La Sinistra ha futuro in Europa

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Intervento agli Incontri Riformisti 2018 (video).

Ripartire dopo la sconfitta elettorale del 4 marzo, che è la più grave che abbiamo subito da molti decenni a questa parte, non è semplice.
Innanzitutto bisogna chiarirsi su che cosa significa ripartire.
A mio avviso, per ripatire c’è bisogno di una riflessione e di avere chiaro che non ce la caveremo con degli aggiustamenti perché c’è bisogno di fare un lavoro in profondità: ragionare sui dati elettorali in maniera seria, ragionare sul nostro rapporto con la società e sul fatto che si è rotto il rapporto proprio con il pezzo di società italiana con cui parlavamo di più.
Piero Fassino, nel corso di un incontro a Milano, ha detto una cosa che più di altre dà il senso di quanto abbiamo da lavorare e cioè che il ‘900 è stato il “Secolo della Sinistra”, dell’egemonia dei valori della sinistra, mentre il Secolo in corso si sta mostrando più difficile proprio per la sinistra, perché tutti i suoi valori sono messi in discussione.

In merito alle motivazioni della nostra sconfitta elettorale - che dobbiamo ancora approfondire - ci sono, quindi, alcune riflessioni imprescindibili da fare nei prossimi mesi se si vuole contribuire a creare una discussione utile.
Non ci dobbiamo accontentare di pensare di aver perso le elezioni solo a causa di fattori esterni rispetto alle nostre responsabilità.
Al risultato elettorale del 18% del PD hanno contribuito numerosi fattori e una discussione che si esaurisce sulla responsabilità delle leadership o di chi le ha contrastate, non ci serve a molto se non a ritardare il modo di affrontare i temi veri.
Nel corso di alcuni dibattiti degli Incontri Riformisti 2018, ci si è domandati perché gli italiani oggi siano meno disponibili ad accettare sacrifici ma forse un pezzo della rottura quasi sentimentale tra noi e un pezzo del Paese è stata proprio su questo aspetto.
Noi, per una fase lunga, abbiamo spiegato che l’Italia stava ripartendo mentre una parte del Paese questa ripartenza non l’ha vissuta concretamente e anche la parte che non era stata vittima della crisi comunque aveva aspettative rispetto alla ripartenza che non potevamo essere in grado di soddisfare. Questo cortocircuito ha aumentato il sentimento di distacco dei cittadini da noi: si è creato un divario tra le cose che abbiamo comunicato e la percezione delle persone.
In questa situazione, dunque, c’è anche una parte di responsabilità nostra.
Il PD ha fatto cose importantissime al Governo: abbiamo cambiato i dati macroeconomici e fatto ripartire il Paese davvero ma tutto questo è stato comunicato come se per noi fosse sufficiente a risolvere i problemi degli italiani che, invece, come indicano i dati Istat, ci sono ancora e sono molto seri.

Un’altra questione che abbiamo sottovalutato riguarda la narrazione che abbiamo a lungo utilizzato e che ha aperto per Lega e M5S un campo ampio ed è la narrazione secondo cui la politica si esaurisce nel conflitto tra l’establishment e il popolo.
Non ci possiamo accontentare di archiviare la questione pensando semplicemente di esser stati identificati con l’establishment perché eravamo al Governo.
Dobbiamo chiederci il perché in questa dicotomia tra l’establishment e il popolo, l’establishment viene demonizzato.
Cos’abbiamo sbagliato?
Quando dalla dialettica tra chi governa e i cittadini siamo passati alla dialettica dell’establishment che sta con le banche e i salotti e gli altri sono dalla parte del popolo?
Su questo terremo, dunque, abbiamo sbagliato qualcosa e dovremo recuperare.

C’è poi una questione fondamentale che dobbiamo indagare e che riguarda il fatto che la nostra sconfitta si inscrive nel quadro di una sconfitta generale della sinistra nel mondo.
In questo scenario, ovviamente, le nostre responsabilità sono limitate.
Tutti i partiti europei che fanno riferimento alla sinistra e al socialismo hanno perso.
È evidente, infatti, che non abbiamo una risposta di fronte alla globalizzazione e alla domanda di protezione che, dopo la crisi, è venuta dai cittadini.
La sinistra non viene percepita come una risposta.
Abbiamo garantito per un secolo una risposta alla domanda di protezione sociale che veniva dai cittadini mentre oggi, nella globalizzazione, veniamo vissuti come quelli che non hanno una prospettiva da dare e in cui le persone possano sentirsi rassicurate.
La Lega indica come soluzione il tornare agli Stati nazionali.
M5S indica la soluzione nell’abbattimento del sistema per arrivare alla democrazia diretta.
Noi non siamo stati in grado di dare prospettive e questo, a mio avviso, è il tema da cui dobbiamo ripartire.

Cosa dobbiamo fare?
Intanto dobbiamo fare opposizione, avendo l’intelligenza di sapere che abbiamo agito bene negli anni in cui siamo stati al Governo e ciò che abbiamo fatto lo dobbiamo difendere ma non possiamo fare l’opposizione soltanto rivendicando ciò che abbiamo già fatto.
Dobbiamo andare oltre.
Abbiamo fatto una campagna elettorale basata sui 100 punti che raccontavano le cose già fatte ma abbiamo detto pochissimo cosa avremmo fatto in futuro.
Adesso dobbiamo fare opposizione sul merito delle questioni che verranno poste dagli altri ma anche dicendo che cosa faremo.
Non restiamo ancorati alle cose fatte in passato, anche perché, pure se per noi erano cose giuste, i cittadini ci hanno dato il 18% su quello.
Non si può quindi partire da lì, magari pensando che con gli anni si possa spiegare meglio o dimostrare quanto giuste siano state le riforme fatte.

