

La provincia di Cremona
La provincia di Cremona presenta profili simili a quella di Mantova: risultano presenti da tempo nella zona i Bruzzise di Seminara e i Grande Aracri di Cutro (famiglia qui in espansione) e si segnalano alcune attività della cosca dei Di Grillo- Mancuso, oltre che di un gruppo criminale operante in contatto con alcuni clan di camorra (di cui già si è detto svolgendo l’analisi delle provincie di Milano e Varese). Inoltre, hanno operato nella provincia alcuni prestanome legati alla decina di Petraperzia (EN) stanziata a Cologno Monzese (MI).
I beni confiscati sono 7, suddivisi in tre comuni [Tabella 13 a pagina 48]. Anche in questa provincia non sono stati rilevati né omicidi, né locali. Non si sono evidenziati rapporti con la politica.

La provincia di Lecco
Senza conoscere la storia criminale della provincia, è difficile comprenderne i dati: infatti a fronte di 59 beni confiscati, non risulta alcun omicidio, né locale. Non sono rilevate significative presenze delle organizzazioni siciliane e campane. L’unica presenza forte accertata è quella della famiglia Coco Trovato, che ha saputo resistere alle indagini e agli arresti che l’hanno colpita sin dagli anni ’90 (la celebre operazione Wall Street) fino ad oggi, grazie a un continuo ricambio. Anche l’ultima operazione riguardante il territorio della provincia, l’operazione Metastasi dell’aprile 2014, ha indicato come membri della stessa famiglia continuino a svolgere una sorta di egemonia criminale sul territorio, evidenziando un forte radicamento del clan e una sua perfino insospettata capacità di adattamento e riorganizzazione, in grado di far fronte all’attività investigativa. Come indicato nella tabella 14 a pagina 49, i beni confiscati nella provincia sono 59, di cui la maggior parte situata nel capoluogo.
Benché fino al 2013 non ci fossero informazioni sulla presenza di locali, l’operazione Metastasi dell’aprile 2014 ne ha individuata una, capeggiata dai Coco Trovato e ne ha riscontrato l’attività almeno dal maggio 2010.
Non risultano omicidi, ma si segnala, per quanto riguarda l’utilizzo di metodi violenti, l’incendio di un esercizio pubblico a Calolziocorte, intestato al figlio di un pregiudicato, ritenuto vicino alla ‘ndrangheta, nel luglio 2012.
Nell’indagine Infinito la provincia di Lecco non è coinvolta, se non come sede di due incontri tra affiliati; tuttavia, importanti e anche strutturati rapporti con la politica locale sembrano emergere nell’operazione Metastasi dell’aprile 2014, che ha coinvolto le amministrazioni comunali di Valmadrera e Lecco (a maggioranza Pd), portando alle dimissioni del sindaco del primo comune, che è stato quindi commissariato a partire dal 28 aprile 2014.

La provincia di Lodi
La provincia risulterebbe, in base alle fonti, un’isola felice: non emergono, infatti, né locali, né altre presenze, né atti violenti quali omicidi. Tuttavia, alcuni dati necessitano una maggiore attenzione. Oltre ai sette beni confiscati, non è affatto da sottovalutare l’aumento degli incendi che hanno colpito diverse attività economiche e che sono riconducibili a soggetti legati alla ‘ndrangheta, secondo i dati segnalati dalla relazione DIA del secondo semestre 2011 e da uno studio di caso. Tali incendi potrebbero indicare uno spostamento delle ‘ndrine dell’hinterland sud di Milano, verso questa zona, a fronte delle numerose inchieste che le hanno colpite negli ultimi anni; ma anche esprimere la strategia di alcuni gruppi di “occupare” una zona ritenuta a lungo al di fuori dei grandi interessi mafiosi.
I beni confiscati nella provincia sono 7, suddivisi in 5 comuni, tra i quali il capoluogo di Provincia non compare [Tabella 15 a pagina 51].

