Le missioni internazionali in Afghanistan e il rispetto dei diritti delle donne

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Adesione ad una mozione del Gruppo PD sulle missioni internazionali in Afghanistan e il rispetto dei diritti delle donne.

Testo della mozione:

Atto n. 1-00113 - Pubblicato il 16 aprile 2019, nella seduta n. 108

Il Senato,

premesso che:

da circa 17 anni i militari italiani partecipano alle missioni internazionali in Afghanistan, un impegno che ha visto avvicendarsi diverse migliaia di uomini e donne delle diverse forze armate, con la presenza attualmente, secondo gli ultimi dati pubblicati nel settembre 2018, di un contingente di 895 unità. Due le missioni principali che si sono svolte senza soluzione di continuità: la International security assistance force (Isaf) della Nato, autorizzata dall'Onu il 20 dicembre 2001 e terminata il 31 dicembre 2014, alla quale è subentrata il 1° gennaio 2015 la missione Resolute support, caratterizzata dal solo addestramento delle forze di sicurezza, delle forze armate e delle forze di polizia afghane;

l'Italia, che ha pagato in termini umani un prezzo altissimo con 55 vittime dall'inizio della missione Isaf, ha garantito alla Nato ed alla Repubblica dell'Afghanistan il proprio supporto attraverso il Train advise assist command West (TAAC-W) che ha svolto attività di addestramento, assistenza e consulenza a favore delle istituzioni e delle forze di sicurezza locali concentrate nella regione ovest del Paese.

L'area di responsabilità italiana in cui ha operato il TAAC-W è, infatti, un'ampia regione dell'Afghanistan occidentale, grande quanto il Nord Italia, che comprende le quattro province di Herat, Badghis, Ghor e Farah;

a quanto detto, si aggiunga che gli sforzi congiunti del Governo italiano e della comunità internazionale da un lato e del Governo afghano e delle organizzazioni locali della società civile dall'altro hanno portato, in particolare nella provincia di Herat, a progressi sostanziali per le donne e le ragazze afghane con percentuali decisamente più alte rispetto alle altre province del Paese, in termini di istruzione, partecipazione politica e ruolo nell'economia;

occorre anche evidenziare come negli ultimi anni l'empowerment delle donne sia ritornato ad essere una questione cruciale per l'Afghanistan, dopo anni di oblio legati ad emergenze politiche, economiche e di sicurezza. Il National unity government (NUG), infatti, si è impegnato da subito per l'empowerment delle donne, l'eradicazione della violenza contro le donne e per il cambiamento di una mentalità sociale sessista, riconoscendo il raggiungimento della parità dei diritti delle donne quale elemento cruciale per la stabilizzazione e lo sviluppo del Paese;

le ultime elezioni politiche svoltesi nell'ottobre 2018 hanno visto, infatti, un numero record di donne candidate: 417 donne, circa il 16 per cento del totale, dunque, una partecipazione femminile senza precedenti per il Paese. Come noto, la nuova Costituzione afghana, approvata dopo la caduta del regime dei talebani nel 2001, ha dichiarato l'uguaglianza di tutti i cittadini, uomini e donne, davanti alla legge e stabilito che almeno il 25 per cento dei 250 seggi nella Camera bassa siano riservati alle donne;

la condizione femminile in Afghanistan ha registrato, dunque, in questi anni miglioramenti in vari ambiti: la frequenza scolastica è aumentata, molte più bambine possono studiare, anche se il tasso di scolarizzazione delle donne non è arrivato al 40 per cento, con l'eccezione della provincia di Herat dove si registrano tra i tassi di alfabetizzazione più alti. Tuttavia, in vari parti del Paese, soprattutto in quelle ancora controllate dai talebani, continuano a esistere retaggi culturali che vietano alle ragazze di andare a scuola. Nelle zone rurali i veri centri di potere sono ancora i consigli di villaggio, prettamente maschili, che comandano e prendono decisioni. La comunità internazionale, e le varie organizzazioni non governative presenti nel territorio afghano hanno svolto un lavoro di sensibilizzazione sugli esponenti religiosi locali al fine di consentire alle donne di studiare, acquistare un'indipendenza anche economica e, infine, essere maggiormente coinvolte nelle decisioni;

ad ogni modo, l'Afghanistan resta uno dei Paesi dove essere donna oggi è ancora un rischio. Le donne, infatti, subiscono quotidianamente pressioni e minacce e sono i soggetti più vulnerabili. A tal riguardo, occorre evidenziare come una delle piaghe più radicate e diffuse sia quella dei matrimoni forzati e precoci. Secondo i dati forniti da "ActionAid", tra il 60 e l'80 per cento delle afghane sono spinte a sposarsi giovanissime e contro il loro volere. Il fenomeno è distribuito diversamente tra le zone del Paese: nelle regioni rurali e in quelle controllate dai talebani ovviamente è largamente diffuso e radicato. Infine, occorre evidenziare come ancora oggi circa il 70 per cento delle donne afghane subisce violenza, spesso all'interno del nucleo familiare;

