Solidarietà a Bindi, pronta interrogazione

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Esprimiamo la più convinta e ferma solidarietà all’onorevole Rosy Bindi, presidente della Commissione d’inchiesta parlamentare sulle mafie, attaccata strumentalmente dall’Unione degli ordini degli avvocati della Sicilia.
La gestione dei beni confiscati alla criminalità, da parte dell’apposita Agenzia, è stata negli ultimi anni carente sotto molti profili e bene ha fatto la presidente Bindi a sottolineare anche il ruolo non sempre rigoroso e collaborativo di taluni liberi professionisti in questo contesto. Del resto, le affermazioni della presidente Bindi erano riferite all'incredibile vicenda di un incarico di gestione di un bene confiscato a un mafioso, conferito proprio al difensore del mafioso medesimo. La reazione del Consiglio direttivo dell’Unione degli ordini degli avvocati siciliani è dunque del tutto fuori luogo e suona superficiale e auto-assolutoria.
Quanto al ruolo specifico degli avvocati penalisti nella materia della lotta alla mafia, accanto alla grande maggioranza di professionisti leali, v’è una quota minoritaria ma purtroppo significativa che – come dimostrano inchieste recenti - è entrata nell’orbita criminale a pieno titolo.
Preannunziamo pertanto che proporremo a breve un’interrogazione al ministro competente per conoscere quanti avvocati siano stati cancellati o sospesi dagli albi tenuti dagli ordini provinciali per procedimenti penali a loro carico. Estenderemo peraltro il quesito anche ad altre professioni. Quando la Commissione d'inchiesta chiamerà a deporre in audizione i vertici del Consiglio nazionale forense, siamo certi che questo offrirà la sua più ampia collaborazione.
Come ha affermato di recente anche Papa Francesco, dalla lotta incessante e quotidiana alle mafie, che richiede comportamenti concreti e coerenti, nessuno si può chiamare fuori.

E' quanto affermano in una nota i senatori Lucrezia Ricchiuti, Donatella Albano, Corradino Mineo, Franco Mirabelli e l'on. Davide Mattiello.


Testo dell'Interrogazione:

Al Ministro della Giustizia.
Premesso che:
durante l'audizione presso la Commissione d'inchiesta sul fenomeno delle mafie del 5 febbraio 2014, il prefetto Giuseppe Caruso, già direttore dell'Agenzia per la gestione e l'amministrazione dei beni confiscati alla mafia, ha confermato che beni di Pietro Lo Sicco, condannato per reati di mafia, erano stati dati in gestione all'avvocato Bellavista di Palermo, che aveva in precedenza assunto la sua difesa processuale;

tali dichiarazioni hanno comprensibilmente suscitato profondo sconcerto nel presidente della Commissione d'inchiesta, on. Rosy Bindi, che non ha mancato di manifestare, opportunamente, il suo disappunto e la sua preoccupazione, sottolineando la necessità di procedere in sede parlamentare ad un'attenta analisi sul ruolo delle professioni e, in particolare, su quello degli avvocati;

a tal fine, è stato istituito, in seno alla medesima Commissione d'inchiesta, un Comitato apposito, presieduto dalla deputata Pina Picierno;

considerato che:
inopinatamente, il consiglio direttivo dell'unione degli ordini forensi della Sicilia, riunitosi a Messina in data 24 marzo 2014, ha approvato un documento con cui ha stigmatizzato le dichiarazioni del presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, affermando testualmente che l'on. Bindi dovrebbe dimettersi perché erra "quando afferma, sulla base del verbale dell'audizione, che gli avvocati non cancellano dall'Ordine nemmeno colleghi che sono stati in galera, magari per reati mafiosi, o che in nome del diritto alla difesa di ogni imputato diventano complici del proprio imputato";

sostiene, inoltre, che "le espressioni sono assolutamente inesatte, improprie e approssimative e, soprattutto frutto di una inquietante distorta visione dell'avvocatura italiana, oltre che generiche e diffamatorie. Emerge una visione distorta del ruolo della difesa, delle garanzie e delle regole del giusto processo relegando la funzione difensiva a mero strumento di contiguità con gli imputati-clienti";

rilevato che, a giudizio degli interroganti:
il violento attacco strumentale da parte dell'unione degli ordini degli avvocati della Sicilia suscita la più convinta e ferma solidarietà all'on. Rosy Bindi;

i fatti di cronaca dimostrano quanto sia necessario nella lotta alla mafia intervenire proprio su quella "zona grigia" costituita prevalentemente da tutti quei professionisti (avvocati, commercialisti, notai, operatori delle banche, imprenditori) che a vario titolo operano nell'ambito delle procedure giudiziarie che riguardano la criminalità organizzata;

forti perplessità, inoltre, si rilevano nella gestione dei beni confiscati alla criminalità da parte dell'apposita Agenzia, carente sotto molti profili e pertanto meritevole di rilievi da parte presidente Bindi che opportunamente ha stigmatizzato il ruolo non sempre rigoroso e collaborativo di taluni liberi professionisti in questo contesto;

quanto al ruolo specifico degli avvocati penalisti nella materia della lotta alla mafia, dalle recenti inchieste è emerso che tra i professionisti che operano in tale settore vi è una parte minoritaria, ma comunque forte ed influente, direttamente riconducibile alla criminalità mafiosa;

diversi e noti sono i casi di avvocati che di fatto o hanno assunto la guida di clan della 'ndrangheta al nord o direttamente coinvolti nelle vicende interne di famiglie mafiose in Sicilia e in Calabria,

si chiede di sapere:
se al Governo risulti quale sia in numero degli avvocati che negli ultimi 3 anni sono stati cancellati o sospesi dagli albi dei diversi ordini provinciali a seguito dell'avvio di procedimenti penali a loro carico;

se il Ministro in indirizzo non ritenga di dover interloquire con il Consiglio nazionale forense sulla sgradevole polemica iniziata dall'unione degli ordini degli avvocati della Sicilia.

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