La provincia di Mantova
Nella provincia di Mantova83 la ‘ndrangheta è presente e radicata da tempo, rappresentata in particolare dalla famiglia Grande Aracri di Cutro, molto forte nella vicina Emilia, mentre un’operazione del 2010 ha indicato che una famiglia di Seminara, accusata di associazione di stampo mafioso, si era da tempo insediata nel mantovano. Significativo per qualificare la presenza crescente dei clan sul territorio e la loro proiezione verso il condizionamento della vita pubblica locale, il fatto che due circoli del Pd siano stati commissariati a Viadana e a Cogozzo Cicognara, per infiltrazioni di ‘ndrangheta.
Anche nel mantovano è inoltre presente il clan camorristico Gionta; nel 2009 nel corso di un’operazione antidroga era emersa inoltre la collaborazione di alcuni soggetti di origine campana con un gruppo criminale magrebino.
I beni confiscati sono 7, distribuiti su appena 4 comuni (tabella 16 a pagina 52). Non risultano né omicidi, né l’esistenza di locali.

La provincia di Monza e della Brianza
Come nel resto della regione, anche nella provincia di Monza Brianza la ‘ndrangheta ha un ruolo predominante: la persistenza dell’organizzazione calabrese è stata dimostrata anche dalla recente indagine Seveso, che ha evidenziato, tra le varie novità emerse, la capacità della locale di Desio, colpita non solo nella sua struttura ma anche nel suo sistema di relazioni, di riorganizzarsi sul territorio. Oltre alla locale, viene segnalata anche la presenza della famiglia Mancuso di Limbadi. Tuttavia, un ruolo di rilievo è svolto nella provincia anche dalla camorra: commentando l’operazione Briantenopea del marzo 2013, il sostituto procuratore Salvatore Bellomo ha dichiarato che ''Monza, da quanto emerso dai lunghi accertamenti dell'indagine, era, sotto il profilo criminale, un'enclave campana, ed emerge in maniera molto chiara'', aggiungendo che ''nelle intercettazioni il capo si vantava di preservare Monza dall'invasione della 'ndrangheta''. L’operazione ha peraltro permesso di svelare i presunti legami del clan Gionta con l’ex assessore comunale Giovanni Antonicelli, “punto di riferimento dell’organizzazione per la risoluzione di problematiche riguardanti la P.A (…) nonché elargitore di appalti”. La situazione complessiva può essere delineata dai seguenti dati e fatti.
I beni confiscati sono 51, numero decisamente inferiore rispetto alla provincia milanese, e risultano distribuiti in maniera simile tra i diversi comuni. [Tabella 17 a pagina 54].
Nella frazione San Fruttuoso del comune di Monza è avvenuto il delitto forse più tristemente noto della regione, e che più ha smosso l’opinione pubblica lombarda: la distruzione con incendio del corpo (e l’occultamento dei resti) di Lea Garofalo nella notte tra il 24 e il 25 novembre 2009. La donna, compagna di Carlo Cosco, boss dello spaccio a Milano, ma originario di Petilia Policastro e sorella del boss Floriano Garofalo (di maggior calibro rispetto a Cosco), aveva deciso di rompere l’omertà familiare e di diventare testimone di giustizia, segnando la sua condanna a morte. Carlo Cosco è stato condannato in Appello, con altri imputati, all’ergastolo per l’omicidio.
Come per la provincia di Milano, anche qui va segnalato un omicidio eccellente avvenuto al di fuori dell’arco temporale considerato. Si tratta di quello di Rocco Cristello, indicato come capo della locale di Seregno, avvenuto nel 2008 a Verano Brianza.
Nella provincia di Monza l’indagine Infinito ha riconosciuto l’esistenza di quattro locali, con un rapporto rispetto alla popolazione di una locale ogni 210.032 abitanti. Caso particolare è quello delle locali di Seregno e di Giussano, unite fino al 2008, poi separate, seppur alleate. Dalla locale di Seregno si è distaccata anche una ‘ndrina legata alla famiglia Giampà di Lamezia. Mentre dalla locale probabilmente non più attiva di Varedo si sarebbe distaccato il fondatore della attuale locale di Limbiate.
A livello di importanza criminale, appare rilevante indicare che quello che gli inquirenti indicano come il capo locale di Limbiate, Antonino Lamarmore, risulta essere anche esponente di vertice della Lombardia.
Per quanto riguarda le relazioni con la politica, sono due le locali di cui l’indagine Infinito ha indicato l’intrattenimento di rapporti con esponenti politici: quella di Desio e quella di Seregno. Nel secondo caso, in verità, gli inquirenti non sono riusciti ad accertare altro che una visita al Giardino degli Ulivi, luogo di lavoro del presunto capo locale, di alcuni esponenti di un movimento a favore dei diversamente abili. Ben diverso invece il livello e la qualità dei rapporti intrattenuti dalla locale di Desio, tanto che il gip nell’ordinanza di applicazione di misura coercitiva sostiene che la locale ha saputo permeare “i gangli della vita politica locale”: entrambi i fratelli Moscato - uno dei quali considerato dagli inquirenti il capo locale - hanno ricoperto cariche pubbliche, pur essendo nipoti del boss Natale Iamonte, mandato in soggiorno obbligato a Desio a fine anni ’80.
Inoltre l’ordinanza afferma che gli affiliati possono contare su esponenti di peso dell’amministrazione pubblica, in particolare nella loro zona di influenza politica. In effetti la locale in questione non esercita un rigido controllo del territorio e delle attività criminali, ma ha una sicura area di influenza politica, identificabile con i comuni di Desio e Cesano Maderno: uno dei sodali, forte delle proprie importanti relazioni, assicura aiuto al cugino di Antonino Lamarmore, presunto capo locale di Limbiate (e futuro Mastro Generale della Lombardia) per un sanzione subita a seguito di un abuso edilizio realizzato nel suo comune.
Ancor più rilevante è l’ipotesi investigativa che un neo eletto consigliere comunale di Desio si rivolga al capo locale per intimidire l’allora capo dell’area tecnica del settore edilizia privata del comune.
Le dimissioni in massa di più della metà dei consiglieri comunali, a seguito delle rivelazioni dell’inchiesta, ha comportato il commissariamento del comune.