Credo, quindi, che dobbiamo ripartire da alcuni temi.
Innanzitutto, dobbiamo considerare il tema della democrazia e, soprattutto, della qualità della democrazia.
Non credo, infatti, che il problema sia solo la dicotomia tra fascisti e antifascisti: si tratta di guardare Orban, Erdogan, Putin e di riflettere su quale democrazia perché Salvini ha la stessa idea loro, secondo la quale, chi vince ha la maggioranza e governa in un rapporto diretto con il popolo, senza che vi sia spazio per le minoranze (perché sono di ostacolo) e tutti gli organismi terzi (quindi, gli equilibri istituzionali) vengono fatti saltare.
In questo scenario si inscrive l’attacco alla magistratura dei giorni scorsi e l’attacco al Presidente della Repubblica avvenuto in precedenza.
È l’idea che tutti gli organismi istituzionali terzi, di garanzia, devono essere ridimensionati a fronte di una maggioranza che “è diventata Stato”, come ha detto Di Maio all’indomani dell’esito elettorale.
Noi dobbiamo preparare una risposta a questo tema e non può essere semplicemente il dire che loro sono fascisti, anche perché nell’immaginario delle persone è un messaggio difficile da far passare.
Dobbiamo, invece, spiegare che esiste il tema delle libertà e dei diritti e su questo possiamo ricostruire una proposta.

Un altro tema riguarda la prospettiva in cui i cittadini trovano protezione e questo per la sinistra si costruisce solo in Europa.
L’Europa è fondamentale per noi.
La sinistra ha un futuro solo in Europa e solo se ricostruisce la prospettiva europea che, ovviamente, non può più essere uguale a come è stata in questi anni (e questo dobbiamo dirlo con maggiore forza).
Il sovranismo e il populismo si combattono solo dentro a una dimensione europea che, però, deve cambiare. Per questo le elezioni europee in arrivo sono importanti.

Un ulteriore tema riguarda il fatto che nei prossimi mesi, a mio avviso, noi dobbiamo provare a costruire un’agenda sociale.
Prossimamente, ad esempio, ci troveremo a discutere di qualche aggiustamento della Legge Fornero. Al di là del fatto che il tutto verrà presentato come un grande stravolgimento, non credo che il PD andrà in difficoltà, anche guardando agli interventi che abbiamo già messo in campo in questi anni ma il punto è che non possiamo stare solo su quel tema.
La Legge Fornero, infatti, riguarda chi andrà in pensione da qui a dieci anni mentre sarebbe utile che la sinistra mettesse in campo una proposta per le pensioni di chi oggi ha 40 anni e si trova con questo mercato del lavoro.
Dobbiamo far diventare questo uno dei nostri temi per definire una sinistra moderna in Italia.
Questa, dunque, la dimensione del lavoro che abbiamo di fronte e continuo a pensare che sia il PD ad avere la responsabilità di costruire l’alternativa al Governo giallo-verde.

Il PD può avere sbagliato ma non sono venute meno le ragioni che ci hanno spinto a fondarlo e, anzi, possono dare risposte a molte delle questioni che emergono oggi, dentro a questa crisi.
Con questo lavoro da fare, credo che sarebbe stato un errore pensare che si potesse decidere di svolgere un congresso, che si esaurisce nella conta ai gazebo, da qui a settembre/ottobre.
Penso, quindi, che sia giusta la scelta di cominciare un percorso fatta in Assemblea Nazionale.
Innanzitutto, il percorso scelto indica già l’aver compreso che non ce la facciamo da soli ma dobbiamo essere i promotori di un’iniziativa per costruire un campo democratico europeista – preferisco definirlo così – che non si costruisce solo associando sigle di partito ma riaprendo un’interlocuzione ampia con la società e con i soggetti che si possono riconoscere in un’idea diversa da quella che ha il Governo giallo-verde.
Per questo penso che abbia senso l’idea di fare un incontro a ottobre con i mondi delle associazioni, delle categorie professionali, della ricerca, dei corpi sociali intermedi, per approfondire le varie questioni.
Così come è utile la decisione di mettersi a ragionare da subito sulla nostra organizzazione, costituendo un comitato che dovrà lavorare per cambiare lo Statuto, provando ad immaginare un partito più federale e provando anche a considerare che siamo dentro ad un nuovo sistema, non più maggioritario, in cui di fatto il candidato premier non c’è e, quindi, non ha senso che il Segretario sia automaticamente candidato premier.
Tutto questo per arrivare prima delle elezioni europee a fare l’ultima fase del congresso e le primarie.

C’è tantissimo da fare riguardo al partito.
Una delle ragioni di questa sconfitta elettorale è che noi siamo stati molto concentrati sul Governo, dove abbiamo agito bene, ma siamo stati poco tra la gente.
Al Sud, ad esempio, il PD non ha segnato per niente la propria diversità rispetto agli altri partiti.
Il risultato così alto di M5S al Sud, infatti, non è dovuto solo al Reddito di Cittadinanza ma al fatto che la politica lì è tutta un indistinto che si gioca sui potentati locali, le clientele, la politica intesa come ascensore locale e il PD non riesce a distinguersi da questo.
Sul partito, dunque, dobbiamo lavorare molto, anche se è un argomento che appare meno nobile ma è importante perché non è secondare sapere come andiamo ad avere un rapporto diretto con le persone, come ci presentiamo e con che faccia, se vogliamo demolire l’idea dell’establishment contro il popolo.

Video dell'intervento» 
Video dell'intero dibattito» 


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