a riprova di quanto esposto, recentemente sono state diffuse drammatiche immagini che riprendono due donne frustate dai talebani per aver ascoltato musica e assistito ai balli durante un matrimonio al quale erano state invitate;

considerato che:

nel novembre 2018 il presidente afghano, Ashraf Ghani, in occasione della conferenza per l'Afghanistan a Ginevra, ha annunciato la formazione di un team di negoziazione per avviare le trattative di pace nel Paese. I principi richiesti da Ghani, quale base di ogni accordo di pace in Afghanistan, sono stati il rispetto della Costituzione afghana, specialmente nelle disposizioni sulle donne, ed il rifiuto delle interferenze negli affari interni da parte di gruppi terroristici e criminali stranieri;

la conferenza di Ginevra segue ad una serie di iniziative messe in campo dalla comunità internazionale negli anni, al fine di giungere ad un accordo di pace nel Paese afghano. Nel 2011, a Bonn, la comunità internazionale si era impegnata per un programma di aiuti per l'Afghanistan chiamato "decennio della trasformazione", affinché lo Stato potesse essere indipendente per il 2024. Successivamente durante la Conferenza di Tokyo, nel 2012, è stato istituito un sistema di controlli periodici attraverso incontri ministeriali e creato il cosiddetto Tokyo mutual framework (TMAF), strumento di coordinamento tra il Governo afghano e gli Stati partecipanti per lo sviluppo del Paese. Ulteriori conferenze si sono tenute nel 2014 e nel 2016, rispettivamente a Londra e a Bruxelles, dove sono state discusse politiche di collaborazione internazionale;

nel dicembre 2018 il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato il ritiro di una parte consistente delle truppe statunitensi dall'Afghanistan, secondo quanto riportato dal New York Times, circa 7.000 uomini. Tuttavia, il Senato americano, nel mese di febbraio 2019, ha approvato un provvedimento, ora passato all'esame della Camera, che prevede una raccomandazione urgente rivolta al presidente, in cui si chiede di non ritirare "precipitosamente" le truppe americane dalla Siria e dall'Afghanistan fino a quando "i gruppi terroristi non siano definitivamente sconfitti";

secondo fonti del Ministero della difesa riportate da diverse agenzie di stampa e quotidiani nazionali, il ministro Elisabetta Trenta avrebbe dato disposizioni al comando operativo interforze di valutare l'avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan con un orizzonte temporale di circa 12 mesi. Come noto, alle notizie fatte filtrare dal dicastero della difesa, il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Enzo Moavero Milanesi, ha risposto di non esserne a conoscenza, mostrando, come spesso accaduto all'interno dell'attuale maggioranza di governo, la mancanza di una visione condivisa in materia di politica estera;

nel mese di gennaio a Doha è stato discusso un primo accordo tra gli Stati Uniti e i talebani. Le tematiche affrontate sono state il ritiro totale delle forze militari straniere secondo un calendario concordato, l'impegno da parte talebana di impedire che l'Afghanistan possa ospitare gruppi terroristi, come lo Stato Islamico o Al-Qaeda, in grado di minacciare la sicurezza statunitense e degli alleati, scambio di prigionieri e cancellazione dalle black list del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dei vertici talebani impossibilitati a viaggiare. Infine, altri due importanti temi affrontati sono stati la possibilità di un "cessate il fuoco" e la partecipazione al negoziato del Governo afghano che i talebani non riconoscono;

sull'accordo pesano diverse incognite: l'Afghanistan, infatti, sta vivendo un preoccupante fenomeno di jihadismo di ritorno. Nel Paese si sono riversati miliziani reduci della guerra in Siria: oltre agli afghani, anche uzbeki, uiguri, ceceni, arabi ed europei che non possono tornare nel vecchio continente. Si aggiunga che a Doha il ruolo e i diritti delle donne non sono stati oggetto di un accordo chiaro nonostante siano, invece, una delle richieste principali del presidente afghano, come già precedentemente evidenziato,

impegna il Governo, a fronte dell'impegno profuso dall'Italia in tutti questi anni, ad adoperarsi in tutte le sedi internazionali al fine di garantire che qualunque accordo di pace in Afghanistan includa espresse clausole a garanzia del rispetto dei diritti delle donne afghane.


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