La provincia di Pavia
Seppur considerata una provincia abbastanza tranquilla, sono qui presenti diversi elementi che destano un vivo allarme. La ‘ndrangheta, unica organizzazione di stampo mafioso che risulta presente sul territorio, si è strutturata in due locali, quella di Pavia e quella di Voghera, della quale, tuttavia, dall’ordinanza di applicazione di misura coercitiva dell’operazione Infinito, si conosce poco oltre all’esistenza e alla non appartenenza alla Lombardia.
I vertici della locale di Pavia sono stati in grado di allacciare rapporti con diversi esponenti politici (dal livello comunale a quello regionale), intessendo una vasta e fitta rete di favori e conoscenze, infiltrandosi non solo nelle istituzioni, ma anche negli ospedali (ad esempio, uno degli elementi di vertice Carlo Antonio Chiriaco, accusato di essere legato alla ‘ndrangheta, era il direttore della Asl di Pavia; e diversi e assai gravi sono stati gli episodi di compiacenza verso affiliati di organizzazioni mafiose nell’ambito delle strutture e funzioni sanitarie). Oltre alle locali, risulta attiva e radicata nel pavese anche la famiglia Valle-Lampada. Mentre diversi sintomi suggeriscono la permanenza di interessi ‘ndranghetisti gravitanti su e intorno a Vigevano.
Inoltre, è presente un altro fattore di rischio, se non già indicatore di per sé di influenza mafiosa: da più fonti, la provincia è considerata alla stregua di una la “Las Vegas” italiana, titolare di un altissimo livello di propensione al gioco d’azzardo con una media di 3.000 euro vinti al giorno, contro i 1.200 della media nazionale.
Quanto ai 41 beni confiscati presenti, è senz’altro significativo che 17 si trovino nel comune di Vigevano. [Tabella 20 a pagina 58].
Nessun omicidio risulta legato alla locale di ‘ndrangheta presente, che sembra incline a forme di violenza di profilo meno eclatante.
Sul territorio risulta presente con certezza la locale di Pavia [Tabella 21 a pagina 59], per quanto riguarda quella di Voghera si rimanda a quanto esposto nella iniziale trattazione generale.
La locale di Pavia si caratterizza per essere quella che intrattiene i maggiori rapporti con la politica: secondo gli inquirenti cerca di condizionare le elezioni non solo a livello comunale (c’è un tentativo concreto, ma che non va a buon fine per le comunali di Pavia, mentre c’è una proposta che poi non viene attuata per presentare una lista anche a Vigevano e Voghera), ma anche a livello regionale, in collaborazione anche con il capo locale di Milano. Anche Angelo Ciocca, consigliere provinciale della Lega Nord con delega alle attività produttive, è accusato di essere stato contiguo a Pino Neri, esponente di vertice della locale di Pavia.
La locale è caratterizzata anche dagli strettissimi legami che l’accusa ritiene abbia intrattenuto con il direttore della ASL di Pavia, come già analizzato.
È interessante notare, come, una locale senz’altro influente quanto a capacità di intrecciare rapporti, non sia comunque stata in grado di far eleggere un proprio candidato in consiglio comunale, in un comune con oltre 50.000 abitanti (anche se parte del fallimento, va detto, è da imputare al mancato rispetto di alcuni accordi da parte del capolista).

La provincia di Sondrio
Nella provincia di Sondrio non sono segnalate presenze particolarmente forti o radicate, anche se l’indagine Iron - Efesto del 2012 ha individuato un gruppo criminale transnazionale in stretti rapporti con la ‘ndrangheta.
Nella provincia sono presenti 4 beni confiscati, situati in soli due comuni. [Tabella 22 a pagina 60].
Dalle indagini non emerge l’esistenza di locali.

La provincia di Varese
La provincia di Varese ospita diverse organizzazioni di stampo mafioso, con una netta predominanza di ‘ndrangheta e Cosa nostra: i calabresi si sono insediati nel territorio con una locale, individuata da Infinito, mentre altre indagini indicano anche la presenza della famiglia Ferrazzo di Mesoarca. Particolarmente forte, e peculiare rispetto al resto della regione, è la presenza della mafia siciliana, insediata da tempo nel territorio con famiglie gelesi, in particolare gli Emmanuello, i Rinzivillo e alcuni affiliati delle famigli mafiose di Salemi e Trapani. L’indagine Fire Off del 2011 ha evidenziato le attività delle famiglie Vizzini e Niscastro, che tentavano di acquisire il controllo di attività nel settore edile attraverso estorsioni, intimidazioni e attentati incendiari. Sempre nel territorio in esame, inoltre, è stato arrestato un soggetto siciliano residente a Varese che si ipotizza essere il finanziatore e consigliere economico della famiglia di Campobello di Mazara.
La presenza della camorra appare meno capillare. Tuttavia si segnalano attività del clan Gionta e l’arresto di un soggetto ritenuto l’attuale reggente del clan Veneruso di Napoli e Volla, fermato a Cislago (VA) nel 2011. Inoltre, risulta dedita all’usura nel territorio della provincia un’organizzazione criminale in contatto con alcuni clan della camorra, in particolare il clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia.
Infine, si segnala la presenza di un gruppo legato a un clan di Torre Annunziata. La provincia di Varese si caratterizza per la presenza di 83 beni confiscati, che la collocano al terzo posto in Lombardia dopo Milano e Brescia; 43 beni si trovano solo nel capoluogo, mentre negli altri comuni si distribuiscono piuttosto equamente. [Tabella 23 a pagina 61].
Nessun omicidio è stato commesso sul territorio provinciale negli ultimi cinque anni a opera della ‘ndrangheta. Tuttavia è doveroso sottolineare che sono diversi gli omicidi eseguiti in un periodo appena precedente: tra il 2005 e il 2006 vengono uccisi Cataldo e Alfonso Murano e Giuseppe Russo, due a Lonate Pozzolo, uno, invece, nel comune di Ferno. Il movente sarebbe da ricercare in contrasti interni probabilmente al gruppo di Cirò Marina.
Di assoluta rilevanza per qualificare la presenza di Cosa nostra, è la scelta di utilizzare la violenza per risolvere un conflitto di interesse: il 6 maggio 2009 a Cavaria con Premezzo, infatti, venne ucciso l’autotrasportatore Giuseppe Monterosso, per contrasti con un imprenditore concorrente. Per l’omicidio è stata richiesta l’autorizzazione della famiglia mafiosa di appartenenza. I presunti colpevoli sono stati, poi, arrestati nel comasco.
Sul territorio, l’operazione Infinito ha identificato una sola locale (tabella 24 a pagina 62). Il rapporto tra popolazione e numero delle locali risulta pertanto pari alla popolazione provinciale: 871.866.
Dall’operazione non emergono rapporti con la politica. Una spia sulle possibili vulnerabilità istituzionali è emersa durante una indagine successiva a Infinito, all’esito della quale un agente della polizia penitenziaria è stato accusato di permettere i contatti con l’esterno a due detenuti del carcere di Pavia, ritenuti affiliati alla locale di Lonate Pozzolo, consentendo loro di proseguire la propria attività criminale.


Novità emerse dalle operazioni più recenti
Trattando della regione Lombardia è parso opportuno privilegiare tre operazioni giudiziarie, che mostrano alcuni degli aspetti più caratteristici della presenza della ‘ndrangheta sul territorio lombardo: il rapporto con gli imprenditori (operazione Cerberus), il ricambio generazionale e la permanenza sul territorio (ancora Cerberus), i rapporti con la politica e le istituzioni (Infinito) e il rapporto con il territorio, analizzato attraverso lo studio dei luoghi degli incontri citati in Infinito, e infine le ultime prospettive (operazione Seveso).

L’operazione Cerberus
L’operazione Cerberus del luglio 2008 colpì i vertici della famiglia Barbaro, accusata di portare avanti l’associazione mafiosa guidata dai Papalia fino agli arresti dell’operazione Nord-Sud, e operante nella zona di Buccinasco, nell’hinterland milanese.
Gli indagati furono sei, di cui la metà appartenenti alla famiglia Barbaro: Domenico Barbaro e i figli Salvatore e Rosario.
Sebbene l’operazione confermi quanto scoperto con l’operazione Nord-Sud, cioè il dominio delle famiglie Barbaro–Papalia sull’hinterland sud di Milano, emergono alcune importanti novità: un nuovo rapporto con gli imprenditori e il ricambio generazionale.
Il rapporto con gli imprenditori. Una delle novità, forse la più rilevante, indicata dall’operazione Cerberus è l’emergere della figura dell’imprenditore lombardo colluso e di un’omertà multiforme diffusa in una considerevole parte della classe imprenditoriale locale. Per la prima volta in Lombardia un imprenditore è stato indagato115 per 416 bis: si tratta di Maurizio Luraghi, titolare della “Lavori stradali SRL”. Luraghi rappresenta la paradigmatica figura dell’imprenditore colluso. Egli attraversa nel corso degli anni diverse fasi di collaborazione con la famiglia Papalia e Barbaro a Buccinasco: dalla fase della “intimidazione” (che caratterizza il rapporto dell’inizio degli anni ’90 con Rocco Papalia), alla fase della collaborazione (dall’arresto di Rocco Papalia a seguito dell’operazione Nord-Sud; la collaborazione caratterizza il rapporto con Domenico Barbaro) fino a quella della sopraffazione (con la assunzione del potere da parte di Salvatore Barbaro).
La figura di Luraghi resta emblematica nella storia dei rapporti tra la ‘ndrangheta e gli imprenditori lombardi: è il primo imprenditore in Lombardia, ma non certo l’unico, definibile colluso.
La sentenza di primo grado riporta uno stralcio della requisitoria del Pm Dolci durante il processo: “Quindi, siamo in presenza di un imprenditore che è accusato di essere colluso con una associazione di stampo mafioso, gli è stata contestata la partecipazione piena, neanche il concorso esterno, e ha pagato una somma considerevole”. È a questo punto che il Pm espone la teoria della “estorsione–tangente”, quella pagata dall’imprenditore pur in mancanza di una specifica richiesta da parte della cosca.
Durante il processo, poi, molti imprenditori operanti nell’area controllata dai Barbaro–Papalia vengono chiamati a testimoniare e il loro racconto è un susseguirsi di surreali negazioni e minimizzazioni degli atti intimidatori subiti.
Il ricambio generazionale e la permanenza sul territorio. Altro tema che emerge con forza dall’indagine è la continuità della presenza della famiglia Barbaro–Papalia sul territorio di Buccinasco, Cesano Maderno, Corsico e Trezzano sul Naviglio, nonostante gli arresti dell’operazione Nord-Sud del 1993, che colpì le famiglie allora dominanti dei Sergi e dei Papalia. Gli succedette una nuova generazione, appartenente alla famiglia Barbaro, imparentata con i Papalia nella maniera più classica: un matrimonio tra Salvatore, il figlio di Domenico Barbaro, e la figlia del boss, ormai in carcere, Rocco Papalia.
È la seconda generazione, nata negli anni ’70, che acquista il controllo del sodalizio. Il ricambio generazionale è un elemento caratteristico della persistenza del clan su un territorio in cui è particolarmente forte: in risposta agli arresti, sono gli eredi rimasti in libertà a prendere, in mutati contesti, il posto dei genitori, o dei generi come in questo caso.
La vicenda processuale. La sentenza di primo grado del giugno 2011 conferma l’impianto accusatorio, con condanne dagli 8 ai 15 anni di reclusione, che vengono poi ridotti dalla sentenza d’appello del maggio 2011. Tuttavia l’anno successivo il procedimento giunge in Cassazione dove le condanne vengono “annullate con rinvio”, ma il tribunale che emette la sentenza dell’appello bis nel maggio 2013 conferma nuovamente le condanne con pene dai 4 ai 9 anni. Si segnala che anche il processo per gli arresti dell’operazione Parco Sud del 2009, che vede indagati, in parte, gli stessi soggetti, ha avuto un simile iter processuale.

L’operazione Infinito
L’operazione Infinito del 13 luglio 2010 è stata senza dubbio, senz’altro sotto il profilo mediatico ma anche per le informazioni fornite sulla struttura della ‘ndrangheta, la più importante nella storia della lotta alla ‘ndrangheta in Lombardia. Qui essa ha portato all’arresto di 160 soggetti. Dato interessante che emerge dall’analisi degli arrestati è che 24 di questi non sono nati al Sud, ma al Nord (tranne uno, nato all’estero) e che tra i nati nel settentrione, ben 17 sono nati a partire dal 1970, a indicare che probabilmente rappresentano le seconde generazioni, nate e cresciute al nord.
L’indagine ha permesso di svelare l’articolata struttura della Lombardia, di cui si è già parlato, ma ha anche messo in evidenza la qualità dei rapporti intessuti dagli affiliati con il mondo politico. Altro tema che si è scelto di analizzare riguardo a questa indagine, è stato quello dei luoghi scelti per gli incontri, utili a rivelare alcuni aspetti del rapporto che queste organizzazioni intrattengono con il territorio che occupano.
I rapporti con la politica e le istituzioni. Molte sono le novità offerte dall’indagine del 2010: sicuramente rilevante, come si è detto, è l’analisi della struttura della ‘ndrangheta in Lombardia. Ma spiccano anche i rapporti intrattenuti con la politica dalle differenti locali lombarde. Si tratta di un panorama diversificato: alcune locali puntano, come si è evidenziato, a inserirsi direttamente nella vita pubblica locale (è il caso della lista di Mandalari per Bollate, degli incarichi pubblici ricoperti dai Moscato e della cena elettorale a favore di Valle organizzata dal capo locale di Corsico); altre, sempre a livello locale, puntano a candidare uomini di fiducia ma non affiliati, come nel caso delle elezioni di Pavia (e dei progetti per Vigevano e Voghera). Solo due (Milano e Pavia), invece, sono le locali che puntano a inserire uomini con i quali sono in contatto a livello provinciale e regionale.
Ne emerge un quadro piuttosto allarmante, che mostra la permeabilità della classe politica alle richieste della ‘ndrangheta, anche se non mancano i casi di esponenti politici che si rivolgono direttamente ai calabresi.
Tuttavia, risalta dai fatti una permeabilità non solo della politica, ma anche delle istituzioni stesse: l’indagine evidenzia diversi casi di operatori delle forze dell’ordine che favoriscono le ‘ndrine. È questo, ad esempio, il caso della locale di Pioltello che sembra avere a disposizione personale interno alla stazione dei carabinieri in servizio nella cittadina o quello della locale di Rho che in intercettazioni rivela di annoverare tra le proprie fonti un carabiniere in servizio alla DDA di Milano e un dipendente ANAS. O, ancora, della locale di Seregno, che sembra possa contare sul sostegno del Comandante della Polizia Municipale di Lurago d’Erba.
L’analisi degli incontri. Quale la relazione effettiva e quotidiana dei clan ‘ndranghetisti con il loro territorio di riferimento? Il presente rapporto ha sviluppato in tal senso un filone di ricerca specifico e fin qui non percorso.
Partendo dall’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione, ha cioè provato a ricostruire le sedi degli incontri degli affiliati, nonché le tipologie dei locali usati per nascondere le armi. Se ne traggono informazioni preziosissime circa i luoghi che i soggetti ritenevano sufficientemente sicuri per incontrarsi (magari anche con latitanti o per la cerimonia della concessione delle doti) o per tenere armi e munizioni, quasi una radiografia dei livelli di ospitalità ambientale.
Come si evince dalla lunga tabella successiva, la maggior parte dei luoghi sono infatti pubblici, quali ristoranti e bar, a indicare innanzitutto la sicurezza con la quale i boss si muovevano sul territorio. Inoltre, la frequenza dei bar è indice non solo di una certa sensazione di impunità, ma anche della loro funzione di controllo del territorio: il boss vede e si fa vedere. Di nuovo la tabella consente di cogliere l’importanza strategica dei piccoli comuni nella quotidiana tessitura delle relazioni di potere.
Alcuni incontri non sono stati inseriti in tabella, perché non avvenuti in un posto preciso, ma in auto, luogo nel quale i criminali pensavano di poter parlare liberamente (mentre, al contrario, molte delle intercettazioni più rilevanti sono state registrate proprio nelle vetture poste sotto controllo).
Gli incontri segnati in corsivo sono, invece, contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Ulisse, che approfondisce le vicende delle locali di Giussano e Seregno in base alle dichiarazioni di Antonino Belnome, capo locale di Seregno fino al suo arresto. Si è deciso di aggiungere anche questi incontri per completare il quadro delle locali lombarde, poiché la locale di Seregno – e, quindi, i suoi incontri – non è individuata come autonoma dalla prima indagine. Essendo l’operazione Ulisse successiva a Infinito, alcuni degli incontri si svolgono in data successiva ai primi arresti.
I luoghi sono distribuiti per provincia: tabelle 26-33 di pagg. 67-80
Si presenta ora, come anticipato, anche uno schema (tabella 34 a pagina 80) di alcuni dei luoghi in cui vengono nascoste le armi da parte delle locali. Anche questi ci permettono di indagare quali luoghi vengano reputati sicuri da parte dei membri del sodalizio.
Diventa ora interessante concentrare l’analisi sullo specifico (e cruciale) momento del summit regionale lombardo: come si può notare dalla tabella seguente, nella scelta dei luoghi per lo svolgimento degli incontri emerge una netta predominanza della provincia di Milano (tabella 35 a pagina 81). Uno dei motivi può probabilmente essere ricercato nel fatto che è proprio in questa provincia che si concentrava il maggior numero di locali scoperte dall’indagine Infinito; a cui si aggiunge la possibilità che l’alta densità demografica e la fitta rete delle vie di comunicazione abbiano fatto sentire le organizzazioni criminali maggiormente protette e al sicuro.
I modelli di insediamento sul territorio. L’indagine in questione non ha potuto ricostruire con la stessa precisione i comportamenti di tutte le locali individuate (anche a causa di ovvie cautele da parte degli affiliati, evidenti soprattutto nel caso della locale di Corsico, consapevole di essere sorvegliata, anche perché con sede in un territorio - quello della zona di Buccinasco, Corsico, Cesano Boscone – sottoposto a numerose indagini negli ultimi anni).
Tuttavia si è scelto di prendere in considerazione due delle locali (Milano e Bollate) di cui gli inquirenti sono riusciti a ricostruire con maggior precisione l’attività e metterle a confronto in base al rapporto che avevano stabilito con il territorio.

La locale di Milano
Come evidenziato dagli inquirenti, la locale di Milano ha un rapporto piuttosto debole con la zona che occupa, principalmente a causa dell’estensione territoriale della città e della convivenza sullo stesso territorio di molti e diversi gruppi e organizzazioni criminali, tanto da poter considerare il quadro criminale della città come caratterizzato da una certa “fluidità”.
Questo scarso controllo del territorio emerge anche analizzando i luoghi scelti dagli affiliati per gli incontri: se infatti gli incontri settimanali si svolgono nel quartiere Baggio di Milano, solo un incontro su sei tra quelli straordinari si svolge nel capoluogo. Da segnalare che alcuni degli incontri si svolgono in territori sui quali è forte l’incidenza di un’altra locale (Trezzano sul Naviglio e la locale di Corsico).
Inoltre il capo locale di Milano Cosimo Barranca, così come diversi altri membri, non vive in città; nel caso il capo locale del tempo abitava a Legnano, comune non solo distante circa trenta chilometri da capoluogo, ma a sua volta sede di un’altra locale (la locale di Legnano–Lonate Pozzolo). Il che spiega a maggior ragione la debole capacità dell’associazione di esercitare un controllo del territorio e di svilupparvi reti di dipendenza personali.
I luoghi di ritrovo abituale: MILANO (quartiere Baggio) circolo ARCI, MILANO (quartiere Baggio) bar.
I luoghi degli incontri di locale: tabella 36 a pagina 83
Luoghi residenza/domicilio: tabella 37 a pagina 83

La locale di Bollate
Del tutto diverso, se non addirittura opposto, è il rapporto che ha la locale di Bollate con il territorio che occupa: la maggior parte delle volte, sia per gli incontri ordinari, che quelli straordinari, indetti ad esempio per la concessione delle doti, gli affiliati si ritrovano tra Bollate e Novate Milanese (il comune confinante).
Inoltre, appare significativa la scelta del presunto capo locale Vincenzo Mandalari di abitare a Bollate, in una “villa bunker”, con filo spinato e cancelli; nello stesso comune abita anche Rocco Ascone, ritenuto ai vertici della locale, mentre altri soggetti affiliati risiedono in comuni diversi (in alcuni casi anche in una diversa provincia).
Altro elemento di conferma dello stretto rapporto che intercorre tra la locale e il suo territorio è la scelta del capo locale di entrare in politica, presentando una lista propria alle amministrative di Bollate. Anche da questo punto di vista si sottolinea la differenza con Milano. Barranca non ha rapporti con politici a livello amministrativo, ma cerca di condizionare le elezioni regionali.
I luoghi di ritrovo abituale: NOVATE MILANESE: orti (luogo di incontro della società minore), BOLLATE: ufficio di Mandalari (per gli incontri del capo locale con personaggi importanti), BOLLATE: a volte gli affiliati si danno appuntamento nella rotonda nella quale staziona il camioncino per la vendita delle arance dei fratelli Fuda, accusati di essere affiliati alla locale di Cormano. [Tabelle a pagina 85].

L’operazione Seveso
E’ opportuno infine accennare all’’indagine Seveso del 4 marzo 2014, che ha portato all’arresto di 40 soggetti. Di particolare interesse l’analisi degli arrestati (si veda la Tabella 40 a pagina 86).
Non solo è insolito per le inchieste lombarde che il numero di indagati nato al Nord superi di molto quello dei soggetti nati al Sud (in Infinito il numero era nettamente inferiore), ma è anche particolare la presenza di sei donne nell’elenco degli indagati, di cui una con l’accusa di 416 bis.
Seveso, una delle prime indagini dell’anno in corso, ha mostrato però ulteriori elementi di interesse. Innanzitutto ha evidenziato, una volta di più, come una delle locali colpite da Infinito sia sopravvissuta agli arresti: anzi, un personaggio che appariva in maniera del tutto secondaria nella precedente operazione, viene indicato dagli inquirenti come il presunto nuovo capo locale.
Ma senza dubbio unica nelle attività conosciute delle ‘ndrine è quella svolta dal gruppo oggetto dell’inchiesta: il quale, infatti, avrebbe creato una vera e propria banca clandestina volta a operare principalmente per nascondere i proventi dei traffici illeciti, ma dedita anche all’usura, all’ estorsione, al contrabbando e all’esercizio abusivo del credito. Si tratta di un salto di qualità. Sia perché esprime il livello di ingegnosità e di autonomia imprenditoriale sviluppato dai clan. Sia perché mette in luce la rete di rapporti consensuali maturata intorno a un’attività come l’usura.

[...]

Per leggere interamente il "Primo rapporto trimestrale sulle aree settentrionali per la presidenza della Commissione Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno mafioso" composto di 235 pagine corredate di mappe e tabelle, scaricare file PDF»


 

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